La belle verte » Senza categoria
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Feb
26
2019
0

Mater artium natura

 

Tipico panorama murgiano (foto mia)

 

Con il termine di “prato” si intende comunemente un popolamento costituito in tutto o quasi da specie vegetali erbacee. Le praterie temperate normalmente si trovano all’interno dei continenti, lontano dall’influsso dei venti ricchi di umidità provenienti dai mari, in zone che hanno inverni freddi ed estati calde e precipitazioni scarse durante tutto l’anno. Quindi in Italia dovremmo trovarle quasi solo nelle zone interne, delle Alpi e dell’Appennino. I nostri prati aridi hanno, al contrario, un’estensione molto più vasta, perché spesso si sono sviluppati – come prati secondari – in aree coperte un tempo da boschi che sono stati distrutti dall’uomo in tempi più o meno remoti.

Tra questi prati aridi, quello a me geograficamente più vicino sono le Murge, una parte di Puglia poco conosciuta e non turistica, a suo modo ricca di sorprese. Le Murge sono un altipiano carsico che si estende tra la Puglia centrale e la Basilicata orientale. Si tratta di prati secondari, in parte spietrati e coltivati. Le Murge sono in una condizione intermedia, tra prato e pascolo, con specie erbacee sfalciate nel periodo primaverile-estivo, per essere poi utilizzate durante il resto dell’anno come aree di pascolo per il bestiame. In queste formazioni vegetali, oltre alle specie seminate – prevalentemente cereali – si insediano piante erbacee spontanee che contribuiscono a formare un ambiente seminaturale. Una peculiarità delle Murge è la scarsità di acqua, non strettamente connessa ad una bassa piovosità (spesso inferiore a 500 mm annui) ma anche dovuta alla composizione litologica e chimica del terreno.

Il censimento floristico delle Murge ha portato al rinvenimento di oltre un migliaio di specie. Tra queste, ci sono entità vegetali poco comuni, autentici tesori che impreziosiscono l’altopiano, in alcuni casi vere e proprie rarità floristiche di straordinario interesse scientifico e fitogeografico. Gli ambienti carsici murgiani sono inoltre caratterizzati da doline, inghiottitoi, canyon e grotte di origine carsica. Si tratta di substrati altamente permeabili in cui l’acqua s’infila rapidamente nel sottosuolo. Per questo motivo sono frequenti gli ambienti rupestri che, con le loro caratteristiche estremamente conservative, permettono la sopravvivenza di molte specie vegetali rare, nonostante le vicissitudini geologiche e climatologiche del passato, rappresentando così delle isole floristiche dove sono rimaste accantonate specie relitte, reminiscenze di una flora arcaica oggi quasi del tutto scomparsa. In particolare, le pareti verticali a strapiombo delle gravine offrono asilo a numerose entità vegetali dai colori vivaci e di incomparabile bellezza, che erompono quasi per miracolo da ogni più piccola fessura ove si è potuto raccogliere un po’ di terriccio. Ad entità a diffusione tirrenico-occidentale, si aggiungono specie a irradiazione mediterraneo-orientale (es. Balcani); per cui le Murge sono un confine biologico di grande importanza, un territorio di incontro in cui le specie vegetali orientali si mescolano con quelle occidentali, dando origine ad una flora di grande ricchezza e varietà.

Un’altra caratteristica delle Murge è il limitato sviluppo, la degradazione o la completa assenza del suolo. I prati aridi murgiani sono presenti in zone in cui affiorano rocce calcaree o dolomitiche, su aree caratterizzate dall’assenza di scorrimento idrico superficiale dovuta a fenomeni di tipo carsico. La scarsità di risorse nutritive disponibili nel terreno, causata anche da fattori climatici e dal continuo disturbo antropico, rendono impossibile la ripresa del bosco, che scompare o diviene rado. Dove la roccia è affiorante, se il suolo è presente, esso richiede generalmente tempi lunghissimi per formarsi e, qualora venga eroso, si riforma difficilmente. Inoltre, la composizione chimica dei calcari murgiani inibisce i processi pedogenetici. A questo contribuiscono le attività umane connesse alle pratiche agricole e silvo-pastorali, che rendono brulle in modo permanente queste aree un tempo boschive. Infine, il pascolo intensivo e i ripetuti incendi, spesso di natura dolosa, facilitano il denudamento dei versanti e l’erosione del suolo.

 

Adattamenti ecologici della vegetazione murgiana

A causa delle alte temperature estive, degli alti livelli di irraggiamento e di scarsità idrica stagionale, le Murge sono un ambiente difficile per le piante. Le strategie adottate da queste per vivere in tali condizioni sono essenzialmente di due tipi: temporali e morfologiche. La specializzazione temporale più spinta è quella delle specie erbacee annuali a ciclo breve, dette terofite, che trascorrono la stagione avversa sotto forma di seme, germogliano, crescono, fioriscono e fruttificano nell’arco di poche settimane, pochi mesi al massimo, approfittando della breve stagione umida (primavera e, in parte, autunno). D’altra parte, gli adattamenti di tipo morfologico sono mirati a limitare la traspirazione attraverso gli stomi delle foglie, con la riduzione della superficie fogliare o con l’abbondante presenza di peli che ricoprono la superficie fogliare. I feltri lanosi di peli che ricoprono fusti e foglie (detti tomentosi) hanno anche la funzione di proteggere dall’eccessiva irradiazione solare che, oltre a favorire l’evaporazione, potrebbe danneggiare i tessuti a causa i raggi ultravioletti.

Un’altra caratteristica della vegetazione delle Murge è di presentare aree, per lo più piccole ma numerosissime, interamente occupate da piante annue, nane e precoci. Le radure nella macchia e le piccole aiuole naturali di terra tra le rocce nude sono le stazioni predilette di varie specie di piccole dimensioni e di altre che, normalmente, raggiungerebbero dimensioni maggiori, ma che invece rimangono nane pur fiorendo e fruttificando, e muoiono senza avere raggiunto la loro statura normale. Successivamente, nelle stesse stazioni alla vegetazione nana subentra una nuova generazione di piante di maggiori dimensioni, che cancella qualsiasi traccia della precedente.

