La belle verte
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Apr
30
2018
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Breve storia (con morale) di un cereale

 

Oggi che il fabbisogno alimentare della popolazione mondiale è soddisfatto da poche colture (mais, frumento e riso forniscono il 60% delle calorie), ci sembra normale e fisiologico eliminare le erbe infestanti perché sottraggono risorse alle specie coltivate. Il consumo di pesticidi è altissimo e l’agricoltura intensiva è la regola in molte aree agricole, dove la semplificazione degli agroecosistemi e la conseguente perdita di biodiversità, insieme alle loro nefaste conseguenze sulla qualità dei suoli e sulla sicurezza degli alimenti, sono ormai ai massimi livelli sostenibili.

L’aumento della popolazione mondiale, non accompagnato da un’adeguata distribuzione della ricchezza, ha finito per concentrare i proventi dell’agricoltura nelle mani di poche persone, che naturalmente hanno tutto l’interesse a mantenere il potere decisionale sulle politiche agricole. In un tale scenario, non è difficile capire che le povere erbe infestanti, erbacce, malerbe – come le vogliamo chiamare – non possono aver posto e sono considerate ancora più dannose di quanto non siano in realtà. In questo tipo di agroecosistemi, gli intrusi non sono assolutamente tollerati. In fin dei conti, l’intolleranza in agricoltura si riflette anche nella crescente intolleranza nella società di oggi, di natura non solo etnica, religiosa o sessuale, ma riguardante anche bambini, anziani e persone diversamente abili, considerati al di fuori del processo capitalistico basato sulla produzione e sul profitto, e quindi da sottovalutare e svalorizzare. Siamo arrivati non solo a usare milioni di tonnellate di pesticidi ogni anno – l’Italia è uno dei principali utilizzatori – ma persino a creare piante transgeniche resistenti ai pesticidi al fine di utilizzarne ancora di più senza compromettere la coltura principale, senza pensare agli effetti – spesso cronici e a lungo termine – del loro utilizzo indiscriminato.

Eppure, le erbe infestanti hanno fatto la storia dell’agricoltura, dell’alimentazione e della società. Ce ne sono tanti esempi; citerò solo quello della segale (Secale cereale).

La segale è una graminacea, uno dei cereali classici dell’antichità. Veniva coltivata già 3000-2000 anni fa (dall’età del bronzo) nei campi di frumento e di orzo dell’Asia minore, dove cresceva inizialmente come erbaccia. Per quei popoli, la segale era quindi un’intrusa e per giunta molto simile al frumento e all’orzo, per cui era praticamente impossibile eradicarla. L’unico modo per evitare la sua crescita era eliminarla a mano, ma questo era un compito estremamente impegnativo e faticoso. La raccolta del frumento avveniva a sfalcio e la falce, si sa, non distingue nulla, figuriamoci le spighe di specie diverse. Ecco allora che i semi della segale finivano inavvertitamente tra quelli del grano: un po’ diventavano farina, altri venivano usati come sementi per l’anno successivo.

Dall’Asia minore, la segale, veicolata dall’invasivo “homo agricolus”, si spostò sempre più verso nord, est e ovest, fino ad arrivare a posti con climi più freddi. Sulle Dolomiti, fin dal IX secolo a.C. era presente sotto forma di erba infestante. Nel IV secolo a.C., in Europa centro-settentrionale, era ormai diffusamente coltivata per usi alimentari da Celti e Germani, i quali ne usavano anche gli steli per proteggere i tetti delle case e come foraggio per gli animali. I Romani non la gradivano molto per via del suo sapore deciso ma, in realtà, la ragione principale della mancanza della segale dalle loro abitudini alimentari era dovuta al fatto che la segale cresceva meglio in climi freddi e non richiedeva molte cure, e quindi era più adatta all’agricoltura più “primitiva” della fredda Europa del nord, dove difatti trovava “terreno fertile”. C’è però qualche eccezione: scavi archeologici presso Trento rinvennero resti di segale databili tra il II e l’inizio del VI secolo d.C. e altri rinvenimenti presso Cuneo (III-VI secolo d.C.) e Pavia (II sec. d.C.) documentano i primi raccolti di segale in Italia settentrionale. Passando a tempi moderni, dall’Ottocento, la predominanza della segale sul frumento in pianura viene meno, mentre continuò nelle aride e fredde terre montuose. Infine, nel XX secolo, si assiste alla scomparsa quasi totale della segale anche nei territori montani, che divennero prevalentemente prati stabili con colture foraggere. Alla diminuzione della superficie coltivata a segale contribuirono anche le guerre mondiali, l’industrializzazione e le coltivazioni meccanizzate tipiche dei terreni coltivati in pianura, tutti fattori che decretarono lo spopolamento delle montagne.

