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Nov
29
2018
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Piantate a terra

 

 

Sulla definizione scritta qui in alto ci sarebbe molto da discutere. Mi soffermerei qui su “makes its own food by photosynthesis” (“produce il suo alimento per mezzo della fotosintesi”), il che è indubbiamene vero, ma solo in parte. Cos’è infatti il cibo per una pianta? I carboidrati che produce per fotosintesi, i minerali del terreno, l’acqua, la luce o altro? Le piante sono organismi fotoautotrofi, per cui la loro fonte di carbonio è inorganica (CO2) (autotrofi) ma la loro fonte di energia è la luce (fototrofi). In un bel libro di Claudio Longo (“Didattica della Biologia”, Ed. La Nuova Italia) ricordo che l’acqua era descritta come alimento per la pianta (“Le piante mangiano acqua, oltre che berla”), e anche questo è vero perché la maggior parte dell’acqua assorbita dalle radici dà turgore alla pianta ma una quantità che si aggira intorno all’1% viene “usata” come fonte di elettroni e protoni per fare fotosintesi (e l’ossigeno di scarto finisce in atmosfera).

Fino a quanto la vita vegetale è stata confinata in acqua, i problemi di approvvigionamento erano limitati: di acqua ce n’era in abbondanza, la CO2 era disciolta in acqua sebbene a concentrazioni minori di quella atmosferica (ma il contrario avveniva per l’ossigeno), in ambienti palustri e costieri c’era non dico abbondanza ma perlomeno non carenza di nutrienti. Nel momento in cui le piante sono uscite allo scoperto (circa 500 milioni di anni fa), sono cominciati i problemi. Una bella definizione di questi problemi l’ho trovata in “Interazioni Pianta-Ambiente” (Sanità di Toppi L. ed altri, Ed. Piccin): “Dipendendo infatti da risorse molto disperse, quali ioni nutritivi, CO2 e luce, le piante sono obbligate a mantenere un’estesa superficie di contatto con l’ambiente esterno”. Per questo motivo le piante sono immerse “testa e piedi” nell’ambiente in cui vivono, la loro chioma ramificata è immersa nell’aria, le loro radici, anch’esse a loro modo “ramificate”, nel terreno.

Questa loro immersione totale nell’ambiente vitale è principalmente dovuta al fatto che la pianta, al contrario di un animale, non può cambiare posto – è un organismo sessile – per cui deve per forza di cose sfruttare al meglio quello che trova intorno a sé. Ciò dà numerosi vantaggi ma è anche un punto debole: a contatto con l’aria, le piante tendono a disidratarsi; e l’acqua mantiene la pianta turgida ma è anche il mezzo indispensabile affinché le cellule spermatiche raggiungano la cellula uovo. Questa “super esposizione” fa sì anche che le piante siano più soggette a temperature estreme, eccessi di luce, competizione con altre piante della stessa o di altre specie, danni causati da parassiti, erbivori e patogeni. Nonostante tutto, tornando al testo di prima, il bilancio è positivo: “La convenienza della scelta compiuta è dimostrata dal fatto che la produzione complessiva di sostanza organica da parte degli ecosistemi terrestri è superiore a quella degli oceani, benché le terre emerse coprano solo un terzo della superficie totale della Terra e l’ambiente acquatico sia in generale molto più favorevole alla vita rispetto all’ambiente subaereo”.

Gli animali terrestri, al contrario, a causa dei loro movimenti, non hanno necessità di radici e foglie. Anche se nell’arte abbiamo bellissimi esempi su questo tema (vedi qui sotto i particolari di piedi-radici e braccia-chioma di Dafne; Apollo e Dafne, Gian Lorenzo Bernini, 1622-1625), gli animali hanno per lo più superfici assorbenti interne (es. mucosa intestinale, alveoli polmonari). C’è qualche eccezione, come nel caso della respirazione cutanea delle rane ma, in linea di massima, gli animali terrestri non scambiano materia attraverso superfici esterne.

 

Le piante devono quindi interagire completamente con l’ambiente e, per fare ciò, la forma dei loro organi e delle loro cellule assorbenti deve essere ramificata, ricca di introflessioni e di estroflessioni, affinché aumenti l’area di scambio senza che ciò comporti una variazione del volume (vedi questo vecchio articolo). Il meccanismo è sempre il medesimo ad ogni scala: ogni superficie che ha funzione assorbente tende ad aumentare il rapporto superficie/volume mantenendo un volume piò o meno costante e al contempo ramificandosi: “deve esservi una superficie esterna che consenta uno scambio ottimale con l’ambiente al di fuori, ma allo stesso tempo non devono essere raggiunti volumi eccessivi, non potendo la cellula mantenere un fabbisogno metabolico sproporzionato alle sue effettive capacità di scambio” (Il rapporto superficie/volume nelle interazioni del vivente; Francesca Capparelli).