L’insieme di questa vegetazione annua, nana, precoce e fugacissima viene detta “microflora mediterranea precoce. Il “nanismo” è un fenomeno biologico di adattamento all’ambiente causato dal fatto che nei luoghi dove si sviluppa la microflora non vi sono piante perenni, perciò il terreno è adatto, quando sopraggiungono le prime piogge autunnali, al germogliamento di un gran numero di semi. In questo terreno libero da competitori, le giovani piante si sviluppano bene da principio, ma ben presto comincia la competizione: viene a mancare lo spazio ed il nutrimento e le piante arrestano il loro accrescimento. Mentre le specie normalmente piccole hanno, nel frattempo, acquistato il loro sviluppo completo, quelle appartenenti alla microflora si bloccano prima di averlo raggiunto. Tuttavia, anche queste ultime possono fiorire e fruttificare, perché le vicine, piccole anch’esse, non competono con loro né per la luce, né per lo spazio, né tantomeno per i nutrienti del suolo. Terminato il ciclo vegetativo di questa microflora precoce, germogliano e si sviluppano altre specie, più tardive, le cui giovani piantine crescono tra le piante nane in fiore e in frutto, e producono una seconda vegetazione, più ricca. Anche quest’ultima è annuale e termina il suo ciclo prima della calura estiva, lasciando libero il terreno fino all’epoca in cui inizia il nuovo germogliamento dei semi.

 

Schema illustrante l’evoluzione della vegetazione mediterranea e submediterranea (fonte: Quaderni Habitat n. 12).

 

Utilizzi pratici delle specie vegetali murgiane

Ho già parlato qualche anno fa dell’uso pratico di due specie tipiche delle Murge: la ginestra odorosa (Spartium junceum) per fabbricare contenitori detti “grilli” e la ferula (Ferula communis) per costruire sgabelli detti “firlizze. In realtà, però, sono tante le specie che venivano usato a scopo artigianale, edule e medicinale. Nelle piane di Altamura e Gravina, fino al secolo scorso, ogni persona conosceva almeno 30 piante di uso pratico. Oggi si cerca di recuperare questo patrimonio culturale ma, come accade per una lingua persa, è difficile trasmettere di nuovo queste conoscenze alle nuove generazioni.

Varie specie di asfodelo (Asphodelus spp.), frequenti nei pascoli impoveriti rimasti a lungo incolti, erano utilizzate in per intrecciare i caratteristici cesti per il pane (panieri) e canestri (corbule), decorati con motivi geometrici ottenuti dall’alternanza di fibre più chiare (prelevate all’interno della pianta) e più scure (all’esterno). Per preparare i manufatti i fusti di asfodelo, sradicati e raccolti in fasci all’inizio della primavera, erano esposti al sole per circa venti giorni, quindi tagliati in listarelle ed essiccati all’aria. Prima di essere lavorati, venivano posti a bagno per alcune ore. I tuberi di asfodelo venivano lessati, sminuzzati e applicati sulla pelle per lenire gli arrossamenti.

 

Cesto realizzato con asfodeli (fonte: Quaderni Habitat n. 12).

 

Le foglie del cardo mariano (Silybum marianum), eliminate le spine, erano cotte in brodo; i fusti più giovani venivano privati della cuticola, tagliati a pezzetti, quindi lessati o fritti; i capolini, privati delle parti fibrose e spinose, erano cucinati come i carciofi. I frutti (acheni) erano usati per curare i disturbi del fegato perché contenenti silimarina. L’elicriso (Helichrysum italicum), pianta aromatica dalle proprietà antinfiammatorie, era comunemente utilizzato come digestivo in campo veterinario. La stramma (Ampelodesmos mauritanicus), anche conosciuta come “tagliamani”, era adoperata per intrecciare funi, cesti per il pesce e recipienti per granaglie e ortaggi, e per impagliare damigiane, fiaschi e sedie. Con le sue lunghe infiorescenze, si realizzavano torce e la copertura di capanne rustiche. È documentato l’antichissimo uso di questa pianta per legare la vite, come attesta il nome greco: “ampelodesmos” (da “ampelos” = vite, e “desmòs” = legaccio). E, tra le specie eduli, le immancabili la cicoria comune (Cichorium intybus), sivone (Sonchus oleraceus), la rucola (Eruca vesicaria) e la borragine (Borago officinalis), raccolte e mangiate abbondantemente ancora oggi.

Tra la vegetazione delle Murge si trovano molte piante mediterranee, il cui areale, caratterizzato da maggiore umidità, si sovrappone spesso a quello dei prati secchi. Tra quelle utili, ricordiamo il corbezzolo (Arbutus unedo), di cui ho già parlato, il pungitopo (Ruscus aculeatus), le cui foglie appuntite e sclerotizzate allontanavano i topi dalle derrate alimentari, e varie specie di ginepro (Juniperus spp.), dalle proprietà diuretiche, queste ultime due trattate in un post di qualche anno fa. In particolare, il ginepro era usato per produrre carbone, scolpire statue, bastoni e piccoli oggetti (come anche si faceva con il legno di mirtoMyrtus communis), e il suo legno veniva distillato per produrre l’olio di Cadé, usato per curare le malattie della pelle a causa delle sue proprietà disinfettanti e vulnerarie. E ancora, l’erica arborea (Erica arborea) e la fillirea (Phyllirea spp.), usate in passato per la produzione di carbone e di scope, e le cui fascine di rami servivano per coprire i tetti e le pareti delle case povere, l’euforbia arborea (Euphorbia dendroides), il cui lattice velenoso un tempo era sfruttato per la cattura dei pesci, buttando i rami della pianta negli specchi di acqua dolce, e l’asparago selvatico (Asparagus acutifolius), dai turioni commestibilei e dalle proprietà diuretiche. Quest’ultimo cresce soprattutto in prossimità delle zone più secche e brulle, come ad esempio nelle fessure dei muretti a secco, che sono un segno distintivo delle Murge, e sotto i tronchi di grani alberi (olivo, carrubo, ecc.). Infine, una specie dal nome molto evocativo, nonché ingrediente magico e alimento principale dei Puffi, è la salsapariglia, o strappabraghe (Smilax aspera), a causa del fusto legnoso, molto ramificato e ingarbugliato, glabro, tenace e provvisto di spine rivolte all’indietro, presenti anche sul bordo e sulle nervature delle foglie, i cui frutti (e in minor misura le radici) hanno proprietà depurative grazie all’alto contenuto di saponine.