Ancora oggi, il pane di segale, dalla caratteristica pasta scura, dura e aromatica, povera di glutine, è diffuso in Europa centrale e orientale. Questo pane contiene delle sostanze viscose chiamate pentosani, ad effetto anticancerogeno. Queste molecole sono dei polisaccaridi composti da monosaccaridi pentosi (xilani), che l’uomo non è in grado di digerire e, insieme all’amido, attraggono molecole di acqua per osmosi, rendendo la consistenza della pasta gelatinosa e viscosa (sono anche in parte responsabili dell’umidità di alcuni tipi di pane di segale a semi interi). La farina di segale comprende inoltre anche contenuti relativamente alti di lisina (0.6 g/100 g), un aminoacido essenziale ad azione anti-arteriosclerotica per via dell’azione benefica che esercita sull’elasticità dei vasi. Il potere energetico del pane di segale è minore di quello del pane di frumento per l’alto contenuto di fibre, le quali aumentano il senso di sazietà, favoriscono la peristalsi intestinale, diminuiscono l’assorbimento intestinale di zucchero, e quindi l’indice glicemico, e favoriscono la microflora intestinale. La segale, in chicchi e in farina, è alla base di molti piatti tipici dei climi freddi europei, dove costituisce un potente “rimedio” alle diete ricche di grassi animali di quei posti.

La segale è un cereale “sfuggito al sistema” e che, ancora oggi lo combatte dall’interno. È talmente poco esigente che nei campi sperimentali dell’Università Martin Lutero di Halle, in Germania, si coltiva ormai ininterrottamente da 120 anni segale senza uso di concime. In quei campi, ogni anno si produce circa una tonnellata e mezza di segale per ettaro, la metà del raccolto che potrebbe raggiungere concimando convenzionalmente. La segale è un intruso indesiderato, un bullone che ha fatto saltare la catena di montaggio agricola. È sfuggita al suo areale di origine per la sua forte somiglianza con grano e orzo, ha trovato condizioni ottimali di crescita in altri posti, ha trovato un posto – seppur di nicchia – nell’agricoltura mondiale partendo da semplice infestante.

Mi chiedo quante altre piante simili vengano sacrificate sull’altare del progresso agronomico prima che ci rendiamo conto dei loro potenziali benefici. Mi chiedo se tali concetti possano essere estesi anche all’uomo.

 

 

P.S. Una sostanza estratta dal fungo Claviceps purpurea, parassita della segale, ha ispirato molti dischi che hanno segnato la storia della musica. “Lucy in the sky with diamonds” vi suggerisce qualcosa?

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Mar
28
2018
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La fioraia olandese

Una fioraia olandese deve piantare in una serra bulbi di tulipani contenuti in un sacchetto. Il numero dei bulbi è compreso tra 300 e 400. Il fiorista scava fossetti nel terreno e in ognuno di essi mette 6 bulbi. Gli restano 5 bulbi per l’ultimo fossetto. Prova a metterne 7 e poi 8. in entrambi i casi gli avanzano sempre 5 bulbi per l’ultimo fosso. Quanti sono esattamente i bulbi?

A) 341

B) 360

C) 320

D) 350

E) 336

 

Lascio a voi la soluzione. Il numero di bulbi del quesito – che gira anche su internet e su whatsapp – sembra piuttosto elevato ma, effettivamente, all’aeroporto di Amsterdam sono decine in negozietti di piante ornamentali che vendono sacchetti dei più svariati bulbi. Io ho optato per un sacchetto da 100; il prezzo era buono La precisione e efficienza olandese si è manifestata fin dall’acquisto, quando la fioraia in abiti tipici mi ha interrogato sulla latitudine del posto dove avrei piantato i bulbi, sulla durata del rispettivo inverno, sulle ore di luce e di freddo, sulla disponibilità di un frigo per invernarli, ecc. Per finire, mi ha dato un foglietto dettagliato con le istruzioni per piantarli, che ho perso subito dopo. Piantata in asso lei, un po’ per la stanchezza, un po’ per mediterraneo fatalismo, ho messo i bulbi in valigia e non ci ho pensato più. Visti i presupposti – riflettevo – da me non sarebbe germogliato niente. Eliminando l’opzione frigo, ho optato per il balcone all’aria aperta invernale e, dopo qualche settimana, a fine febbraio, ho piantato i bulbi, alcuni dei quali già cominciavano pericolosamente a germogliare.

