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Ago
09
2019
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Un’alta erba legnosa

 

I bambù (famiglia Poaceae; sottofamiglia Bambusoideae) formano un gruppo unico di gigantesche erbe a portamento arboreo. Sono graminacee che crescono naturalmente in tutti i continenti tranne che in Europa. Alcune specie di bambù possono tollerare temperature tra 40 e 50°C mentre altre possono resistere alla neve o persino al forte gelo. Ci sono più di 40 generi di bambù e centinaia di specie (1250 descritte finora). Molte di esse arrivano a 30 metri di altezza, ma talvolta anche a 40 m (notevole per essere una pianta erbacea!). Per molti secoli, i bambù hanno svolto un ruolo essenziale nella vita quotidiana dei popoli dei paesi tropicali; basti pensare che, in Asia, 2,5 miliardi di persone mangiano germogli di bambù e utilizzano la sua fibra nei vari modi che vedremo tra un po’.

Come l’agave, il bambù è una specie monocarpica perenne, cioè che ritarda la riproduzione per molti anni per poi convertire tutti gli apici in riproduttivi in fiori, fruttificare e infine morire. Il bambuseto è una specie di super-organismo in cui ogni culmo (quella che noi chiamiamo “canna”) è una protrusione della rete sotterranea del rizoma, un fusto sotterraneo. Dopo la fioritura, muoiono non solo tutte le canne che originano dallo stesso rizoma (il superorganismo, per intenderci), ma anche quelle di tutte le altre piante intorno. Sembra quindi che la fioritura e la successiva sovrabbondante fruttificazione consumino tutta l’energia e le riserve immagazzinate nelle cellule del parenchima delle canne e del rizoma, fino allo “sfinimento” della pianta.

In genere, nelle graminacee i fiori sono molto ridotti e adattati all’impollinazione anemofila; raggruppati in modo alternato, fianco a fianco, in spighette. La prima condizione fiorale delle graminacee è proprio quella del bambù, che ha spighette semplici, spesso trimere. Una progressiva riduzione ha dato origine agli schemi fiorali delle altre graminacee.

 

Spighetta di bambù con tre fiori diversi (Fonte: Wikipedia).

 

Al contrario delle altre graminacee, il bambù sviluppa inoltre un fusto principale permanente con ramificazioni.

Ramificazioni del culmo (canna) di bambù (fonte).

 

Ricapitolando, la maggior parte delle specie di bambù fiorisce quindi solo una volta nella vita. La fioritura avviene spesso in modo gregario su cicli lunghi, irregolari e imprevedibili, che vanno da 30 a 40 o più anni. È uno dei misteri sul bambù e non se ne conoscono le cause perché sembra quasi che le piante comunichino in qualche modo a grandi distanze. Durante la fioritura, tutti i culmi di una data specie iniziano a fiorire contemporaneamente, indipendentemente dalla loro età e dalla lorodistribuzione, anche se si trovano su ampie aree, anche a distanza di oltre 1.000 km l’una dall’altra. Daun punto di vista economico, la fioritura e la fruttificazione del bambù sono una vera e propria calamità, poiché subito dopo i culmi e i rizomi si degradano piuttosto rapidamente e non sono piùdisponibili per la popolazione rurale e urbana e per l’industria della cellulosa, o per l’alimentazione dei panda in Cina.

 

Fioritura del bambù (da Liese, 1987, Wood Sci. Technol. 21:189-209).

 

Dal rizoma ramificato sotterraneo, le canne emergono e si accrescono molto rapidamente, come sezioni di un telescopio, crescendo di circa 1 metro al giorno (ma a volte anche di 2 m se le condizioni ambientali sono ottimali). Una crescita così rapida, soprattutto subito dopo l’emergenza dei culmi, rende pericoloso costruire vicino ai bambuseti. Il tutto è aggravato dal fatto che il rizoma sotterraneo è estremamente compatto e stabile, e i suoi apici appuntiti e molto resistenti, così da riuscire a penetrare e diffondersi nel suolo, intaccando persino le fondamenta. L’approvvigionamento idrico ed energetico è essenziale per la divisione cellulare e l’allungamento, da cui dipende la rapidità crescita del bambù. In particolare, le acquaporine, proteine che hanno la funzione di regolare il rapido flusso di acqua nelle cellule, e le proteine responsabili del trasporto di zuccheri solubili come fonte energetica, sono essenziali durante la crescita esplosiva di nuovi germogli di bambù (Sun et al., 2018, Cells 7: 195; doi:10.3390/cells7110195). Sembra che i geni di entrambi queste famiglie di proteine siano molto attivi nel bambù, soprattutto durante la fase di emergenza dei culmi.