 

Puffo che mangia una foglia di salsapariglia (copyright: Peyo).

 

Prima di concludere questo lungo articolo, vorrei citare due specie che ho ritrovato spesso sulle Murge (sto pensando in questo momento che dovrei camminare più spesso per campagne e mi sto riproponendo di farlo): la marruca (Paliurus spina-christi) e il lumino greco (Ballota acetabulosa). La prima, parente del giuggiolo (Ziziphus jujuba), è un arbusto spinoso, il cui nome scientifico indica che i suoi rami sarebbero serviti per costruire la corona di spine di Gesù. Di sicuro, i rami più vigorosi e dritti della marruca erano utilizzati per appendere i grappoli d’uva e i pomodori da conservare per l’autunno e i primi mesi invernali, e per costruire siepi impenetrabili per recintare i campi a difesa dal bestiame al pascolo. Inoltre, i frutti, edibili e dal sapore di mela secca, erano tostati e macinati per produrre un surrogato del caffè, e hanno proprietà diuretiche, ipoglicemizzante e anticolesterolemiche.

 

Corona di spine (copyright: Orto Botanico di Napoli).

 

La seconda pianta, il lumino greco, è ancora più curiosa: i suoi calici imbutiformi delle infiorescenze essiccate erano infatti utilizzati, prima dell’avvento dell’elettricità, a mo’ di stoppini vegetali per alimentare lampade e lumini. I calici venivano bagnati nell’olio e appoggiati capovolto in un piccolo contenitore in terracotta contenente una parte di olio e due parti di acqua, e poi accesi.

Anche se il lumino è greco, piuttosto direi: “mater artium necessitas”.

 

Infiorescenze essiccate del lumino greco (fonte qui).

 

Grazie a loro, ho scritto:

Appunti personali.

Cifarelli S (2016). La pianta dei lumini. https://biodiversitapuglia.it/la-pianta-dei-lumini/

Medagli P, Gambetta F (2015) Le piante del Parco. Collana Parcomurgia.

Paliurus spina-christi. https://it.wikipedia.org/wiki/Paliurus_spina-christi

Quaderni Habitat n. 12 (2009) I prati aridi. Coperture erbacee in condizioni critiche. Ministero dell’Ambiente.

Quaderni Habitat n. 6 (2008) La macchia mediterranea. Formazioni sempreverdi costiere. Ministero dell’Ambiente.

Signorile L (2018) I muretti a secco riconosciuti Patrimonio dell’Umanità. http://www.nationalgeographic.it/popoli-culture/2018/11/29/news/i_muretti_a_secco_sono_diventati_patrimonio_dell_umanita_-4209119/

 

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Gen
31
2019
0

Verdecarenza

 

 

Troverai più nei boschi che nei libri.
Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà.

(San Bernardo di Chiaravalle)

 

Tre anni fa ho scritto un articolo sui benefici del verde sul nostro benessere psico-fisico basandomi sulla letteratura scientifica e sulla mia esperienza personale. A livello più o meno inconscio, sperimento ogni giorno la necessità di avere intorno a me delle piante, probabilmente perché ho fortunatamente trascorso la mia infanzia tra parchi urbani e montagne. Tornando al presente, qualche settimana fa ho partecipato ad un convegno e lì stavo parlando con un collega sugli effetti del verde sul benessere degli scolari e dei pazienti, a tal punto – gli dicevo – che in molti paesi si stanno progettando scuole e ospedali con dei veri e propri piani arredati con serre piene di piante. Negli ospedali, infatti, si assiste ad una diminuzione dei tempi di degenza fino al 25% in presenza di piante, con un notevole risparmio sulle spese sanitarie. Incredibilmente, dopo nemmeno 5 minuti, è andato sul palco un altro collega che ha ripetuto quasi parola per parola quello che stavo appena dicendo. La vicenda era a dir poco sorprendente, perché non eravamo sincronizzati volontariamente e lui non aveva tantomeno ascoltato il mio discorso. Dopo un po’, il “mistero” è stato svelato: oltre che accomunati da una certa sensibilità per queste tematiche, avevamo da poco letto lo stesso libro, Shinrin-Yoku – Immergersi nei Boschi, Qinq Li (Rizzoli Ed.).

Non voglio assolutamente fare la recensione di questo bel libro – non impegnativo da leggere ma basato su rigorose indagini scientifiche (l’autore è un autorevole immunologo giapponese, esperto di medicina forestale) – né rivangare la letteratura scientifica già commentata nello scorso articolo, ma vorrei parlare un po’ il concetto alla sua base: il bosco come nutrimento per l’anima e del corpo.