Quando una cellula si accresce, il suo volume aumenta molto più rapidamente della superficie (per esempio, raddoppiando il raggio di una sfera, il volume aumenta di otto volte, mentre la superficie aumenta di quattro volte). Perciò, in una cellula di notevoli dimensioni, la superficie attraverso la quale avvengono gli scambi con l’ambiente circostante non sarebbe in grado di garantire gli scambi nutritivi adeguati alla nuova massa cellulare. Per questo motivo, le cellule si dividono: proprio perché due cellule piccole hanno più superficie di una grande dello stesso volume, e di conseguenza il rapporto S/V aumenta.

 

Se approssimiamo la cellula ad un cubo (con la sfera i calcoli sono un po’ più complessi), ci rendiamo subito conto che S/V aumenta quando spezzettiamo il cubo in cubetti più piccoli.

 

 

È per questo motivo che le argille hanno grandi superfici se confrontate con pari volumi di sabbia o di limo. Le particelle di argilla, a causa delle loro piccole dimensioni (< 2 µ) hanno un rapporto S/V altissimo e quindi una superficie assorbente enorme, ad es. argille come la montmorillonite e la smectite possono raggiungere 600-800 m2 per g di peso: praticamente la superficie di un campo di calcio in un solo grammo di argilla! Le particelle argillose, proprio per le loro piccole dimensioni e per le cariche negative superficiali, trattengono grandi quantità di ioni di carica positiva utili alle piante, quali calcio, magnesio, potassio e ammonio.

 

Confronto tra dimensioni di sabbia (sand), limo (silt) e argilla (clay), le principali componenti inorganiche del suolo (Copyright 2013, University of Waikato, Nuova Zelanda).

 

La stessa cosa avviene se, invece di dividere un solido, lo sfilacciamo e lo ramifichiamo. Anche noi rientriamo in questo caso: pensate alla mucosa intestinale (200 m2 in media di superficie assorbente per “soli” 7 m di lunghezza) grazie a estroflessioni della mucosa chiamate villi e a estroflessioni cellulari, i microvilli. Un altro esempio sono le ramificazioni del sistema respiratorio fino ad arrivare ai bronchi, ai bronchioli e agli alveoli polmonari, strutture concamerate di forma sferica. Grazie alle ramificazioni, i polmoni hanno un peso medio di soli 620-680 g e contengono mediamente 3500-3700 cm3 di aria, ma hanno una superficie alveolare di circa 130 m2. Fenomeni molto simili avvengono nelle strutture a foce dei capillari sanguigni, dove torrente ematico arterioso e venoso si incontrano e avvengono gli scambi di ossigeno, nutrienti e sostanze di scarto con le cellule.

Ogniqualvolta è necessario uno scambio di materia, la superficie aumenta a spese del volume. Negli animali il rapporto S/V è importante anche a livello di organismo: ad es., dall’equatore verso i poli, la dimensione media degli animali aumenta per questioni di ottimizzazione della termoregolazione (legge di Bergmann). Gli animali più grandi, infatti, hanno un rapporto S/V inferiore rispetto agli animali di piccola taglia e quindi disperdono il calore con molta lentezza, trovandosi favoriti in zone con climi freddi. Inoltre, in climi freddi gli animali tendono ad assumere una forma più globosa, dal momento che per questo solido la superficie cresce meno all’aumentare del volume (S/V = 3/raggio) rispetto ad altri solidi (vedi figura in basso).

 

 

Da: “Rapporto Superficie/Volume”, Fabio Gigante ed Emanuela Montepeloso.

 

E le piante? La loro superficie assorbente per eccellenza sono le radici per l’acqua e i nutrienti, e le foglie per la luce e la CO2. Anche se ci sono diversi tipi di radici, tutte sono contraddistinte dall’essere ramificate. Una singola pianta di frumento ha una superficie radicale di circa 700 m2! Molte radici sono poi colonizzate da funghi a formare simbiosi (micorrize), e i filamenti di questi funghi (ife) non fanno che aumentare ancora di più la superficie assorbente delle radici, anche fino a 10 volte.

