La belle verte » Senza categoria
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Nov
29
2019
0

Rosso e verde

(Foto: Adriano Sofo)

 

Le cave di bauxite di Spinazzola, in Puglia, sono un ecosistema sorprendentemente ostile che ricorda vagamente la superficie di Marte. Le cave state utilizzate come miniere per estrarre alluminio fino alla fine degli anni ’80 per poi essere chiuse per via della concorrenza dell’alluminio africano e asiatico. La bauxite grezza era estratta qui, caricata su camion per essere trasportata prima a Trani, il porto più vicino, e poi, via nave, a Marghera, dove si trovavano le fonderie. Qui a Trani, dove vivo, i più anziani ricordano che c’era una zona del porto di Trani chiamata proprio “terra rossa” proprio per via del colore rosso del terreno.

Perché di rosso qui ne abbiamo in quantità industriali, di tutte le tonalità e le sfumature, con contrasti e saturazioni inusuali e una tavolozza di gradazioni che va dal rosso, all’arancio, al rosa, all’ocra, al giallo, al marrone. E tutto questo rosso abbagliante contrasta con il blu del cielo aperto e luminoso delle Murge e con quel poco verde della vegetazione presente.

 

(Foto: Adriano Sofo)

 

La bauxite contiene prevalentemente ossidi e idrossidi di alluminio e di ferro. In particolare, è ricca in metaidrossido di alluminio AlO(OH) e ortoidrossido di alluminio Al(OH)3. I noduli di bauxite sono rotondeggianti perché la bauxite è una roccia sedimentaria, e viene quindi trasportata, sminuzzata e levigata per l’attrito a cui è sottoposta. Curioso è anche il nome “bauxite”, che non deriva dalle sue caratteristiche chimico-fisiche ma da Les Baux-de-Provence, il paese a sud della Francia dove sono state aperte le prime miniere di bauxite, all’inizio dell’‘800.

 

(Foto: Adriano Sofo)
(Foto: Adriano Sofo)

 

Ciò che più mi ha colpito di questo luogo è proprio il contrasto tra un suolo così inospitale, ventoso, rovente d’estate e freddo d’inverno e, nonostante le condizioni avverse, una vegetazione caparbia. L’alluminio è il metallo più abbondante della crosta terrestre (15.41% di tutti gli elementi), dove si riscontra prevalentemente sotto forma di ossido di alluminio (Al2O3). Questo elemento, non molto solubile e poco mobile ai valori di pH che normalmente si trovano nel suolo, è coinvolto nella genesi dei minerali argillosi e degli idrossidi. Nel suolo, che deriva in ultima istanza da ciò che proviene dall’alto (principalmente i residui delle piante), ciò che vive al suo interno (radici, microorganismi, fauna) e ciò che proviene dal basso (roccia madre su cui poggia), l’alluminio è adsorbito sulla superficie della sostanza organica o delle argille in forma ionica (Al3+), oppure si trova in forma insolubile (prevalentemente ossidi e fosfati), oppure fa parte, intrappolato, del reticolo delle argille. I suoli ricchi di alluminio solubile (Al3+) possono costituire un problema in quanto l’alluminio non è essenziale per le piante, anzi è tossico. Nei suoli acidi (pH < 5,5) può provocare danni alle colture; nei suoli più alcalini (pH > 7,0) fenomeni di precipitazione ne annullano la tossicità.

 

(in alto) I principali ossidi dell’alluminio: diaspro rosso (α-AlOOH), corindone (α-Al2O3), gibbsite (α-Al(OH)3) e bohemite (γ-AlOOH) (da: Appunti di Chimica del Suolo, Violante). (in basso) affioramenti rocciosi sul fondo delle cave (Foto: Adriano Sofo).

 

Le forme più disponibili di alluminio finiscono per liberare ioni Al3+, caratterizzati da elevata tossicità per la maggior parte degli organismi e in grado di determinare conseguenze estremamente critiche, in particolare per le piante e per le specie animali acquatiche. Inoltre, questi ioni hanno una forte tendenza a idrolizzarsi, scomponendo molecole d’acqua in ioni H+ e OH. Gli Al3+ si combinano con gli OH, consentendo agli H+ di abbassare ulteriormente il pH della soluzione del suolo. Hanno quindi un’attività acidificante. Oltre ai fenomeni di acidificazione del suolo, la tossicità dell’alluminio si evidenzia con l’inibizione dell’assimilazione dei nutrienti e la riduzione dello sviluppo delle radici. Gli ioni alluminio, infatti, si possono accumulare sulle pareti delle parti ipogee della pianta, impedendo la traslocazione dei nutrienti, o riescono a penetrare all’interno delle cellule fissandosi al DNA, compromettendo la divisione cellulare e inibendo lo sviluppo dell’apparato radicale.