L’aria nelle foreste è infatti colma di una vasta gamma di sostanze chimiche, raggruppate nella categoria – non chimica ma funzionale – dei fitoncidi. Il termine “fitoncida” significa letteralmente “ucciso dalle piante” ed è stato coniato da nel 1937 dal Dr. Boris P. Tokin (1900-1984), un biochimico russo dell’università di Leningrado. Sono prodotti dalle piante come strumento di comunicazione (intraspecifica e interspecifica) tra le chiome degli alberi e come difesa chimica nei confronti dei microorganismi (azione antibiotica) e degli erbivori (insetti e altri animali; azione repellente). Chimicamente parlando, i fitoncidi comprendono soprattutto oli essenziali volatili (terpeni in primis), per cui la loro concentrazione nell’aria aumenta all’aumentare della temperatura. I terpeni sono metaboliti secondari prodotti dalle piante, i cui effetti sulla salute umana sono stati relativamente poco studiati, ad esclusione del loro uso come aromi nei cibi o nei profumi. Molti fitoncidi hanno aromi molto specifici e gradevoli al naso umano e sono sprigionati soprattutto, ma non solo, dalle conifere, costituendone le loro resine. In molte angiosperme, conferiscono a ogni fiore un caratteristico odore o aroma. Ebbene, le immersioni nei boschi, e di conseguenza in queste essenze, hanno effetti benefici notevoli sul sistema immunitario, riducono gli ormoni dello stress, garantiscono periodi di sonno più lunghi grazie a un migliore metabolismo della melatonina, diminuiscono tensione, ansia, rabbia, ostilità, affaticamento e confusione mentale. Altri effetti “secondari”, analoghi a quelli dell’attività sportiva, sono il miglioramento dell’umore, la diminuzione della pressione sanguigna e della frequenza cardiaca, una migliore funzionalità del cuore, il rallentamento dell’attività nervosa simpatica e la promozione di quella parasimpatica, che ci fa sentire rilassati e a nostro agio. L’effetto benefico è riproducibile, sebbene in misura minore, se diffondiamo in spazi chiusi gli stessi oli essenziali usando diffusori di vario tipo, candele o contenitori con trucioli di legno, che possono accoglierci con l’odore della foresta ogni volta che entriamo in casa o nel luogo di lavoro.

Nei paesi nordici – e scandinavi in particolare – e nei paesi dell’Est asiatico la cultura del verde è più sentita che in Italia e le passeggiate nel bosco sono una norma anche durante gli orari di lavoro. Ricordo una volta in Svezia, una docente che smise di parlarmi all’improvviso per l’urgenza di fare una passeggiata nel bosco in inverno e dovetti seguirla per continuare il discorso. Un altro mio collega belga, da cui ho preso spesso ispirazione per la mia attività scientifica, è stato ospitato a Matera, il luogo dove lavoro. Una sera, alla domanda dell’albergatore: “Signore, quale musica desidera come sottofondo?”, lui rispose: “Il silenzio è la migliore musica, soprattutto in un’area [n.d.r. i Sassi di Matera] bella e silenziosa come questa”. Lì per lì non ci pensai, ma effettivamente i Sassi di Matera sono molto particolari in quanto costituiscono un ecosistema urbano da un lato povero ed essenziale (non consideriamo la situazione turistica e lussuosa attuale) ma dall’altro perfettamente inglobato nell’ambiente circostante. Difatti, gli stessi Sassi sono per metà grotte e per metà case e sono circondati da canyon naturale, e l’intera area è un’oasi di silenzio dall’atmosfera quasi surreale immersa in una città moderna. Gli ecosistemi naturali sono, per l’appunto, enormi riserve di silenzio contraddistinte da panorami pacifici e contemplativi (su YouTube potete trovare file audio registrati nelle foreste più belle). Le chiome degli alberi inoltre hanno un effetto fonoassorbente dovuto al loro elevato contenuto di acqua e alla loro stratificazione, e le foglie sono un po’ come i pannelli di una sala di incisione. Da biologo, sono consapevole che sotto il silenzio delle foreste si svolge la lotta per la sopravvivenza di molteplici organismi viventi – per cui si tratta di una pace apparente – e non mi vorrei mai trovare al posto di un cacciatore-raccoglitore del Paleolitico, non per altro perché non avrei tempo libero per fare tutto quello che mi piace e mi interessa, ma di sicuro apprezzo la pace di un’area naturale.

Insieme a olfatto e udito, è anche la vista a trarre beneficio dalle foreste. Uno statunitense medio trascorre dalle 6 alle 8 ore davanti a un qualche tipo di schermo LED, pari al tempo impiegato per dormire. La luce di questi schermi è bluastra e con uno spettro molto diverso da quello solare, più spostato verso le componenti rosso-arancio. Questo tipo di luce affatica la vista e predispone allo stress. Inoltre, studi recenti suggeriscono che siamo preparati a riconoscere e apprezzare le regolarità degli elementi naturali, come ad esempio i frattali dei rami di un albero, delle nervature e della disposizione delle foglie, o delle ramificazioni di un corso d’acqua. Fino all’avvento dell’agricoltura (stimata a circa 10.000 anni fa), siamo stati per circa 300 milioni di anni immersi giorno e notte nella natura e, per questa ragione, l’abbiamo sempre considerata la nostra casa. I frattali naturali ci riconducono a quella familiarità, ormai inscritta nel nostro comportamento profondo, che ci rilassa e ci conforta e ci fa sentire meglio, liberandoci da emozioni negative. È stato altresì stimato che per stare bene in un ambiente, ognuno di noi dovrebbe essere circondato da almeno 20 alberi o almeno da altrettante piante di appartamento.

Infine, è noto e accertato l’effetto delle piante come purificatori naturali dell’atmosfera. Le parti epigee delle piante, soprattutto quelle fitte e dense delle chiome degli alberi, agiscono come spugne e assorbono il particolato atmosferico delle città, responsabile di asma, malattie cutanee e tumori.  È possibile portare portare un po’ di foresta in casa per purificare l’aria? È stato infatti stimato che l’aria degli ambienti chiusi, può essere fino a 5 volte più inquinata di quella dell’esterno. Ne sanno qualcosa anche gli astronauti, che vivono in stazioni spaziali anguste e dall’aria fetida, anche se per fortuna il loro olfatto si assuefa a qualsiasi odore, fino al punto da non avvertirlo più. Per rimediare a questo, la NASA ha identificato dieci piante adatte a crescere nelle future stazioni spaziali orbitanti: spatafillo, potos, edera, crisantemo, gerbera, sanseveria, palma di bambù, azalea, dracena e falangio. Sono tutte specie sciafile, per cui hanno bisogno di poca luce e vivono bene – tornando sulla Terra – anche nei nostri appartamenti, dove purificano l’aria e ne aumentano l’umidità (il nostro riscaldamento casalingo rende infatti l’aria troppo secca, dannosa per il nostro sistema respiratorio).