Ora, in questo articolo, non intendo fare una lectio magistralis sulle piante bulbose per questo post primaverile, volutamente rilassante. Voglio però giusto ricordare (ricordarmi) che è un bulbo non è una radice o un seme, ma un germoglio sotterraneo di forma per lo più ovata, assai raccorciato, circondato da foglie carnose ispessite con funzione di riserva. Sono bulbi le parti eduli dell’aglio e della cipolla, ad esempio, le cui parti epigee portano bellissimi fiori, come potete vedere in basso (aglio selvatico; tutte le foto seguenti sono mie).

 

 

Se passeggiate in campagna in questo periodo, ogni tanto avvertirete nell’aria anche qualche zaffata di aglio proveniente appunto da queste piante selvatiche. Le sostanze presenti nelle foglie contengono zolfo (solfossidi) e, in seguito a danno meccanico, si trasformano in sostanze più semplici e volatili (tiosolfati), ad azione repellente per gli erbivori e antimicrobica. Sostanze simili si trovano anche nelle cipolle e in specie affini, molte delle quali commestibili.

 

(fonte: http://www.compoundchem.com/wp-content/uploads/2016/04/The-Chemistry-of-Wild-Garlic.png)

 

In buona compagnia dell’aglio vi riporto in basso due specie caratteristiche delle Murge. La prima è l’asfodelo, con la sua spiga di fiori bianchi a sei tepali bianchi con un’elegante striscia scura al centro. Le sue foglie venivano usate anche per la produzione di formaggi o per coprirli. Difatti:

 

“… e alla sella legò la bisaccia di lana grigia,

entro la quale stavan le forme di legno col

cacio fresco coperto di foglie d’asfodelo,

e la ricotta e il recipiente del latte…”

(Grazie Deledda; “Il vecchio servo”)

 

 

La seconda, che sembra un candelabro, è l’infiorescenza di Muscari comosum, il comune lampascione (o cipolla canina), tanto apprezzato nella cucina pugliese. Il bravo cercatore di lampascioni individua i fiori viola e scava fino a 20-30 cm alla ricerca del bulbo commestibile.

 

 

Tutte le specie che ho elencato fino ad ora appartengono all’ordine Liliales, dalle caratteristiche foglie carnose, lineari e lanceolate, e fiori a 6 tepali, disposti in due verticilli (3 + 3). Sono piante bulbose o rizomatose, con organi sotterranei commestibili, la maggior parte delle quali sono erbacee.

Tornando al sacchetto di bulbi olandesi, questi sono i risultati ottenuti finora con i Muscari coltivati, con infiorescenze che vanno dall’azzurro all’indaco.

 

 

Oltre a questi, sono spuntati narcisi e giacinti. I primi hanno dei fiori bellissimi con una paracorolla centrale che va dal giallo al rosso, al cui interno ci sono gli stami e il pistillo. Alcune specie selvatiche sono molto profumate (il nome deriva dal greco ναρκάω, narkào, stordisco). A testimonianza della sua bellezza, il nome scientifico del narciso selvatico è Narcissus poëticus L., o comunemente anche Fior di maggio (Concato?). Il giacinto, invece, appartiene alla famiglia delle Asparagales, imparentata alle Liliales. Nella foto in basso c’è un giacinto olandese, una serie di ibridi ornamentali derivati dal Hyacinthus orientalis, a fiori grandi riuniti fittamente in un’infiorescenza.

 

 

Qui in basso è comparso in vaso un croco bianco. Il nome del genere (Crocus) deriva dal greco kròkos, che significa “filo di tessuto”, e si riferisce ai lunghi stigmi ben visibili nella specie più conosciuta (e coltivata) di questo genere (Crocus sativus), cioè lo zafferano, la cui spezia contiene circa 150 sostanze aromatiche volatili, di cui la più importante è il safranale, un’aldeide terpenica.