 

(a sinistra) radice di piantina di olivo (foto mia); (a destra) le ramificazioni dell ife fungine (fonte: Weil & Brady, The Nature and Properties of Soils, 15th Edition, Pearson).

 

Scendendo a livello cellulare, le radici possiedono i peli radicali (ramificazioni più sottili nella foto qui in basso, piantine di Arabidopsis thaliana; scala: 0.5 mm; Sofo et al., Physiologia Plantarum 149: 487–498. 2013), che formano estroflessioni del rizoderma. Quindi possiamo definire le radici come una specie di intestino estroflesso, dove i villi sono le radici laterali e i microvilli i peli radicali. Tra peli radicali e ramificazioni laterali, la radice di una piantina minuscola di Arabidopsis, dal peso fresco di pochi milligrammi, può arrivare a 1 cm2 di superficie, 20 cm di lunghezza totale e 60-70 radici laterali (Sofo et al., Journal of Plant Physiology 216: 174-180).

 

 

Grazie a questa elevatissima superficie specifica, le radici riescono a svolgere la loro funzione assorbenti anche nelle condizioni più proibitive in suoli poverissimi e impervi, come nei due casi qui in basso.

 

Pino d’Aleppo su costone calcareo, spiaggia di Vignanotica, Gargano (FG) (foto mia).

 

Le radici contorte e fortemente lignificate del timo selvatico (Thymus vulgaris), Murgia Timone (MT) (foto mia).

 

Analogamente, le foglie e le chiome delle piante non sono disposte casualmente, ma tendono a intercettare al meglio la luce, a perdere meno acqua possibile e ad assorbire più CO2. Ad esempio, tra chiome di alberi della stessa specie o di specie diverse in una foresta c’è competizione per la luce. Anche in una stessa pianta, le foglie si dispongono secondo un preciso schema (fillotassi) per nulla casuale, e lo stesso fanno i rami. Vi mostro due figure che rendono l’idea, ma questa è una storia di ci parleremo più in là.

 

Le ramificazioni di una pianta rampicante di vite canadese (Ampelopsis brevipedunculata) (foto mia). Disposizione casuale o causale?

 

Faggi nel Parco Nazionale del Pollino (foto mia). Qui è visibile l’ “immersione” degli alberi nell’atmosfera.

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Ott
30
2018
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Plart

Prima di tornare all’ “hard popular science”, che contraddistingue un po’ questo blog, vorrei chiudere l’argomento delle interrelazioni tra arte e biologia vegetale.

Nel mio lavoro, ho fatto lezioni di chimica e biochimica, botanica e fisiologia generale, di biologia generale, di storia della biologia e di educazione ambientale. Le ho fatte sempre con piacere, dalla prima all’ultima, anche se non sempre con leggerezza e facilità. La mia formazione classica mi ha permesso di fare sempre continui collegamenti con l’etimologia dei termini usati nella scienza e, naturalmente, con la storia dell’arte. Quando parliamo di biologia, è necessario sempre porre attenzione al paesaggio nel suo complesso, al cielo (anche notturno), alla bellezza, alla bellezza rovinata, alle modifiche provocate dall’uomo e alle minime sollecitazioni dei sensi per entrare in un rapporto intimo con la natura. È difficile dire quanto la natura abbia influenzato l’arte, ma sicuramente molto; in questo articolo cercherò di dare un mio piccolo contributo, documentandolo con foto spesso mie.

Un proverbio dei Sioux diceva “Gli alberi sono le colonne del mondo, quando gli ultimi alberi saranno stati tagliati, il cielo cadrà sopra di noi” ma, se ci pensiamo, già i Greci, ispirati dalla forma cilindrica degli alberi di alto fusto, trassero spunto per i famosi tre ordini di colonne per i loro templi (quelle corinzie avevano anche un capitello decorato con foglie di acanto, qui in basso, un genere di piante che ha foglie incise profondamente, con qualche somiglianza a quelle del cardo selvatico e della celidonia).

 

 

Nell’arte vesuviana del primo secolo d.C. si ritrovano bellissime nature morte, come questa cesta di fichi qui in basso, con tutte le sfumature di rosso e viola che contraddistinguevano i dipinti di Pompei. Tra i Romani, la natura morta era considerata un genere di secondaria importanza.

 

 

Il parallelismo che mi viene in mente, facendo un salto in avanti di 15 secoli, è la Canestra di frutta di Caravaggio (1599) dove, più che la voluttà dei dipinti pompeiani, predomina il realismo e il senso di decadenza, accentuati dai colori autunnali e dallo stato di maturazione avanzato dei frutti.