Al giorno d’oggi, viviamo in carenza di verde cronica. Da due anni, più del 50% della popolazione mondiale abita attualmente nelle città. Nel 2030 è previsto che si arriverà al 60%. Le città consumano il 75% dell’energia mondiale e sono responsabili dell’80% delle emissioni di gas serra e di altri inquinanti.  È per questo motivo che paesi e amministratori più attenti e sensibili arricchiscono i centri urbani di spazi verdi, perlomeno per mitigare l’effetto nocivo dei mari di cemento armato. Essere circondati da piante ci fa sentire più calmi e felici e dovrebbe essere obbligatorio progettare città ed edifici pubblici includendo parchi e piante. D’altra parte, sarebbe consigliabile portare i bambini nelle foreste per dare loro una sorta di imprinting dalle future ricadute positive: crescere con una carenza di verde, privi di un bisogno naturale così importante ma non soddisfatto, potrebbe causare malesseri psico-fisici le cui cause sarebbero difficilmente individuabili da adulti.

 

(fonte dell’immagine: Alberi Ricorsivi – Stefano Berardi)

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Dic
31
2018
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Funghi a scuola

 

Ho atteso la fine dell’anno per questo articolo, un po’ personale e largamente impersonale, per tre ragioni: a) è un estratto di una bellissima – per merito della candidata – tesi di laurea in Scienze della Formazione Primaria, della quale sono stato relatore; b) lo considero un efficace esempio di didattica delle scienze (e sappiamo quanto questo sia importante in questo periodo di analfabetismo scientifico); c) ha un’esauriente parte sperimentale – caso raro in questo tipo di tesi – che ci fa intravedere i fenomeni studiati attraverso gli occhi dei bambini e di una futura insegnante appassionata e paziente.

Il resoconto degli esperimenti, sempre molto preciso, con osservazioni personali e originali, tempistiche, materiali e metodi, e fotografie esplicative, è riportato a mo’ di taccuino/diario. Il merito del lavoro è di fornire metodi che possono essere svolti facilmente con materiale a basso costo (ma anche con tanto lavoro dell’insegnante) in una classe di scuola elementare. Il tono e il registro usati manifestano sempre la meraviglia (mai magica, ma sempre rigorosamente scientifica) dei risultati ottenuti. Questo è di fondamentale importanza nell’insegnamento, proprio perché il primo aspetto che gli studenti colgono in un insegnante, siano essi bambini o studenti universitari, è la passione. È questa, a mio parere la prima dote necessaria per una trasmissione efficace delle conoscenze. In fin dei conti, per trasmettere una fiamma, bisogna avere la fiaccola accesa; se questa è spenta, è meglio cambiare mestiere.

Ritengo che i lavori qui descritti abbiano pari dignità rispetto a quelli specialistici che continuamente e con soddisfazione pubblico su riviste internazionali o alla divulgazione prettamente scientifica. È durante l’infanzia che maturano le passioni e le inclinazioni, spesso in modo imprevedibile e incontrollabile, a volte a scoppio ritardato, altre volte latenti. Continuando con le metafore ignee, senza tante piccole scintille e vari tentativi, non si può pretendere di accendere un fuoco. Numerose sono le storie di scienziati che, da bambini, si sono appassionati ad esempio a un fumetto o sono rimasti colpiti dalla proiezione di un film o di un documentario, per poi intraprendere carriere di successo. Ancora più numerose sono le storie di grandi scienziati che hanno avuto la fortuna di incontrare insegnanti appassionati di scienze durante il loro percorso scolastico. Qui risiede l’importanza di questa bella tesi.

Preciso che per la pubblicazione di questi contenuti, sono stati chiesti gli opportuni permessi. Nel caso siate interessati a maggiori dettagli, contattatemi.

Buon anno nuovo a tutti!

 

 

1)             Primo esperimento: coltivare funghi commestibili in classe

 

Il periodo invernale è l’ideale per la coltivazione delle ballette in classe, in quanto, per svilupparsi, i funghi hanno bisogno di una temperatura che vari tra i 15 e i 18 °C. Reperire le ballette è ormai molto facile, si possono acquistare nei consorzi agrari, nei vivai, si possono trovare facilmente anche su internet, ed essere ordinate on line. All’interno di questo preparato si trovano già in incubazione i miceli del fungo. Quindi, non si deve fare altro che porre la balletta in un luogo idoneo. Fondamentale è che non ci sia troppa luce, e che il luogo sia ben riparato. In genere i posti preferibili in casa sono un sottoscala, un garage o una cantina. La balletta deve essere liberata dall’involucro in cui si trova e annaffiata con regolarità, usando uno spruzzino, affinché l’acqua venga distribuita in modo uniforme. L’esperienza della coltivazione dei funghi, ben si presta ad essere affrontata in aula. È possibile coinvolgere i bambini a 360° chiedendo loro, per iniziare, di portare ciascuno un bicchierino di terra coi cui ricoprire le ballette. A rotazione, poi, saranno loro stessi ad innaffiare i pani, a prendere le annotazioni riguardo il tempo impiegato dai funghi per nascere, a decidere quando raccoglierli e a portarli a casa, per poter infine assaggiare il frutto del loro lavoro. Personalmente, ritengo che questa esperienza possa essere molto adatta da affrontare in classe, in quanto può essere utilizzata sia per spiegare agli alunni lo sviluppo dei funghi, sia per mostrare loro il lavoro che si compie per produrre i beni primari per l’uomo (in questo caso, lavorare per prodursi il cibo).

 

Parte sperimentale

Era novembre quando ho deciso di iniziare a coltivare i funghi, per provare in prima persona l’esperienza da riproporre successivamente ai bambini. Ho acquistato tre ballette e mi sono messa all’opera. Come prima cosa, mi sono procurata un grande cartone che potesse contenerle e l’ho foderata con della plastica per evitare che, inzuppandosi, si rompesse. Ho aperto le confezioni delle ballette, eliminando solo la plastica che ricopriva la parte alta, lasciandola invece tutto intorno, e le ho posizionate una accanto all’altra nel cartone. Ho preso della terra e le ho ricoperte accuratamente, iniziando fin da subito a tenerle umide. Su alcuni pani, era già possibile notare i funghetti che iniziavano a sbucare.