 

Alcune piante, grazie all’arsenale chimico a loro disposizione, hanno la capacità di tollerare o, ancora meglio, di escludere gli ioni Al3+. La strategia tipica di queste piante è principalmente quella di complessare Al3+ con gli acidi organici secreti dalle radici. In questo modo, Al3+ non è più disponibile ad essere assorbito e il problema è risolto. Molte specie di piante, soprattutto spontanee, mettono in atto questi accorgimenti, per cui riescono a vivere e volte anche a prosperare (per l’assenza di competizione con altre specie) in ambienti ricchi di alluminio.

 

Crescita relativa delle radici delle piante coltivate in funzione del grado parziale di saturazione in alluminio (da: Appunti di Chimica del Suolo, Violante).

 

Le piante alluminio tolleranti rilasciano acidi carbossilici per complessare l’alluminio in forma ionica (Cocucci, Varanini e Pinton, 2005).

 

Riporto qui in basso alcune delle piante che ho trovato nelle cave. Si trovano a basse densità e prevalentemente isolate. Molte di esse sono specie rupestri, comuni sulle Murge, altre sono relativamente più rare. Ad avere tempo e fondi, sarebbe interessante studiarne i meccanismi di tolleranza all’alluminio e capire a fondo le caratteristiche di questa particolare fitocenosi.

 

Alla prossima!

 

(Foto di tutte le piante: Adriano Sofo)

Verbascum thapsus L. (tasso barbasso), Scrophulariaceae

 

Echium vulgare L. (erba viperina), Boraginaceae

 

Ferula communis L. (finocchiaccio), Apiaceae

 

Pinus halepensis Mill. (pino d’Aleppo), Pinaceae

 

Dittrichia graveolens (L.) Greuter (enula), Compositeae

 

Prunus spinosa L. (prugnolo), Rosaceae

 

Paspalum distichum L. (panico acquatico), Poaceae

 

Prunus avium L. (ciliegio), Rosaceae

 

Rosa canina L. (rosa selvatica), Rosaceae

 

Centranthus ruber (L.) D.C. (camarezza comune), Caprifoliaceae

 

Leontodon saxatilis Lam. (dente di leone), Compositae

 

(al centro) Cirsium vulgare (Savi) Ten. (cardo crespo), Compositae

 

Lavandula stoechas L. (lavanda selvatica), Lamiaceae

 

Anethum graveolens L. (aneto), Apiaceae

 

Asphodelus ramosum L. (asfodelo mediterraneo), Xanthorrhoeaceae

 

Helichrysum italicum (Roth) G. Don (elicriso italiano), Compositae

 

Eryngium campestre L. (bocca di ciuco), Apiaceae

 

Delphinium consolida L. (speronella consolida), Ranunculaceae

 

Verbascum nigrum L. (verbasco nero), Scrophulariaceae

 

Santolina chamaecyparissus L. (cameciparisso), Compositae

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Ott
31
2019
0

Semi a propulsione

A volte, una semplice passeggiata può ispirare un post. Camminavo per le Murge e, alla fine dell’escursione, la guida mi ha mostrato una pianta comune a cui non avevo dato mai importanza ma che, a quanto pare, tutti gli altri conoscevano bene fin dall’infanzia. Si trattava di varie macchie vigorose di cocomero asinino. Dal tipo di fusto (angoloso, ruvido e strisciante) e di fiore (con i petali uniti tra loro, pentamero e giallo), pensavo, doveva essere sicuramente una cucurbitacea (per intenderci, la famiglia a cui fanno parte zucchina, zucca, cetriolo, cocomero e melone). La caratteristica stupefacente di questa pianta è che sfiorando il frutto maturo avviene una dispersione esplosiva di semi da un’apertura situata nel punto il pedicello si interrompe. E difatti il nome scientifico del cocomero asinino è Ecballium elaterium, di origine greca (ekballein = espellere). Anche il nome comune inglese (squirting cucumber = cetriolo che schizza) la dice lunga.

 

Ecballium elaterium, Murgia di Spinazzola (BA). Foto mie.