 

 

In realtà, già Vincenzo Carpi, aveva anticipato il genere della natura morta, che sarebbe diventato un vero e proprio genere artistico autonomo, come qui nella Fruttivendola (1580), dove aspetti naturalistici, umoristici e grotteschi sono sapientemente dosati.

 

 

Addirittura, il noto Giuseppe Arcimboldo (1526-1593) giunse a comporre ritratti umani a partire da frutta, vegetali e altri elementi botanici, come è evidente nelle sue famose Quattro stagioni.

 

 

In tempi più recenti, John Constable (1776- 1837) è stato considerato uno dei massimi paesaggisti del Romanticismo. Constable è principalmente noto per i suoi dipinti ritraenti Dedham Vale, un luogo al suo villaggio natio, rappresentato in molte sue opere. Tra le tante, a me personalmente piacciono molto Il mulino di Dedham e Studio del tronco di un albero di olmo. In quest’ultimo, Constable ha una cura maniacale per il ritidoma del tronco.

 

I fiori sono stati soggetti prediletti da alcuni pittori. Vincent Van Gogh, tra il 1788 e il 1789, dipinse varie tele con girasoli in ciascuna fase della fioritura, dal bocciolo all’appassimento. Questo soggetto diede gioia e ottimismo a Van Gogh, che utilizzò spesso come sfondo un blu/violetto e il giallo cadmio (solfuro di cadmio) per i fiori gialli, ottenendo un contrasto e un’espressività mai visti prima.

 

 

Un altro artista tormentato dai fiori fu l’impressionista Claude Monet, il quale realizzò tra il 1905 e il 1914 La serie delle ninfee, un ciclo di circa 250 dipinti. Monet disse al critico d’arte François Thiébault-Sisson: “Ho dipinto tante di queste ninfee, cambiando sempre punto d’osservazione, modificandole a seconda delle stagioni dell’anno e adattandole ai diversi effetti di luce che il mutar delle stagioni crea. E, naturalmente, l’effetto cambia costantemente, non soltanto da una stagione all’altra, ma anche da un minuto all’altro, poiché i fiori acquatici sono ben lungi dall’essere l’intero spettacolo; in realtà sono soltanto il suo accompagnamento. L’elemento base è lo specchio d’acqua il cui aspetto muta ogni istante per come brandelli di cielo vi si riflettono conferendogli vita e movimento. La nuvola che passa, la fresca brezza, la minaccia o il sopraggiungere di una tempesta, l’improvvisa folata di vento, la luce che svanisce o rifulge improvvisamente, tutte queste cose che l’occhio inesperto non nota, creano variazioni nel colore ed alterano la superficie dell’acqua: essa può essere liscia e non increspata e poi, improvvisamente, ecco un’ondulazione, un movimento che la infrange creando piccole onde quasi impercettibili, oppure sembra sgualcire lentamente la superficie conferendole l’aspetto di un grande telo di seta spruzzato d’acqua […]”

 

 

È però nell’arte rinascimentale che si ebbero gli aspetti più mirabili della raffigurazione di piante, foglie e frutti. Nella Cacciata dal Paradiso terrestre di Michelangelo (1510) mi ha sempre colpito il fatto che la corteccia e le foglie dell’albero della conoscenza del Bene e del Male mi sembrano quelle di un fico piuttosto che di un melo.

 

 

La cura maniacale nel dipingere il fogliame e accentuarne il contrasto con lo sfondo del cielo è invece tipica di Giorgione (Tramonto, 1505-1508), dove le figure dei santi quasi scompaiono tra gli elementi naturalistici.

 

 

A giocare con le condizioni climatiche fu anche Lorenzo Lotto nell’Allegoria della virtù e del vizio (1505), dove il paesaggio tempestoso del vizio (a destra) contrasta con quello chiaro e sereno della virtù (a sinistra), con un albero che separa le due parti.

 

 

Il Polittico di San Luca fu eseguito da Mantegna per l’omonima cappella della chiesa di Santa Giustina a Padova tra il 1453 e il 1454. San Luca è solo al suo scrittoio, concentrato a scrivere la storia di Gesù, in alto. I personaggi sembrano isolati soli, ognuno chiuso del suo spazio dorato ma, se si guarda con attenzione, Luca e i santi ai suoi lati poggiano, quasi come statue, sullo stesso basamento di marmo. Chi avrà perso i frutti lì a terra e, soprattutto, che frutti sono? A me sembrano nespole comuni, considerando la buccia ruvida, marrone e tomentosa. Chi le ha perse, non saprei proprio.