Se siete interessati ad altri aspetti botanici del bambù, potete trovarli qui.

 

Il bambù è talmente importante da avere un ruolo centrale nell’arte e nella mitologia cinese e giapponese, oltre che nella medicina tradizionale. In Cina, la poesia e la pittura erano intimamente connesse con lo studio dei fiori; il bambù era considerato una delle quattro piante nobili (insieme a pruno, orchidea e crisantemo) ed era il simbolo della primavera, della cortesia, dell’amicizia e dalla modestia. Tai Khai-Chih scrisse nel 460 a.C. la prima monografia sui gruppi di piante, una specie di trattato tassonomico ante litteram, indicando il bambù come “una pianta che combina la forza del ferro con la leggerezza di una piuma”. Queste due caratteristiche provengono dalla sua struttura cava tubulare, con fibre intorno al suo margine. Inoltre, la cavità delle canne di bambù ha fatto sì che venissero utilizzate come tubi, principalmente per condurre acqua. L’elasticità delle canne di bambù è inoltre un grande vantaggio nelle regioni interessate da uragani e terremoti, come appunto il Giappone, perché rende gli edifici molto resilienti.

Due particolari tipi di piante, i bambù e le palme, detengo il record per il numero di diversi usi che possono avere (si stima siano circa 1000 per il bambù). Le proprietà uniche del bambù provengono dalla struttura composita delle sue fibre, che consiste principalmente di microfibrille di cellulosa immerse in una matrice intrecciata di emicellulosa e lignina, chiamata complesso lignin-carboidrato (LCC), ricco di legami idrogeno nella matrice di emicellulosa. La parte esterna dei culmi ha inoltre uno spesso strato ceroso impregnato di silicio che è fortemente resistente ai fenomeni atmosferici e ai patogeni (Youssefian e Rahbarle, 2015, Scientific Reports 5: 11116, doi:10.1038/srep11116 1). Questo fa sì che la resistenza meccanica delle fibre di bambù sia paragonabile a quella delle fibre di vetro.

 

Struttura gerarchica del bambù. I fasci vascolari nella matrice del parenchima sono circondati da fibre di supporto che sono la fonte delle notevoli proprietà meccaniche di bambù. Le fibre di bambù hanno una struttura gerarchica in cui le microfibrille di cellulosa rinforzano la matrice intrecciata di emicellulosa-lignina. Le catene lineari di glucosio con i legami idrogeno ordinati formano le regioni cristalline di microfibrille, mentre i legami idrogeno irregolari creano le regioni amorfe. La sezione trasversale di queste microfibrille è rettangolare o esagonale (fonte: Youssefian e Rahbarle, 2015, Scientific Reports 5: 11116.

 

 

Microstruttura della canna di bambù (fonte: Abdul Khalil et al., 2012, Materials and Design 42: 353-368).

 

Tutte queste proprietà rendono il bambù adatto a molteplici scopi:

  1. come fonte di cellulosa per produrre carta (Nishi e Bhardqal, 2019, Cellulose Chem. Technol. 53: 113-120);
  2. come materiale per la fabbricazione di mobili, recinzioni, pavimentazioni, panchine, finestre, parquet, soffitti, pareti e tetti, cestini, manici di ombrelli e bigiotteria (Liese, 1987, Wood Sci. Technol. 21: 189-209; Abdul Khalil et al., 2012, Materials and Design 42: 353-368);
  3. come materiale edilizio, sotto forma di mattoni e fibre di vario spessore, che possono essere rinforzate anche da materiale plastico;
  4. per produrre energia: il potere riscaldante delle fibre è inferiore rispetto a molte materie prime a base di biomassa legnosa ma superiore alla maggior parte dei residui agricoli, erbe e canne (Scurlock et al., 2000, Environmental Sciences Division, Publication No. 4963);
  5. per produrre tessuti e tappezzerie, come lenzuola, tende, ma anche pigiami, accappatoi, ecc.
  6. come cibo (germogli) e integratore alimentari
  7. per usi più particolari, come interni di autovetture e telai di biciclette (Agyekum et al., 2017, Journal of Cleaner Production Volume 143: 1069-1080); per questi ultimi, l’analisi del ciclo di vita – LCA, in inglese Life-Cycle Assessment, che considera l’intero ciclo di vita del sistema oggetto di analisi a partire dall’acquisizione delle materie prime sino alla gestione al termine della vita utile – ha valori che sono la metà di quelli degli stessi prodotti in alluminio, e di 1/3 minore di quelli in acciaio.