 

Senza entrare nel merito della specie, la quale è stata abbondantemente studiata dal punto di vista botanico e farmaceutico, camminando nella sagra successiva all’escursione, tra castagne e cardoncelli, pensavo che le piante hanno sviluppato innumerevoli adattamenti nei loro semi, con ogni forma diversa sviluppata per adattarsi a un ambiente e un ciclo di vita unici. Da qui la curiosità di approfondire di più l’argomento, di solito poco affrontato nei corsi universitari (ricordo solo qualche accenno nei corsi di Botanica e Botanica Sistematica che ho frequentato un secolo fa).

La dispersione dei semi di una pianta è una fase estremamente importante del suo ciclo di vita. Questa capacità ha permesso alle piante di colonizzare nuove aree e di migrare in risposta alle mutevoli condizioni del clima e della competizione con altre piante, influenzando così sia la dinamica che la composizione delle comunità vegetali e animali. La produzione di semi è stata senza dubbio una delle maggiori innovazioni evolutive che si sono verificate durante la radiazione delle piante terrestri. Le specie vegetali hanno sviluppato tantissime varianti di semi, con ogni forma diversa sviluppata per adattarsi a un ambiente e un ciclo di vita unici. I primi produttori di semi, le Gimnosperme, comprendenti le estinte Pteridosperme, e le conifere e le cicadofite oggi esistenti, hanno “semi nudi”, cioè che non hanno tessuti (frutti) attorno. Quando i coni delle conifere (le pigne) si asciugano, le loro brattee simili a scaglie si aprono lentamente, rilasciando i semi, che cadono dall’albero fluttuando nella brezza usando strutture simili ad ali, per poi germinare lontano dalla pianta madre. Alcuni dei loro parenti, tra cui il ginkgo e il tasso, producono semi con rivestimenti carnosi colorati che attirano uccelli e mammiferi, i quali poi li disperdono.

Furono le Angiosperme, le piante con fiori, che videro alcune delle più grandi modifiche nel modo in cui le piante potevano diffondere il loro materiale genetico. Inizialmente comparvero semi soffici e leggeri tanto da farsi trasportare dal vento (anemocoria). Alcuni generi, come Asclepias, producono grandi baccelli dai quali numerosi minuscoli semi attaccati esplodono nell’aria, come sottili paracadute, mentre in Clematis (clematide) le “code” allungate dei semi permettono loro di essere trasportati anche dal più leggero zefiro. Altre specie, come aceri e sicomori, hanno evoluto semi a “pala di elicottero” che si allontanano trasportati dal vento e dalla gravità. In altre specie ancora, le strutture uniche dei semi possono essere rivelate solo a livello microscopico, come quelle del pennello indiano (Castilleja flava), che hanno una forma cava a nido d’ape in grado di catturare l’aria.

 

Esempi di anemocoria: semi e frutti alati o con “paracadute”: a) valeriana, b) tarassaco, c) Epilobium, d) Clematis, e) acero, f) frassino, g) Tipuana, h) tiglio, i) carpino, j) Alsomitra.

 

Tempo fa ho scritto anche un artiolo sull’idrocoria, cioè sul trasporto nell’acqua di semi, polline, spore e frutti, ma un’altra strategia che si è rivelata di grande successo, e qui torniamo al nostro Ecballium, è stata quella di produrre semi stretti saldamente in frutti che a maturità scoppiano. In questo caso rientriamo nell’autocoria, cioè nella disseminazione operata senza l’aiuto di agenti estranei alla pianta, detta anche autodisseminazione. Anche un piccolo mammifero che passa accanto ad una bacca matura di cocomero asinino causerà un’esplosione di semi fino a 12 metri di distanza e alla velocità di 10 m/s (pari a 36 km/h !); e un minimo colpo a un frutto del balsamina (Impatiens glandulifera) attiverà un’eruzione velocissima di semi scuri in tutte le direzioni. Altri esempi notevoli di autocoria sono l’eiaculatore delle Bignoniaceae, un funicolo modificato, e le capsule esplosive nel genere Viola. Alcune piante, come i papaveri, hanno frutti a forma di saliera che gettano i loro semi a terra mentre ondeggiano nel vento e urtano i loro vicini. Oppure, nel caso di molte orchidee, semi della dimensione della polvere possono essere trasportati e portati via da un unico soffio d’aria.

 

Esempi di autocoria: rilascio esplosivo di semi in a) Impatiens, b) viola e c) cocomero asinino.