 

 

La cosiddetta Madonna greca (1460-1465) di Giovanni Bellini proveniente dal Palazzo Ducale di Venezia, deve il suo soprannome alla scritta in greco mhter Zeou, visibile in alto su un fondo molto compromesso. Il Bambino ha un’aria triste, poggia i piedi su un davanzale e tiene in mano un frutto (mela?), da leggere come simbolo della futura Passione.

 

 

Nello Sposalizio della Vergine, Vittore Carpaccio (1460-1526) raffigura l’episodio apocrifo dei pretendenti di Maria che rompono i bastoni, mentre lei sceglie il più anziano, Giuseppe, il cui bastone, al contrario di quello degli altri, germina.

 

 

Nella Madonna col Bambino e Santi di Carlo Crivelli (1482), la presenza di oggetti in rilievo, le chiavi, il pastorale di San Pietro, i gioielli, i coltelli che feriscono San Pietro Martire, la ricchezza dei materiali e degli ori, fino ai frutti, agli ortaggi e ai fiori (bellissime le pesche e il baccello di fava aperto) che decorano il basamento, vogliono fare delle immagini una presenza reale.

 

 

 

La bellissima Natività e adorazione dei pastori (1485) proviene invece dalla bottega di Andrea della Robbia, specializzato nella tecnica della ceramica policroma invetriata, inventata da suo zio Luca. Salta all’occhio che, alla bicromia bianco-blu tipica del suo stile, si affianca il verde e il marrone della vegetazione, dando all’insieme un senso di eleganza e bilanciamento.

 

 

Infine, anche se potremmo andare avanti all’infinito, vorrei citare Le Storie della vera croce, un ciclo di affreschi conservato ad Arezzo dipinto quasi interamente da Piero della Francesca, tra il 1452 e il 1466 che ne fece uno dei capolavori di tutta la pittura rinascimentale. Qui dovremmo probabilmente consultare un esperto in tecnologia de legno, dal momento che il ciclo narra le vicende della croce sui cui fu crocifisso Gesù, a partire dal figlio di Adamo, Set, che riceve dall’arcangelo Michele il germoglio dell’Albero della Conoscenza, da cui sarà tagliato il legno per la croce, fino al presagio delle regina di Saba e di Salomone, al ritrovamento della croce da parte di Elena, moglie dell’imperatore Costantino, alla riconquista della croce da parte dei Persiani e alla sua riconquista da parte dell’imperatore bizantino Eraclio, che la riporta a Gerusalemme. Il ciclo è affrescato con splendide immagini di alberi, di un dettaglio mai visto in precedenza.

 

 

 

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Set
29
2018
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Connessione multipla

 

Nel suo “La vita delle piante – Metafisica della mescolanza” (ed. Il Mulino), Emanuele Coccia dà un bellissimo scorcio sui collegamenti che ci sono tra la biologia vegetale e lo studio dei suoli, con la filosofia. Definisce l’approccio della filosofia tutto l’insieme delle forme simboliche e non (“Un film, una scultura, una canzone pop, ma anche un sasso, una nuvola, un fungo […]”) e dei generi letterari (“[…] dal romanzo alla poesia, dal trattato all’aforisma, dal racconto alla formula matematica.”). Conclude che la separazione di queste entità non ha senso in filosofia, in quanto il sapere è unitario. Anche se questo può sembrare un concetto antiquato, in realtà è moto attuale e si sta riproponendo in questi giorni anche all’interno dell’Accademia svedese che assegna i Nobel: si pensa alla possibile revisione delle categorie dei premi, proprio perché ormai sembra desueto suddividere nettamente chimica, fisica o medicina, ma anche letteratura ed economia, senza sconfinare in altri ambiti. Il sapere di oggi è infatti multidisciplinare e coinvolge gruppi di decine o centinaia di scienziati. La visione di un mondo scientifico a sé stante e a compartimenti stagni, con settori disciplinari non comunicanti tra loro, è quindi, a mio parere, del tutto inattuale. Oggi più che mai, anche la Chiesa e la teologia si stanno interrogando sul ruolo della scienza e sulle sue implicazioni a livello globale.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra, / la quale ne sustenta e governa, / e produce diversi frutti con coloriti flori et herba” scriveva San Francesco nel suo Cantico, scritto quando ormai era quasi completamente cieco. In un momento di profonda necessità di rinnovamento della Chiesa, San Francesco fu rivoluzionario nel proporre una visione olistica, quasi animistica e tinta di una religione immanente, presente sia negli organismi viventi che nella materia non vivente. Non per niente San Francesco è anche Santo Patrono degli ecologi. Eppure, nonostante la sua visione profetica, umile e povera, ma allo stesso tempo colta e poetica, Francesco non si separò mai dalla sua Chiesa, ma la volle riformare dall’interno. La sua visione unitaria ebbe quindi la meglio sulle spinte centrifughe insite nella sua natura poliedrica. A pensarci oggi, Il messaggio di Francesco era avanti centinaia di secoli. Facciamo un balzo in avanti.