 

Il bambù sembrerebbe essere quindi una coltura molto conveniente. Anche in Italia (Emilia Romagna e in Piemonte) ci sono centinaia di ettari coltivati a bambù. Bisogna tenere in conto però che la piena produzione arriva mediamente al quinto anno, che in Italia la produzione di germogli per ettaro è, se tutto va bene, la metà di quella della Cina, e che il costo della manodopera è elevato. Oltre ai germogli, anche le canne sono un buon introito per gli agricoltori, ma sono pagate poco (50 euro/t) dalle industrie del legname e producono troppa cenere se bruciate per riscaldamento. Tutte queste complicazioni fanno sì che, almeno in Italia, sulla coltivazione del bambù ci siano molti dubbi.

Oltre a questi campi tradizionali di applicazione, le moderne tecnologie hanno notevolmente esteso l’utilità del bambù. Per esempio, il biochar – un materiale carbonioso ottenuto per degradazione termica di biomassa vegetale – ottenuto dal bambù, una volta trattato, acquisisce una struttura microporosa capace di intrappolare zolfo (Gi et al., 2015, Nano Research 8: 129–139). Questo può fungere da catodo (polo +) nelle batterie litio-zolfo. Polimeri estratti dal biochar di bambù sono stati anche usati in via sperimentale come elettrodi trasparenti nelle celle solari.

Cosa ancora più interessante è che il bambù e i suoi prodotti hanno ispirato una serie di innovazioni tecnologiche, come ad esempio a) condensatori ad alte prestazioni che ricordano le sezioni trasversali delle canne di bambu e la loro struttura microporosa (Tian et al., Journal of Materials Chemistry A, doi:10.1039/c0xx00000x), b) nanotubi di carbonio simili alle canne bambù che fungono da catalizzatori per la riduzione dell’ossigeno (di solito vengono usati a questo scopo costosi metalli nobili, come platino e oro; Yang et al., 2015, J. Am. Chem. Soc. 137: 1436-1439, doi:10.1021/ja5129132), e infine c) una fantastica batteria al litio-ossigeno, flessibile e indossabile, e con una architettura intrecciata ispirata alle stuoie di bambù (nella foto sotto; Liu et al., 2016, Adv. Mater. 28: 8413-8418, doi:10.1002/adma.201602800).

 

Da questo sito, leggo che i rizomi del bambù, in particolare quelli di tipo monopodiale, grazie al sistema di rete che formano nei primi 50-100 cm di terreno, contribuiscono a stabilizzare i pendii e a proteggere dall’erosione prodotta dalle acque, dai venti forti o dagli smottamenti. I rizomi del bambù riducono il ruscellamento e consentono al suolo di trattenere nutrienti e acqua, utili per altre specie di piante. Il bambù fornisce quindi numerosi servizi ecosistemici – cioè benefici multipli forniti dagli ecosistemi al genere umano – tra i quali risaltano la stabilizzazione delle pendenze evitando l’erosione, il miglioramento della fertilità del suolo, il rifornimento di cibo e di materiale da costruzione.