 

 

Avendo cura di vaporizzare quotidianamente il tutto con dell’acqua, nel giro di tre giorni ho visto comparire i primi frutti, alti già un paio di centimetri. Nel giro di altri tre giorni, i primi funghi sviluppatisi avevano già più che raddoppiato la loro dimensione, mentre di nuovi ne sbucavano.

 

 

Infine, dopo aver innaffiato, fotografato e raccolto i funghi, ho pensato che sarebbe stato molto interessante ed istruttivo poter far vedere ai bambini come essi si riproducono, e quindi mostrare loro la cosiddetta ‘sporata’. Ho raccolto un fungo dalla balletta, ho tagliato il gambo vicino al cappello, ho poggiato su di un tavolino nero e ho atteso…

Dopo qualche ora, questa è stata la gradita sorpresa:

 

 

2)             Secondo esperimento: produrre in classe il lievito madre

 

Non più di due mesi fa parlavo della mia tesi con un’amica, spiegandole quali attività pratiche avrei voluto descrivere. In quel momento era presente alla conversazione anche sua figlia, una bambina di circa 9 anni, frequentante la scuola primaria, la quale, sentendo che avrei voluto spiegare come il lievito fosse vivo e si riproducesse, mi ha guardata allibita, esclamando: ”Ma che dici? Il lievito è vivo?”. Ecco, questa affermazione mi ha fatto capire che la mia idea di produrre in classe il lievito madre non era poi così sbagliata. Pur avendo a che fare quotidianamente con pane e lievitati, solitamente i bambini non sanno nemmeno cosa sia il lievito madre (alcune volte persino gli adulti non ne sono a conoscenza, abituati ormai a vedere il solito lievito in bustina). Il lievito madre, detto anche lievito naturale o pasta acida, è un composto ottenuto dalla fermentazione di un impasto a base di acqua e farina, a volte con aggiunta di sostanze zuccherine. Nel lievito madre sono contenuti microrganismi vivi, quali lieviti e batteri lattici che, nutrendosi di zuccheri semplici (ad esempio il saccarosio) o complessi (come l’amido) producono sostanze di scarto (anidride carbonica, acido lattico, acido acetico ed etanolo) indispensabili alla panificazione. Il lievito madre è largamente utilizzato in quanto conferisce ai prodotti un aroma particolarissimo. Fermentazione e calore sono due parametri indispensabili affinché possa avvenire la cosiddetta lievitazione biologica, che prevede per l’appunto l’impiego di organismi viventi di natura microbica.

A tale scopo, possono essere impiegati due diversi tipi di lievito:

  • Lievito di birra (essiccato in polvere, oppure fresco sotto forma di panetti)
  • Lievito madre (secco o fresco)

 

L’impiego ottimale del lievito di birra avviene ad una temperatura che oscilla tra 24 e 26 °C. A detta di ciò, si comprende come la temperatura sia fondamentale per evitare che le cellule vive del lievito soffrano. Rispetto al lievito madre, il lievito di birra consente una maggior velocità di lievitazione, è sempre pronto per l’utilizzo e risulta di facile impiego. Inoltre, l’uso del lievito di birra permette di ottenere l’impasto lievitato in tempi più brevi e con farine più deboli: ciò comporta però una minor conservabilità dell’alimento nel tempo, che invecchia più rapidamente. Il lievito madre, rapportato a quello di birra, conferisce una più lunga conservabilità al prodotto finito grazie alla maggior acidità della pasta in fase di lavorazione, che rallenta lo sviluppo di muffe. La formazione di anidride carbonica, sicuramente più lenta e graduale rispetto a quella prodotta dal lievito di birra, permette di ottenere un pane con un’alveolatura più regolare. Inoltre, l’uso della pasta acida garantisce un aroma ed un profumo inconfondibili al pane, che tendono ad accentuarsi durante la cottura grazie alla produzione di aminoacidi e zuccheri con aromi volatili. Il pane preparato con la pasta acida è sicuramente più digeribile rispetto ad un prodotto a base di lievito di birra: questo grazie alla lunga azione degli enzimi durante la fermentazione, in grado di scindere molecole complesse in sostanze più semplici.

Gli ingredienti di base per produrre il lievito madre sono semplicemente due: farina e acqua. Per velocizzare il processo fermentativo si può aggiungere una sostanza, detta starter, in grado di fornire il nutrimento ai microrganismi presenti nelle farine. Gli starter che si possono utilizzare sono:

  • Mosto d’uva
  • Succo o polpa di frutta
  • Miele
  • Pomodoro
  • Yogurt
  • Malto d’orzo
  • Farina di segale

 

Il tipo di starter viene scelto in base al grado di acidità che si desidera raggiungere. Durante la lievitazione, i microrganismi, nutrendosi degli zuccheri, sviluppano anidride carbonica e alcool etilico.

 

Parte sperimentale

Prima di proporre l’esperienza agli alunni, sarebbe opportuno fare una prova a casa, per capire di cosa si necessiti, i modi e i tempi necessari. Così ho preso gli strumenti e gli ingredienti necessari:

  1. 100 g di farina ”00
  2. 60 g di acqua di rubinetto
  3. 1 cucchiaino di miele
  4. un canovaccio da cucina
  5. una ciotola di vetro
  6. bilancia e dosatore per le misurazioni

 

 

Dopo aver dosato l’acqua, la farina e il miele, li ho mescolati nella ciotola, prima con l’aiuto di un cucchiaio e successivamente con le mani, fin ad ottenere un impasto elastico ed omogeneo su cui ho praticato la classica incisione a croce. Ho inumidito il canovaccio e vi ho ricoperto la ciotola, mettendo poi il tutto a riposare a temperatura ambiente intorno alle ore 18:00.