 

 

Safranale

 

Nella busta di bulbi olandesi non potevano mancare i tulipani, originari del centro Asia, poi arrivati nel XVI secolo in Turchia dall’Afghanistan (Il nome deriva infatti dal turco “tullband”, copricapo, turbante). Nei Paesi Bassi giunsero nel 1554 dall’ambasciatore olandese in Turchia, ma la loro coltivazione iniziò nel 1593. Qui divennero una merce di lusso e il loro prezzo aumentò esponenzialmente (bolla dei tulipani – la prima bolla speculativa documentata nella storia del capitalismo) fino al 3 febbraio 1637, giorno in cui avvenne il definitivo crollo dei prezzi. Centinaia di olandesi, inclusi uomini di affari, dignitari, commercianti e persone comuni, caddero in rovina finanziaria quando si ritrovarono a detenere contratti per comprare tulipani a prezzi dieci volte maggiori di quelli di un mercato ormai crollato, o si trovarono a possedere bulbi che valevano un decimo di quanto li avevano pagati senza però avere più i soldi per mangiare. Gran brutta storia.

 

A proposito: alla fine, quanti erano esattamente i bulbi della fioraia olandese?

 

 

 

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Feb
22
2018
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Direttamente al succo

Le piante sono laboratori viventi di sostanze chimiche, la cui varietà oltrepassa la nostra immaginazione. Ogni anno vengono scoperti nuovi composti e potenziali medicinali sintetizzati proprio dalle piante, le quali, per la loro natura sessile, sono sottoposte a condizioni ambientali mutevoli e spesso ostili, nonché ad una vasta gamma di patogeni. Non potendosi spostare, ancorate al terreno, le piante devono ad ogni costo difendersi usando mezzi chimici. Le soluzioni che hanno funzionato, sono state setacciate dalla selezione naturale e sono arrivate fino ad oggi. Ci sono difatti molecole “antichissime”, la più famosa delle quali è la clorofilla, “inventata” nei batteri e trasmessa poi, attraverso i cloroplasti, in tutte le piante. In un articolo di qualche tempo fa, ricordavo che una parte della clorofilla è presente anche in noi come emoglobina, nei citocromi e nella vitamina B12, le cui strutture chimiche – basate sull’anello eme – sono molto somiglianti a quella della clorofilla, ma questa è un’altra storia. In parole povere, la natura conserva quello che funziona e a volte lo adatta anche a funzioni diverse (exaptation); come in una scatola di Lego, i mattoni di base sono sempre quelli ma è possibile ricombinarli a piacere. Se poi la molecola “funziona bene”, si “propaga” facilmente perché diventa un vantaggio adattativo ed evolutivo per l’organismo che la possiede ed è quindi possibile riscontrarla in piante anche non imparentate filogeneticamente.

Pensavo a tutte queste amenità, in ordine sparso come in questa introduzione, qualche settimana fa mentre stavo raccogliendo limoni in campagna. Sotto l’albero, tra spine conficcate e muri cadenti, i limoni pendevano sulla mia testa, alcuni verdi, altri giallognoli, altri ancora solo potenziali perché in fiore. L’odore prevalente era di zagara misto a quello di limone, che poi è simile a quello di quasi tutti gli agrumi (Citrus spp.), ma non solo di quelli. Lo stesso odore lo si può ritrovare in varie altre piante tra qui la citronella (Cymbopogon spp., una graminacea), dove è fortissimo, ma anche nello zenzero, nella curcuma e nel cardamomo (che appartengono alla famiglia Zingiberaceae), e io lo avverto anche in molte Lamiaceae, cioè le nostre comuni menta, lavanda, basilico, salvia, ecc., o nell’aneto e nel cumino (della famiglia Apiaeceae, parenti di carote e finocchi) o, ancora, nell’anice e nella verbena, e in alberi come il pino, il cipresso e l’eucalipto, ecc. Questi miei pensieri furono riposti in un cassetto fino a che una sera, ospite di una mia amica, mi fu rimproverato il mancato recapito come cadeau dei limoni raccolti. Tale mancanza era stata resa ancora più grave dalla passione della mia amica per le tisane, per cui mi furono mostrati una serie di agrumi e non, tutti accomunati dal tipico odore. C’era il classico limone (Citrus limon) e l’esotico lime (limetta in italiano, Citrus aurantiifolia, a buccia verde), considerati paradigmi di agrumi ma erroneamente. Difatti quasi tutti gli agrumi che conosciamo, con il loro frutto chiamato esperidio (da “Esperidi”, ninfe della mitologia greca che custodivano il giardino dei pomi d’oro di Era), sono ibridi, ad esclusione di mandarino, pomelo e cedro, che sono per così dire gli “agrumi primari”. Oltre questi due, c’erano foglie bilobate di kaffir lime (Citrus hystrix) e fusti di citronella (Cymbopogon spp.) usati in cucine orientale, e assimilabili al gusto dello zenzero, c’era anche il pepe del Sichuan (Zanthoxylum piperitum), la cui bacca ricorda quella del pepe nero, al quale non è per nulla imparentato. La storia di quest’ultima pianta è curiosa: si scartano i semi e si mangiano solo i gusci, che hanno inizialmente un sapore piccante e di limone e, dopo pochi minuti, causano un leggero intorpidimento della mucosa orale dovuto all’idrossi-alfa-sanshoolo (simile alla capsaicina dei peperoncini).