Dal punto di vista della CO2, quanto carbonio è in grado di immagazzinare il bambù? È una specie che potrebbe essere utile per mitigare l’effetto serra oppure no? Qui i fattori in gioco sono tanti, ma ricordiamo che la vita del bambù è ciclica, per cui dopo la fioritura gregaria abbiamo una morte simultanea di tutte le piante. Inoltre molto dipende dal ciclo dei prodotti durevoli del bambù, dalla loro vita media (ad es., da quanto carbonio rimane intrappolato nei mobili e per quanto tempo; o da quanto carbonio è stoccato nei suoli coperti da bambuseti). Un altro limite è valutare gli areali e la relativa biomassa aerea e sotterranea del bambù, spesso sottostimate, considerando la sua vasta distribuzione. Yuen et al. (2017, Forest Ecology and Management 393: 113-138) hanno dimostrato che il bambù è un serbatoio di carbonio efficiente ed efficace. Bisogna però considerare altri fattori. Perché si dovrebbe coltivare bambù? In realtà, i ritorni economici sono bassi, circa 8 volte di meno di altre colture, quali la cassava; senza considerare che è una specie invasiva e in grado di danneggiare le abitazioni e soppiantare altre specie vegetali, con conseguenti danni anche agli animali che si cibano di esse (ad esclusione dei panda!). Infine, il bambù è tecnicamente un’erba legnosa e quindi non è riconosciuto ufficialmente come parte di una “foresta“, per cui gli strumenti di politica internazionale come il protocollo di Kyoto e gli accordi di Marrakech non lo considerano.

Resta il fatto che le foreste di bambù sono spettacolari e suscitano un profondo senso di ammirazione. Qui sotto le foto della foresta di bambù di Arashiyama, a nord-est di Kyoto. Immergendosi nella foresta si ha l’impressione di essere una formica in un campo di grano verde, per cui ci si sente molto ma molto piccoli (foto mie sotto).

 

 

Così come degne di ammirazioni sono le case tradizionali del villaggio della strada Saga-Toriimoto, sulle colline intorno a Kyoto, dove li bambù serviva per rinforzare le pareti, per le palizzate e le grondaie (foto mie sotto).

 

Infine, un uso goliardico del bambù: le canne vengono divise a metà longitudinalmente e tutti intorno a cercare di prendere con le bacchette i ciuffetti di noodles (le tagliatelle giapponesi) che scendono lungo il tubo trasportate dall’acqua. I noodles che si riescono a prendere vengono messi nella ciottola di brodo; quelli non raccolti finiscono in un recipiente che poi viene rivuotato nel tubo, e così via fino a che finiscono (foto mie sotto). Sembra una sciocchezza, ma crea aggregazione e diverte, oltre a saziare.

Le piante possono allietare la nostra vita anche così: semplicemente. Alla prossima.

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Lug
28
2019
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Naturale? Artificiale? Coltivato?

 

Fin dall’antichità, l’uomo ha allevato le piante. Le ha coltivate, incrociate, selezionate e migliorate per i propri fini, cioè per avere raccolti di quantità e qualità elevate. Anche l’olivo (Olea europaea L.) non è stato sempre come lo vediamo oggi, con sesti di impianto regolari e forme di allevamento definite, ma deriva da un antenato chiamato olivastro (Olea oleaster L.), la sua forma selvatica, arbustiva e spinosa, originaria dell’Asia Minore e della Siria. Il percorso di questa pianta fu quello di arrivare in Grecia e da qui a Roma, da dove l’olivo si diffuse in tutto il Mediterraneo occidentale. Personalmente, sono molto legato a questa pianta perché, provenendo da un gruppo che si occupa di frutticoltura, ne ho indagato vari aspetti, di cui ho parlato spesso in questo blog. In questo articolo, mi limito ad alcune curiosità che ho trovato fotografando qua e là.

 

Quando i terreni erano meno sfruttati di oggi, in uno stesso campo si metteva spesso in pratica la consociazione, cioè la presenza nello stesso appezzamento di più specie. Qui nella foto un bell’esempio ad Egnazia (Brindisi) dove gli olivi centenari sono in consociazione con i cavoli. Un campo di questo genere è molto più ricco di biodiversità rispetto alla coltura singola. L’albero è rifugio per numerosi predatori dei patogeni e degli insetti erbivori che attaccano il cavolo; d’altro canto, il cavolo, che produce glucosinolati contenenti zolfo, allontana in parte insetti, batteri e funghi che hanno come bersaglio l’olivo. La competizione è limitata perché le radici dell’olivo sono profonde e in grado di estrarre acqua con più forza rispetto ai cavoli. A vedere la potatura drastica dell’olivo, mi chiedo però se non l’avessero lasciato solo per qualche vincolo ambientale.