Thomas Robert Malthus, nel 1798 pubblicò il Saggio sul principio della popolazione e i suoi effetti sullo sviluppo futuro della società, in cui sostenne che l’incremento demografico avrebbe spinto a coltivare terre sempre meno fertili, fino ad arrivare al collasso dell’economia. Il suo timore era fondato sul fatto che la popolazione umana cresce in progressione geometrica, quindi più velocemente della disponibilità di alimenti, che crescono invece in progressione aritmetica. La visione di Malthus era quindi priva di ottimismo e di soluzioni. Ci volle il 1972 per parlare nuovamente di impatto globale dell’inquinamento e di possibili soluzioni a questo problema. Il Rapporto sui limiti dello sviluppo, commissionato dal Club di Roma, una associazione di scienziati, economisti, uomini d’affari, attivisti dei diritti civili, alti dirigenti pubblici internazionali e capi di Stato, fu pubblicato appunto in questo anno. In una delle prime simulazioni al computer su questo argomento, si dimostrò che il tasso di crescita della popolazione, dell’industrializzazione, dell’inquinamento, della produzione di cibo e dello sfruttamento delle risorse poneva dei severi limiti allo sviluppo entro cento anni (2072). Si prospettava un declino improvviso e incontrollabile della popolazione e della capacità industriale, con un termine massimo molto vicino alle odierne previsioni (oggi si fissa lo spartiacque al 2050, considerando l’accelerazione dei processi di alterazione della Terra dovuta alle attività umane). Il Rapporto dava però anche delle speranze, per cui si sarebbe potuto giungere ad una condizione di sostenibilità ecologica ed economica se nuove tecnologie o nuove pratiche fossero state adottate.

Oltre al collasso economico, la cattiva gestione dell’òikos (οἶκος = casa, da cui appunto “ecologia”), della casa comune (la Terra) provoca anche un collasso sociale. È su questo che insiste Papa Francesco, sulle orme del suo illustre omonimo. Ho letto con interesse “Laudato si’”, la sua enciclica, trovandola forse un po’ didascalica ma estremamente innovativa. Vi ho ritrovato molti concetti di ecologia studiati all’università, tra cui la sostenibilità ambientale, le reti trofiche e la resilienza degli ecosistemi, insieme ad alcuni aspetti che ricordo aver letto in Gregory Bateson (“Verso un’ecologia della mente”, ed. Adelphi), il quale scriveva che le idee sono in certo modo esseri viventi e sono a loro volta influenzati da questi. Il tutto nello stile di Papa Francesco, semplice, comunicativo e immediato, con numerosi esempi tratti dalla gente della sua terra natia. Nell’edizione della San Paolo dell’enciclica c’è anche una bella introduzione di Carlo Petrini, gastronomo, sociologo, scrittore e attivista italiano, fondatore dell’associazione Slow Food. Pur professandosi ateo, Petrini trova numerosi spunti e relazioni tra sostenibilità ambientale, agricoltura, qualità del cibo e della vita umana e politica, che sono poi i temi da lui affrontati. Diversi sono i passi interessanti e di respiro ecologico e biologico, a partire dall’incipit (2) “Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ci ristora”, o dal poetico (84) “Suolo, acqua, montagne, tutto è carezza di Dio”, o ancora (137) “[…] le specie viventi formano una rete che non finiamo mai di riconoscere e di comprendere” e (140) “[…] l’insieme armonico di organismi in uno spazio determinato, che funziona come un sistema. Anche se non ne abbiamo coscienza, dipendiamo da tale insieme per la nostra stessa esistenza”. Ciò (220) “Implica pure l’amorevole consapevolezza di non essere separati dalle altre creature, ma di formare con gli altri esseri dell’universo una stupenda comunione universale”. E infine (240): “Le Persone divine sono relazioni sussistenti, e il mondo, creato secondo il modello divino, è una trama di relazioni. […] in seno all’universo possiamo incontrare innumerevoli relazioni costanti che si intrecciano segretamente.