 

 

L’autocoria non è esclusiva dei semi, ma anche delle spore e del polline. La maggior parte delle piante adotta un rilascio passivo, per cui la posizione e la disposizione degli sporangi (dove maturano le spore) e delle antere (dove matura il polline) sopra o al di fuori di foglie, brattee o perianzio consentono al vento di trasportare le spore e il polline. Molte specie hanno un cono maschile, un amento o lunghi filamenti penzolanti da cui si distaccano le spore. La vibrazione di questi organi nella brezza può essere molto regolare ed è stato osservato che anche con un flusso d’aria moderato di 2-3 m/s, le infiorescenze di molte specie erbose si agitano in modo armonico.

 

Cono femminile di pino dove è mostrato l’intrappolamento del polline trasportato dal vento.

 

Amenti di Fagales ad impollinazione anemocora: fiori maschili e femminili di a) betulla, b) faggio e c) ontano.

 

I meccanismi di rilascio delle spore sono anche alimentati da variazioni della pressione dell’acqua, che si verifica quando le celle si disidratano. A questo proposito, gli elateri sono cellule allungate con una o più bande di ispessimento che permettono loro ti torcersi quando l’umidità cambia, muovendosi quindi igroscopicamente all’interno della massa delle spore. Essi si trovano inframmezzati alle spore e ne favoriscono la dispersione con movimenti igroscopici. Gli elateri si trovano in tre gruppi di piante: epatiche, antocerote ed equiseti. In alcune specie di epatiche, gli elateri sono attaccati a un piccolo elatoforo colonnare, alla base (Pellia) o all’apice (Riccardia) della capsula. In Cephalozia, l’elaterio viene compresso e si attorciglia mentre si asciuga, fino a quando la colonna d’acqua al suo interno si rompe; quindi balza indietro, torcendosi per scrollarsi di dosso le spore. Gli elateri di Frullania sono attaccati alla parte superiore e inferiore delle valvole della capsula; quando le valvole si aprono, allungano gli elateri, che si strappano alla base rilanciando spore.

 

Azione degli elateri di Frullania: la capsula si apre dividendosi in lobi; gli elateri attaccati alla parete della capsula si allungano e poi rilasciano come una molla, catapultando le spore fuori.

 

Di tutti i gruppi di piante senza semi, i muschi presentano la gamma più diversificata di meccanismi per la dispersione delle spore, con tantissime variazioni nella forma del peristoma. I denti del peristoma possono essere multicellulari e fatti di cellule intere o costruiti dalle parti di cellule adiacenti che si sono rotte a maturità. Il peristoma può essere attorcigliato e i denti possono essere biforcuti o filamentosi. Il restringimento della capsula di muschio spinge via l’opercolo a forma di tappo perché quest’ultimo si restringe meno del resto della capsula, spingendo così anche le spore verso l’apertura, dove i denti del peristoma, muovendosi igroscopicamente, sollevano le spore nel flusso d’aria. In alcuni generi, come Bryum, esiste un doppio peristoma: l’anello esterno si interdigita tra quello l’interno e raccoglie le spore sulle punte segmentate dentate, facendole sfuggire. Nei muschi di palude Sphagnum, l’opercolo esplode, sparando spore, a causa della pressione che si accumula all’interno quando la capsula si asciuga e si restringe.

 

Azione della capsula di Sphagnum durante il rilascio delle spore. L’opercolo esplode, lanciando le spore fuori quando la capsula si restringe a maturità.

 

Nelle felci leptosporangiate, c’è uno speciale anello di cellule, l’annulus, che aiuta a catapultare le spore dallo sporangio; le cellule anulari si restringono mentre si disidratano e alla fine lo sporangio si rompe lungo lo stomio in due parti, di cui una recante le spore. Immediatamente, l’acqua liquida all’interno delle cellule dell’anello si vaporizza sotto la tensione, rilasciando così la pressione in modo che le due parti tornino l’una vicino all’altra e le spore vengano catapultate nell’aria. Nell’ortica (Urtica dioica) gli stami sono curvati verso l’interno a mo’ di bocciolo e i filamenti sono piegati all’indietro come molle. Con il tempo asciutto, i filamenti scattano all’indietro, lanciando polline nell’aria. Quando il bocciolo di Broussonettia si apre, i filamenti spuntano e i granelli di polline vengono lanciati violentemente in aria. Infine, la mercorella comune (Mercurialis annua) ha peduncoli che si rompono, lanciando i fiori e il loro polline nell’aria.