 

 

Nel territorio di Campello sul Clitunno – non lontano da Spoleto – come in gran parte dell’Umbria, oltre che dal punto di vista agricolo, l’olivo ha una notevole importanza dal punto di vista idrogeologico, paesaggistico e culturale. Nel passato (XIII secolo), la coltivazione con dislivelli e pendenze estreme, ha necessariamente comportato la realizzazione di muretti a secco per la creazione di terrazzamenti e “lunette” di contenimento della terra intorno alle piante, rendendo il paesaggio ancora più suggestivo e particolare. Quando le campagne del centro Italia erano abitate e non semi-desolate come oggi, sistemi sostenibili come questo garantivano cibo ma allo stesso tempo preservavano il terreno dall’erosione, mantenendone la fertilità nel tempo.

 

 

L’olivo ha anche una forte connotazione paesaggistica. A Matera, la coltivazione di olivo faceva parte di un sistema di agricoltura marginale: terreni poveri, scoscesi e aridi la facevano da padroni. Oggi è possibile vedere poco dell’olivicoltura che si praticava anche tra i famosi Sassi. Questi ultimi sono oramai una meta turistica, ben lontana dall’estrema povertà di un tempo. Gli olivi si sono quindi “adeguati” ai nuovi bisogni degli umani. Coltivati in grandi vasi o in vecchie cisterne, l’argento delle loro chiome si staglia sul tufo circostante dei vicinati – gli spiazzi e i cortili all’esterno delle abitazioni, dove si viveva in comunità – con un effetto visivo molto bello. I più facinorosi ed esterofili li hanno fatti diventare alberi di Natale perenni, disponendo delle lucine sulle chiome.

 

 

Cambiando regione, camminando per campagne in Puglia (Trani), ecco l’olivo modello “barboncino”, frutto di accurata potatura estrema. Anche questo può piacere o no, ma le piante sono anche questo. A lato nella foto vedete gli stessi olivi dall’altra parte della strada. Quale forma vi piace di più? Quella snob radical-chic, o quella coltivata? La scelta sembrerebbe essere dicotomica ma aspettate la prossima foto prima di rispondere.

 

 

In realtà, qual è l’habitus reale dell’olivo coltivato, il suo stadio finale, il climax ecologico? Si tende a pensare agli olivi millenari del Salento o della Grecia, imponenti e severi. Tempo fa ho collaborato con ricercatori del CNR che, sotto loro richiesta, ho accompagnato in un oliveto caldissimo e desolato nelle campagne di Lucera (Foggia). Quella che vedete sotto è la differenza tra la metà del campo coltivata (a sinistra) e l’altra completamente abbandonata da 25 anni (a destra) per diverbi tra proprietari, come ci accennò veementemente uno dei due. La vista era sorprendente: un bosco fitto di rami impenetrabili, polloni che erano diventati tronchi, piante dove era ormai difficile capire quale fosse il fusto principale, sottobosco con pochissima vegetazione e coperto di centimetri di foglie secche. Ho subito capito che sarebbe stato difficile trovare un campo abbandonato da tanto tempo, oltretutto accanto all’omologo coltivato (nella foto si vedono anche gli alberi coltivati della prima fila che soffrono della competizione per nutrienti, acqua e luce con la foresta di olivo accanto). Prima che tagliassero tutto, abbiamo fatto dei prelievi e dopo un po’ pubblicato un lavoro, che potete trovare qui. Nonostante l’apparenza, i suoli del campo abbandonato avevano più carbonio e azoto, e una maggiore attività enzimatica. L’assenza di pratiche agronomiche aveva reso il terreno più ricco e fertile, sebbene poco gradevole alla vista.

 

 

Quelli che ci sembrano paesaggi naturali in realtà spesso, anzi quasi sempre, non lo sono. Anche in passato, l’agricoltura ha da sempre modificato il paesaggio, quasi sempre però rispettandolo. Cento anni fa non c’esisteva il traffico di prodotti agricoli – basato sui combustibili fossili – come ai nostri giorni; non ci si poteva permettere di degradare il suolo intorno la propria casa perché da esso si dipendeva quasi completamente per mangiare. Oggi possiamo permetterci di sfruttare e depauperare terreni lontani, e magari anche degradare e inquinare quelli vicini, per riempire le nostre pance, senza pensare che continuando così, la desolazione non tarderà molto ad arrivare anche sotto casa.