Interessanti anche i riferimenti a piante e suolo. Parlando di San Francesco narrato da Tommaso di Celano (12): “Per questo chiedeva che nel convento si lasciasse sempre una parte dell’orto non coltivata, perché vi crescessero le erbe selvatiche, in modo che quanti le avrebbero ammirate potessero elevare il pensiero a Dio, autore di tanta bellezza”. Oltre alla bellezza, aggiungerei, anche i benefici delle colture di copertura e dell’inerbimento selvatico per i suoli coltivati. E ancora, citando il Levitico (71): “D’altra parte fu stabilito un anno sabbatico per Israele e la sua terra ogni sette anni, durante il quale si concedeva un completo riposo alla terra, non si seminava e si raccoglieva soltanto l’indispensabile per sopravvivere e offrire ospitalità”. Qui è espresso chiaramente il concetto di maggese e del “moderno” no-tillage. Sul degrado del suolo, Papa Francesco, autocitandosi, scrive (89) “Dio ci ha unito tanto strettamente al mondo che ci circonda, che la desertificazione del suolo è come una malattia per ciascuno, e possiamo lamentare l’estinzione di una specie come una mutilazione”. E sulla sostenibilità e i cambiamenti climatici: (59) “Come spesso accade in epoche di profonde crisi, che richiedono decisioni coraggiose, siamo tentati di pensare che quanto sta succedendo non è certo. […] È il modo in cui l’essere umano si arrangia per alimentare tutti i vizi autodistruttivi: cercando di non vederli, lottando per non riconoscerli, rimandando le decisioni importanti, facendo come se nulla fosse”. E ancora (129): “Perché continui ad essere possibile offrire occupazione, è indispensabile promuovere un’economia che favorisca la diversificazione produttiva e la creatività imprenditoriale. Per esempio, vi è una grande varietà di sistemi alimentari agricoli e di piccola scala che continua a nutrire la maggior parte della popolazione mondiale, utilizzando una porzione ridotta del territorio e dell’acqua e producendo meno rifiuti, sia in piccoli appezzamenti agricoli e orti, sia nella caccia e nella raccolta di prodotti boschivi, sia nella pesca artigianale. Le economie di scala, specialmente nel settore agricolo, finiscono per costringere i piccoli agricoltori a vendere le loro terre o ad abbandonare le loro coltivazioni tradizionali”. E infine (164) “[…] programmare un’agricoltura sostenibile e diversificata, a sviluppare forme rinnovabili e poco inquinanti di energia, a incentivare una maggiore efficienza energetica, a promuovere una gestione più adeguata delle risorse forestali e marine, ad assicurare a tutti l’accesso all’acqua potabile” oppure (180) “D’altra parte, l’azione politica locale può orientarsi alla modifica dei consumi, allo sviluppo di un’economia dei rifiuti e del riciclaggio, alla protezione di determinate specie e alla programmazione di un’agricoltura diversificata con la rotazione delle colture. È possibile favorire il miglioramento agricolo delle regioni povere mediante investimenti nelle infrastrutture rurali, nell’organizzazione del mercato locale o nazionale, nei sistemi di irrigazione, nello sviluppo di tecniche agricole sostenibili”.