 

 

Ma le piante da fiore non si limitano a usare solo i mezzi abiotici di vento, acqua e propulsione a getto per diffondere i loro semi. Poiché le piante da fiore si sono gradualmente irradiate e si sono differenziate a partire dal Cretaceo (circa tra 145 e 65 milioni di anni fa), il ruolo degli animali è diventato sempre più importante per la loro sopravvivenza. I semi appiccicosi di Galium aparine si sono evoluti per aderire agli uccelli e ai mammiferi che sfiorano la sua vegetazione gommosa, e così anche i semi uncinati di Hackelia americana si sono adattati per avere un passaggio dagli animali di passaggio, aggrappandosi alla loro pelliccia. Questi metodi semplici ma efficaci di dispersione dei semi si sono rivelati molto vantaggiosi.

Di pari passo con l’evoluzione dei fiori, un gran numero di specie animali divenne presto necessario per trasportare polline, e col tempo anche le Angiosperme iniziarono a sviluppare organi specializzati per incoraggiare gli animali a disperdere i loro semi. Tutti gli animali sono eterotrofi, devono cioè consumare nutrienti organici per sopravvivere, e in generale quegli individui che hanno un migliore accesso ai nutrienti saranno più sani e più forti e, a loro volta, avranno maggiori possibilità di riprodursi. Questa necessità è stata sfruttata dalle piante, che hanno offerto i loro semi agli animali confezionandoli in un rivestimento nutriente. In questo modo gli animali li ingeriscono e in seguito li depositano lontano nei loro escrementi (zoocoria). Gustose, seducenti e colorate strutture di polpa zuccherina si sono evolute per racchiudere i semi di varie Angiosperme, attirando al banchetto gli animali che, inconsapevoli, li trasportano in luoghi adatti per la loro germinazione. Erano comparsi i frutti, ma questa è un’altra storia che racconteremo un’altra volta.

 

Grazie a loro, ho scritto:

 

Benson W (2016) Kingdom of Plants. A Journey Through Their Evolution. Collins.

Gledhill D (2008) The Names of Plants. Cambridge University Press.

Ingrouille M, Eddie B (2006) Plants: Evolution and Diversity. Cambridge University Press.

Thompson JD (2005) Plant Evolution in the Mediterranean. Oxford University Press.

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Set
24
2019
0

Un approccio empatico

 

Parlo ancora una volta del Giappone, stavolta aiutandomi con molte immagini perché, credo siano più esplicative delle mie parole nel dipingere un popolo che nutre un profondo rispetto nei confronti della natura, delle piante e degli alberi in particolare. Seppure con molte contraddizioni (come la caccia ai grossi cetacei e la pesca indiscriminata di specie ai vertici della catena alimentare marina, e lo scarso utilizzo di energie rinnovabili), il Giappone stupisce per il suo profondo rispetto nei confronti degli alberi. La cultura shintoista considera infatti divinità anche gli elementi naturali, come le piante, le rocce, l’acqua e l’aria. Sugli altari dei templi shintoisti è facile trovare non statue né quadri, ma rami, alberelli, rocce e talvolta niente (le divinità aeree). A volte, queste divinità sono vestite con cappellini e bavaglini lavorati a mano, come se fossero bambini da accudire e a cui voler bene.

 

 

Nell’immenso Yoyogi Park e nei pressi del santuario Meiji, nel cuore di Tokio, è facile imbattersi in persone che fanno yoga tra gli alberi, che li abbracciano come se fossero vecchi amici, che pregano e contemplano di fronte ad essi. E, ancora, alberi secolari e monumentali risiedono in grandi parchi, in giardini, ma anche in minuscoli cortili, come questo cedro dell’Himalaya (Cedrus deodara) nella zona dei templi attorno al parco di Ueno, a Tokyo.

 

O questo cedro giapponese (Cryptomeria japonica) in un anfratto del santuario Kasuga a Nara.

 

E ancora, alberi che ricordano o hanno assistito ad eventi o che testimoniano episodi importanti, come gli alberi reduci di Hiroshima o quelli derivanti da essi.

 

In molti parchi pubblici, vere e proprie foreste nel cuore di città cementificate e densamente popolate, o nei giardini bellissimi di Tokyo, Okayama e Kanazawa, o nei templi di Nara, Ise e Kyoto, gli alberi sono curati con esche naturali che agiscono contro i parassiti del legno, coperti con tessuti naturali e piccole palizzate, sostenuti con pali di legno e corde per evitare che i rami più vecchi e sbilanciati cadano o si spezzino, cicatrizzati con tappi e cerotti quando i rami cadono naturalmente o sono tagliati per potature di emergenza, spesso per evitare attacchi dei parassiti che, in un clima così umido e spesso caldo, proliferano velocemente.