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Lug
02
2019
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Il faggio di Francesco

 

“Immortalità, forza, sacralità, resistenza, generosità. Questo rappresenta un albero; qualcosa che da sempre occupa un posto fondamentale nella storia dell’uomo. Oggi nel mondo esistono quasi 3000 miliardi di alberi. Anche se minacciati dall’avanzare della civilizzazione, alcuni esemplari straordinari resistono ai quattro angoli della Terra. Monumento e simbolo di una natura che riporta alla memoria tempi lontani e molto diversi. Questo è un viaggio singolare e fantastico alla scoperta delle loro storie.”

 

(dall’introduzione di Tree Stories, serie TV,
https://www.raiplay.it/programmi/treestories/)

 

Chi ha seguito questa bellissima serie TV sugli alberi si è sicuramente appassionato alle storie su alberi monumentali sacri e venerati, sopravvissuti a calamità, longevi o importanti fonti di cibo per intere comunità di persone. Oggi vorrei solo brevemente parlare di un faggio molto particolare: il faggio di San Francesco, in località Rivodutri, tra Poggio Bustone e Piediluco, lungo la via di San Francesco del Sud Assisi-Roma (posizione qui).

 

Immagini del Faggio di San Francesco (foto mie)

 

La tradizione popolare, non riportata quindi nelle fonti francescane, narra che San Francesco fu colto all’improvviso da un forte temporale e cercò riparo sotto un faggio. Questo distese miracolosamente i suoi rami, ripiegandoli verso il basso a mo’ di ombrello. Dopo la lunga salita che porta ad una cresta a 1000 metri di altitudine, c’è una chiesetta dedicata a San Francesco. Da lì, il faggio è raggiungibile mediante una scalinata in discesa abbastanza comoda. L’albero è grandioso, con una circonferenza massima al tronco di 4 metri, 8 metri di altezza e un’età che dovrebbe aggirarsi sui 250 anni, sebbene non abbia trovato analisi dendrocronologiche a riguardo (conta degli anelli annuali del tronco). Questa età è ragguardevole per un faggio ma si allontana abbondantemente dai circa 800 anni che gli avrebbero permesso di incontrare Francesco. Del resto è inverosimile che un faggio raggiunga gli 800 anni: è da poco stato scoperto che i faggi più antichi d’Europa, sul versante calabrese del Parco Nazionale del Pollino, hanno 620 anni.

L’ipotesi più plausibile, a cui oltretutto è bello credere, è che quindi il faggio attuale sia un discendente dell’albero che ospitò San Francesco sotto le sue fronde. L’albero è immediatamente riconoscibile per la sua inedita forma del fusto e della chioma e per i numerosi oggetti lasciati sui rami, tra cui molte croci intagliate estemporaneamente, con i due bracci uniti da spaghi e laccetti, rosari, fotografie, foglietti di preghiere e dediche e tanti altri ex voto. Nella zona soprastante il faggio è anche possibile osservare, impresse su di una pietra, delle impronte di ginocchia, che la leggenda fa risalire San Francesco adagiatosi in preghiera.

 

La chioma impenetrabile del faggio di San Francesco (foto mia)

 

Il faggio (Fagus sylvatica L.) è un albero alto fino a 30 m, slanciato con chioma conica-ovoidale, densa. Ha una corteccia sottile, liscia e maculata; foglie con lamina ovato ellittica a margine intero e colore verde intenso. È una pianta monoica con fiori maschili pendenti e femminili riuniti a coppie. I frutti, detti faggiole, sono racchiusi all’interno della cupula, che a maturità si apre e li lascia cadere. Questo albero è diffuso in tutta Europa, dalla Norvegia alla Sicilia, predilige i climi umidi e atlantici, e vegeta tra i 900 e i 1500 m di altitudine. Sulla piccola guida che avevo con me ho letto che le caratteristiche morfologiche del faggio di San Francesco (tronco contorto e ramificato, rami nodosi con anse a grandi angoli, chioma densa, slargata e a pagoda) si possono riscontrare in pochi altri esemplari al mondo, forse soltanto in tre (di cui uno in Inghilterra e l’altro in Nord America; ma non ho trovato immagini né altre informazioni a riguardo), e che probabilmente quello di Rivodutri è il più grande in assoluto con questo portamento.