 

 

 

Fino al giorno seguente, ho avuto cura di tenere costantemente umido il canovaccio (rendendomi però poi conto che sarebbe stato meglio utilizzare della semplice pellicola trasparente). Verso mezzogiorno ho quindi controllato l’impasto, che si era leggermente gonfiato, e ho potuto subito constatare che vi si era formata attorno una crosticina dura, che ho proceduto ad eliminare.

 

 

Dell’impasto rimasto, ho poi pesato 100 g, a cui ho aggiunto altri 100 g di farina e 50 g di acqua. Come il giorno precedente, ho amalgamato accuratamente il tutto, inciso l’impasto e lasciato a riposare.

 

 

La mattina del terzo giorno, l’impasto era più che raddoppiato! Eliminando la pellicola trasparente con cui l’avevo coperto, si poteva finalmente sentire il classico odore acidulo e pungente del lievito, e l’impasto era molto morbido e spugnoso.

 

 

Ho proceduto al terzo rinfresco, sempre con le stesse dosi, e rimesso a riposare. Essendo l’esperimento ormai riuscito, non mi sono curata di metterlo in frigorifero, come avrei dovuto e, complici le alte temperature del periodo, il mio lievito è ”morto”. Ciò si è facilmente intuito dal differente odore che emanava e dalla consistenza non più soffice, spugnosa e alveolata, ma liquida e molliccia.

 

 

3)             Osservare in classe le muffe

 

Dopo aver coltivato i funghi e aver prodotto personalmente il lievito, per completare a 360° la conoscenza del regno dei funghi potrebbe risultare interessante permettere ai bambini di osservare le muffe che sono presenti negli ambienti da loro abitualmente frequentati. Con l’esperienza che ho scelto di proporre, è possibile imparare che le spore delle muffe (o altri funghi) presenti nell’aria producono colonie visibili ad occhio nudo se queste hanno a disposizione umidità e sostanze nutritive adatte. Lo scopo principale di questo progetto è di aumentare la consapevolezza di ciò che si trova realmente nell’aria che respiriamo e nell’ambiente in cui viviamo. Anche se l’aria sembra pulita, può in realtà contenere molte spore, spesso fonte di allergie. Le spore sono fondamentali per la riproduzione delle muffe e degli altri funghi, così come lo sono i semi per le piante. Le spore fungine sono presenti nell’atmosfera tutto l’anno, specialmente nelle giornate calde, soleggiate e ventose. Queste spore si sviluppano da funghi e muffe che crescono nell’ambiente su molti substrati diversi. Sono più comuni nel terreno e nella vegetazione in decomposizione. La maggior parte di questi fa parte del riciclo spontaneo che avviene in natura, sebbene alcuni possano essere anche patogeni delle piante. Queste muffe sono facili da coltivare in terreni ad hoc. Oltre ad essere agenti eziologici per certe malattie, le muffe hanno il potenziale per produrre allergeni, sostanze irritanti e, in alcuni casi, sostanze potenzialmente tossiche (micotossine) che possono indurre una risposta allergica, causare attacchi di asma e irritare gli occhi, la pelle, la gola e i polmoni di individui particolarmente sensibili. Pertanto, nel coltivare muffe o altri funghi, occorre usare le stesse precauzioni usate per la coltivazione dei batteri, ed in particolare non aprire mai le capsule Petri una volta iniziata la crescita.

Per coltivare le muffe, l’ideale sarebbe quindi procurarsi delle capsule Petri. Le capsule più facilmente reperibili in commercio per scopo didattico, contengono una gelatina nutriente (tecnicamente ”terreno Sabouraud arganizzato”) adatta alla crescita delle muffe. Finché le capsule restano chiuse al loro interno non si svilupperà nessuna muffa né altro. È quindi sufficiente aprire le capsule giusto il tempo di inserirvi l’oggetto scelto, richiuderle e lasciarle riposare al buio per alcuni giorni. Per osservare le muffe presenti nell’aria si può camminare all’aperto per una decina di minuti con la capsula in mano, avendo cura di non toccarne la parte interna per evitare contaminazioni. In classe è poi possibile inserire all’interno di un’altra capsula dei pezzettini di pane, magari prelevati dalla merenda dei bambini. Per avere un risultato ancora più evidente, in una terza capsula sarà possibile far poggiare ai bambini le dita molto sporche, ad esempio dopo aver fatto ricreazione in giardino. Estremamente importante è NON APRIRE MAI le capsule di Petri una volta richiuse. Se si è allergici alle spore delle muffe, o se in classe sono presenti alunni con qualche allergia, l’apertura potrebbe causare una reazione allergica o un attacco di asma. Finché le capsule restano chiuse, è possibile gestirle in sicurezza e, conclusa l’esperienza di osservazione, possono essere smaltite in modo sicuro nella spazzatura dopo essere state collocate in un sacchetto con chiusura a zip per impedire fuoriuscite di aria.

Le caratteristiche importanti da cercare all’esame a occhio nudo, che può essere migliorato con una lente di ingrandimento, includono i fili distinti chiamati ”ife”, che penetrano e si estendono attraverso l’agar. Queste ife sono simili a fili di cotone e sono la conferma che la colonia identificata è appartenente ad una muffa. Le muffe crescono lentamente e possono comparire solo dopo 5-10 giorni dal primo utilizzo della capsula. Ciò significa che le spore, di solito piccole e rotonde, impiegheranno un po’ di tempo per iniziare a ”germogliare”. Passato il tempo necessario al loro sviluppo, sarà possibile ammirare nelle capsule le colonie filamentose, generalmente di colore verde, anche se particolari pigmenti possono conferire loro un colore azzurro, rosso, bruno, grigio o nero, a seconda delle specie coinvolte nella colonizzazione.