 

 

Si tagliano gli esemplari con il fusto più alto e regolare per farne colonne per gli immensi portali di accesso (torii) shintoisti (come è avvenuto per le colonne dei nostri templi, da quelli greci fino alle cattedrali romaniche e gotiche). Questo avviene anche frequentemente, dal momento che i templi sono di solito ricostruiti ad intervalli di 20 anni.

 

 

Si venerano rami e fronde (qualcosa del genere ricordano le fronde e i rami durante domenica  delle Palme o i culti arborei nel Meridione d’Italia retaggio di religioni precristiane). Rami di camelia, magnolia, bambù e ciliegio sono esposti in vasi disposti sugli altari dei templi shintoisti di tutto il Paese.

 

 

Nel santuario di Ise, sobrio e solenne, c’è un esemplare di cedro giapponese la cui corteccia è completamente liscia per tutte le volte che i fedeli l’hanno toccata con venerazione, come per il piede della statua bronzea di San Pietro in Vaticano.

 

Anche le radici sono oggetto di ammirazione e venerazione.

 

In Giappone, molti cimiteri sono immersi nella natura, con tombe circondate da alberi ad alto fusto, come il monumentale Okunoin, posto in un bosco fitto e misterioso di criptomerie.

 

Per non parlare dei fiumi di persone che in primavera vanno nei giardini per ammirare la fioritura dei ciliegi.

 

P.S.

Perché questo articolo? Non certo solo per elogiare il rapporto tra uomo e natura proprio della cultura giapponese (ne abbiamo ottimi esempi anche noi, nella nostra cultura), che comunque ammiro molto, o per spiattellare le mie esperienze lavorative. Mi rendo conto che negli ultimi articoli di questo blog abbia dato meno enfasi agli aspetti più meccanicistici e riduzionisti, che pure hanno caratterizzato e caratterizzano la mia formazione scientifica. Questo cambiamento potrebbe essere oggetto di critiche. Ritengo che, oggi più che mai che sia urgente e necessario anche un approccio emotivo nei confronti dei problemi ambientali. Gli effetti dei cambiamenti climatici sono ormai drammatici e le preoccupazioni ad essi correlate si riflettono in molti campi, dal cinema – anche fantascientifico e più “leggero” (vedi il divertente Downsizing) – alle proteste giovanili ispirate da Greta Thunberg, alle nuove politiche (vedi le recenti decisioni “green” della Germania e, speriamo, di tutti gli altri paesi europei) e così via. Persino nella letteratura scientifica, più restia ai cambiamenti paradigmatici, si sta assistendo ad un profondo cambiamento di rotta, con la presenza di riviste come Plants, People, Planet o Nature Ecology and Evolution, le quali pubblicano lavori basati su una visione interdisciplinare, olistica e a volte anche empatica del mondo vegetale.

Sono convinto che ci troviamo in piena emergenza, con un punto di non ritorno ormai prossimo, se non superato. È stato ormai dimostrato, semmai ce ne fosse stato bisogno, che il cambiamento climatico è causato dall’uomo e che bisogna fare presto, per cui non c’è più tempo per ulteriori studi ma bisogna mettere in pratica quello che già si sa. I biologi vegetali devono essere consapevoli che, mentre stanno studiando il trasporto dell’auxina o i tricomi delle foglie di olivo (per dirne due a caso), a causa di deforestazione e incendi, scompaiono miliardi di alberi e, in generale, le piante si stanno estinguendo ad un tasso doppio rispetto a quello di mammiferi, anfibi e uccelli messi insieme. Eppure, anche tra scienziati e docenti universitari, c’è ancora chi nega questa evidenza.

I cambiamenti culturali e industriali necessari perlomeno per affrontare l’emergenza sono però troppo lenti. Al contrario, tutti gli organismi fotosintetici, dai batteri alle alghe alle piante, sono “pronti all’uso” perché assorbono CO2 dall’aria utilizzando solo energia solare, acqua e pochi nutrienti minerali. Loro hanno avuto a disposizione miliardi di anni di tentativi che hanno permesso loro di colonizzare tutta la Terra e di ambientarsi alle nicchie ecologiche più ostili e remote.

Dobbiamo far tesoro di questo tempo, perché noi non ne abbiamo più.

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