Dalle mie passate escursioni serbo il ricordo e qualche foto degli stupefacenti e contorti “faggi serpente” dei Piani di Acquafredda sul Pollino, tormentati dal vento e dal ghiaccio che ne hanno modellato la forma, ma un faggio con chioma ombrosa e “a pagoda”, dalla forma simile a quella di un gigantesco bonsai, come quello di Rivodutri non lo avevo mai visto!

 

I “faggi serpente” nel Parco Nazionale del Pollino (foto mie)

 

Per curiosità, ho misurato l’indice LAI (leaf area index) della sua chioma, fotografando dal basso con il cellulare diverse porzioni della chioma e analizzandole – approssimativamente – con un’applicazione Android chiamata Canopeo. Il LAI stima la copertura fogliare di una chioma, inversamente proporzionale alla luce trasmessa sul suolo sottostante l’albero: se la chioma è densa e uniforme, pochissima luce arriva al suolo. L’indice che ho ottenuto mediando 10 immagini è stato un altissimo 89% di copertura, ben al di sopra della media dei faggi circostanti (68%). So bene che correlazione non significa causazione, ma se questo fosse stato proprio il faggio che protesse San Francesco dalla pioggia, sarebbe stato quello più adatto, impermeabile quasi come un gigantesco ombrello.

 

Immagini della chioma scattate dal basso e delle relative elaborazioni dell’app Canopeo

 

Per finire, riporto quello che ho letto su un cartellone esplicativo nei pressi del faggio, che ritengo anche una bellissima preghiera laica, ambientalista, sostenibile e universale, come del resto era il messaggio di San Francesco, nonché quasi un codice civile per la protezione degli alberi. E ricordiamo, come più volte ha scritto lo studioso Giovanni Barbera nel suo libro “Abbracciare gli Alberi”, che proprio il senso di meraviglia nei confronti delle foreste primigenie, sacre agli Greci e ai Romani, e i tronchi massicci e slanciati degli alberi che le costituivano hanno ispirato la forma delle colonne dei templi e successivamente delle cattedrali. Su queste basi, mi auguro che questo articolo possa servire a sensibilizzare tutti sul ruolo ecologico, botanico e antropologico di questi alberi monumentali e delle foreste vetuste di cui fanno parte, indipendentemente dalla loro “santità”, e a porre l’accento sulla necessità di una loro strenua protezione.

 

Preghiera del Faggio di San Francesco

Sono un albero centenario, un testimone nei secoli.
Nella mia lunga vicenda su questa montagna ho conosciuto generazioni di pastori, di boscaioli, di carbonai, di turisti, di frequentatori del bosco. Alcuni hanno provato rispetto per il mio tronco annoso e la mia chioma vetusta, altri hanno inflitto barbaramente sulla mia corteccia, che poi in sostanza è la mia pelle.
Se vuoi che i tuoi figli e i figli dei tuoi figli continuino a raccontare le mie vicende, la mia storia, le leggende legate alla presenza di un grande albero che ha offerto riparo ad un piccolo uomo, grande, immenso nella sua Santità, abbi per me rispetto e considerazione.
Non calpestarmi, non salire sui miei rami resi deboli dall’inclemenza delle tante stagioni vissute.
Non appendere alle mie branche il ricordo della tua presenza. Cerca invece di rivolgere al Cielo una preghiera di gratitudine per la bellezza del creato.
Non incidere le iniziali del tuo nome sul mio tronco: non serve, io conserverò per sempre memoria della tua presenza.
Non accendere fuochi alla base del mio tronco o nelle immediate vicinanze, potresti distruggere così una testimonianza che per molti è preziosa.
Percorri questo sentiero in  pace e serenità e questi sentimenti ti arricchiranno e ti renderanno più forte e sicuro nel cammino della vita che ti attende.

Il Vecchio Faggio

 

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