 

Parte sperimentale

Come per le altre esperienze che ho scelto di proporre, anche in questo caso ho voluto provarla prima personalmente. Purtroppo, a causa dei tempi brevi, sono riuscita a procurami solamente tre capsule Petri adatte alla propagazione delle muffe. Esse sono facilmente acquistabili online, o reperibili presso laboratori o rivenditori specializzati in materiale medicale. Il giorno 12 novembre ho così potuto iniziare con il mio esperimento, tenendo sempre a mente che avrei dovuto riproporlo in una classe di scuola primaria ed utilizzando per questo motivo solo condizioni e strumenti di coltura replicabili in un’aula.

Ho deciso di contaminare la prima capsula con l’aria esterna. Una volta aperta, l’ho portata in giardino e ci ho camminato per una decina di minuti, avendo cura di non toccarne l’interno con le mani e cercando per quanto possibile di camminare controvento. Dopo dieci minuti circa, l’ho richiusa e ho preso la seconda capsula, dove ho solamente poggiato delle briciole più e meno grandi di pane. Per la terza capsula, ho scelto invece di simulare le mani dei bambini subito dopo un’eventuale ricreazione in giardino. Sono quindi uscita a toccare terra, foglie e legnetti e ho poi poggiato tre dita a caso sul terreno di coltura. Finito di colonizzare le mie capsule, le ho accuratamente richiuse con del nastro adesivo trasparente per fare in modo che non si aprissero accidentalmente e in modo da mantenere umido l’ambiente interno. Le ho infine lasciate ”riposare” a temperatura ambiente e in un luogo semibuio.

 

 

Ho controllato quotidianamente le capsule e il 14 novembre, dopo soli due giorni, quella contaminata con le mani sporche ha già iniziato a dare i primi segni di cambiamento. Vi erano solamente dei puntini bianchi appena visibili, ma poggiandola su una superficie scura si potevano notare anche alla fotocamera. Essendo capsule preparate con terreno selettivo per muffe, è facile che esse fossero le prime colonie. Le altre due capsule sono rimaste invece pulite come in origine, per lo meno ad occhio nudo.

 

 

Non le ho esaminate nuovamente la sera, pensando che in un’aula questo non sarebbe stato possibile. La mattina del 15 novembre, la situazione era questa: il pane non ha prodotto nessun risultato, non so se perché troppo presto o se perché il terreno di coltura fosse differente dagli altri due.

 

 

Le mani sporche sono state quelle con la maggior proliferazione di colonie. È stato infatti estremamente facile notare il gran numero di muffe, di differenti colori, forme e dimensioni. Vi erano anche alcune colonie di tipo gelatinoso, con estrema probabilità riconducibili a batteri. Ciò è dovuto al fatto che il terreno e le foglie toccate per sporcarmi le mani sono ambienti in cui esistono grandi quantità di microorganismi differenti. La capsula contaminata con l’aria esterna presentava invece solo tre o quattro colonie dello stesso colore. Dopo averle fotografate, le ho rimesse al loro posto in attesa di sviluppi. La mattina del 16 novembre la situazione era questa:

 

 

La piastra esposta all’aria esterna è rimasta sempre con tre colonie, le cui dimensioni sono però aumentate. Le briciole di pane hanno iniziato a sviluppare una piccola colonia di colore grigio-azzurro, ma solo in prossimità della briciola di dimensioni maggiori. Infine le dita sporche sono state, come sempre, quelle che hanno proliferato in maniera maggiore. Come da prassi, dopo aver scattato le foto ho riposizionato le capsule nel loro luogo di ”riposo”. Ho scelto di non fotografarle per un giorno, simulando un’eventuale domenica di assenza da scuola durante l’esperienza in classe. Il giorno 18 novembre, il mio ipotetico lunedì di rientro in classe, ho proceduto a scattare altre foto.

 

 

Come nei giorni precedenti, la piastra contaminata da mani sporche è stata sempre quella in cui le muffe, data la loro grande quantità, hanno proliferato in maniera maggiore. Sono sempre presenti colonie batteriche, ma sono meno visibili a causa delle ife che ricoprono la maggior parte della capsula. Nella foto che ritrae il retro della capsula possiamo notare con maggior definizione le differenze di colore e persino di consistenza, per quel che si può notare ad occhio nudo. Le muffe bianche sembrano più soffici, più estese e meno dense, mentre quelle grigie sembrano più concentrate e danno quasi l’idea di essere più consistenti e vellutate al tatto. Le figure della riga centrale ritraggono la capsula (fronte e retro) contaminata con l’aria esterna. In questa troviamo circa quattro colonie di muffe, tre simili a quelle della capsula precedente, ossia grigie e bianche, anche se molto meno estese, probabilmente a causa di una ridotta quantità di spore inizialmente raccolte. È interessante però notare una colonia diversa dalle precedenti, di un grigio più chiaro, che dà l’impressione di essere ruvida al tatto. Nella foto che ritrae queste colonie dal retro le differenze sono minime, tranne per la colonia più chiara, che invece assume quasi una colorazione rossiccia. Concludiamo con le figure dell’ultima riga, che mostrano le briciole del pane. Rispetto ai giorni precedenti la differenza si può notare nella foto scattata di fronte, dove la macchiolina azzurra si è estesa e alla colorazione precedente si è aggiunto anche del grigio-verde. Inoltre, in una seconda briciola di pane si è formata una colonia color bianco sporco. Entrambe queste colonie non mostrano ife particolarmente estese, mentre quella blu, vista dal retro, mostra due gradazioni differenti di azzurro.

Ho scelto di terminare il 18 novembre la raccolta di foto e dati di questa esperienza, quindi sei giorni dopo aver iniziato, per una questione più che altro pratica. Ci tengo a precisare che l’esperienza è stata svolta senza la minima pretesa di rigore scientifico, ma solo per dimostrare ai bambini, e quindi a livello elementare, che le muffe, seppur non visibili fino alla loro germinazione, sono presenti ovunque e non dobbiamo temerle perché non sono sempre dannose. Mi sembrava inoltre un’esperienza suggestiva da proporre. Personalmente mi ha dato molta soddisfazione vedere nascere le muffe e poter osservare da vicino le differenti tipologie di consistenza, ma soprattutto di colori.

 

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