Il Papa insiste molto sul dialogo tra le parti interessate (gli stakeholders, diremmo oggi) (135): “É necessario disporre di luoghi di dibattito in cui tutti quelli che in qualche modo si potrebbero vedere direttamente o indirettamente coinvolti (agricoltori, consumatori, autorità, scienziati, produttori di sementi, popolazioni vicine ai campi trattati e altri) possano esporre le loro problematiche o accedere ad un’informazione estesa e affidabile per adottare decisioni orientate al bene comune presente e futuro”. E (180): “Si possono facilitare forme di cooperazione o di organizzazione comunitaria che difendano gli interessi dei piccoli produttori e preservino gli ecosistemi locali dalla depredazione. È molto quello che si può fare!”. Anche la conoscenza dovrebbe essere ispirata ai principi olistici tipici dell’ecologia (110): “La frammentazione del sapere assolve la propria funzione nel momento di ottenere applicazioni concrete, ma spesso conduce a perdere il senso della totalità, delle relazioni che esistono tra le cose, dell’orizzonte ampio, senso che diventa irrilevante. Questo stesso fatto impedisce di individuare vie adeguate per risolvere i problemi più complessi del mondo attuale, soprattutto quelli dell’ambiente e dei poveri, che non si possono affrontare a partire da un solo punto di vista o da un solo tipo di interessi”. E infine, meglio di ogni politico attuale, scrive (135) “É necessario investire molto di più nella ricerca, per comprendere meglio il comportamento degli ecosistemi e analizzare adeguatamente le diverse variabili di impatto di qualsiasi modifica importante dell’ambiente. Poiché tutte le creature sono connesse tra loro, di ognuna dev’essere riconosciuto il valore con affetto e ammirazione, e tutti noi esseri creati abbiamo bisogno gli uni degli altri. Ogni territorio ha una responsabilità nella cura di questa famiglia, per cui dovrebbe fare un accurato inventario delle specie che ospita, in vista di sviluppare programmi e strategie di protezione, curando con particolare attenzione le specie in via di estinzione”.

Tornando a Coccia, ispirandosi alle piante, esprime così la sua idea di conoscenza, che condivido in pieno: “In fondo, la vera conoscenza del mondo non può essere che una forma di autotrofia speculativa: invece di alimentarsi sempre ed esclusivamente di idee e di verità già sancite da questa o da quella disciplina specifica nella sua storia (inclusa la filosofia), invece di volersi costruire a partire da elementi cognitivi già strutturati, ordinati, disposti, essa dovrà poter trasformare in idea qualsiasi materia, qualsiasi oggetto, qualsiasi evento, proprio come le piante sono capaci di trasformare in vita qualunque pezzo di terra, d’aria e di luce. Questa sarà la forma più radicale di attività speculativa, una cosmologia proteiforme e liminare, indifferente ai luoghi, alle forme e ai modi in cui è praticata.

Molti secoli prima, anche Ovidio, seppure in altra forma, celebrava questo tipo di conoscenza, basato sull’incertezza, sulla mutevolezza, sulla discontinuità, sul perenne cambiamento, senza una direzione definita, “[…] senza assiologie e gerarchie”, dove “[…] un sasso, una fonte, un uomo, un insetto, un astro hanno il medesimo valore; e hanno il diritto di essere solo quel che sono e come sono” (Nicola Gardini, “Con Ovidio”, Garzanti). In uno dei passi più celebri, parlando della ninfa Dafne, amata da Apollo ma colpita per vendetta da Cupido con una freccia di piombo – che la faceva rifuggire dall’amante – Ovidio narrava ne “Le metamorfosi” la trasformazione di Dafne in albero di alloro prima che Apollo riuscisse ad averla: “un torpore profondo pervade le sue membra, il petto morbido si fascia di fibre sottili, i capelli si allungano in fronde, le braccia in rami; i piedi, così veloci un tempo, s’inchiodano in pigre radici, il volto svanisce in una chioma: solo il suo splendore conserva.” Questa conoscenza, così dispersiva ma anche così profonda e radicale, causò non pochi problemi a Ovidio, che fu mandato in esilio sul Mar Nero da Augusto. In fin dei conti, Ovidio aveva intuito, pur usando un differente approccio, che la natura agisce mediante continue trasformazioni e ne aveva tratto spunto per esternare la sua condizione esistenziale. Proprio come il mito Ermafrodito e Salmace narrato da Ovidio, mente e corpo si intrecciano completamente nel racconto “L’ultima domanda”, uno dei più belli della fantascienza (che spesso è divenuta o diviene scienza), in cui Isaac Asimov prevede un futuro lontanissimo in cui: “L’Uomo rifletteva tra sé e sé, perché in un certo senso, mentalmente, l’Uomo era unico. Era formato da trilioni, trilioni e trilioni di corpi senza età, ciascuno al suo posto, ciascuno immobile e incorruttibile, ciascuno accudito da automi perfetti e altrettanto incorruttibili, mentre le menti di tutti quei corpi si fondevano liberamente l’una nell’altra, indistinguibili”.

In questa concezione olistica della scienza, che non pretende di alimentarsi di conservatorismo, l’arte rinascimentale, basata su un patto tra Uomo-Natura-Religione non ancora rotto, trovò massima ispirazione nelle piante e nei suoi frutti. Ma questa è un’altra storia, che racconterò nel prossimo post.

 

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