 

Lime, limone, pepe di Sichuan, fusto citronella e foglia di kaffir lime.

 

Ho fatto tutta questa lunga dissertazione per arrivare al succo (non di limone, ma del discorso, appunto), cioè la presenza in tutte queste specie, così distanti tra loro, di una molecola chiamata limonene, oltretutto gradita al palato umano in varie culture. Il limonene è un metabolita secondario delle piante, un idrocarburo (contiene solo atomi di carbonio e idrogeno, e difatti può essere usato anche come biocarburante), ha un odore di limone/arancia o di trementina (resinoso), a seconda della sua forma enantiomerica. Il principale composto chimico presente in natura e di maggior interesse in campo industriale e merceologico è il D-limonene, ovvero l’(R)-(+)-4-isoproprenil-1-metilcicloesene. Appartiene al gruppo dei terpeni, che costituiscono le resine e gli oli essenziali di molte piante, la cui unità di base è un idrocarburo a 5 atomi di carbonio, l’isoprene. Aggiungendo varie unità di isoprene (5 atomi di carbonio alla volta, quindi), le piante sintetizzano vari composti, sia lineari (es. carotene, il mircene, il geraniolo, lo squalene, ecc.) sia ciclici (vari fitosteroli, il mentolo, il limonene, appunto, e altri ancora). Come tutti i terpeni, il limonene si scioglie meglio in alcool che in acqua, proprietà grazie alla quale possiamo godere di prodotti come il limoncello (e sue interessanti varianti, come il mandarinoncello, il Cointreau, il Grand Marnier, e altri cari compagni di serate).

 

Il D-limonene

 

Ora, considerando che il limonene lo riscontriamo sovente e oltretutto in piante non affini, il suo vantaggio adattativo dovrebbe essere indubbio. È vero che il sapore del limonene è gradito in molte culture e si associa ad una sensazione di freschezza, ma questo non fa gli esseri umani dei vettori biologici di queste piante (anche perché ci cibiamo prevalentemente del succo e non mangiamo – e conseguentemente – defechiamo e propaghiamo semi interi). Anche l’agricoltura è relativamente recente (10.000 anni fa?) rispetto alla comparsa del limonene, per cui è difficile che l’appetibilità del composto abbia favorito addirittura la propagazione da parte degli agricoltori. Rimane quindi un vantaggio ancestrale e lontano che, a pensarci bene, abbiamo usato in passato e usiamo anche noi oggi: l’uso del limonene come insetticida e come antimicrobico (contro batteri e, in minor misura, funghi), che è poi l’uso prevalente che ne fanno piante. Noi stessi usiamo le candele alla citronella per tenere lontane le zanzare, e gli antichi egizi includevano oli essenziali di agrumi nel loro nécessaire per l’imbalsamazione dei cari estinti, al fine di arrestare l’inevitabile decomposizione microbica. E difatti, da un rapido esame di articoli scientifici sul tema (vedi lunga lista alla fine), le piante sintetizzano il limonene come difesa chimica contro molti patogeni (batteri, funghi e nematodi) e come deterrente contro gli insetti erbivori e/o che depongono uova sui/nei tessuti della pianta, uova da cui emergono voraci larve mangiafoglie.

 

Attività antimicrobica contro Xanthomonas oryzae da parte del (S)-limonene (riga b) e del suo enantiomero (R)-limonene (riga c). Gli aloni scuri intorno alla carta imbevuta di limonene indicano l’inibizione della crescita batterica (da Lee et al., 2016).

Controllo positivo (P.C.), foglie infettate (controllo negativo, N.C.) e pretrattamenti con varie concentrazioni di (S)-limonene in foglie di riso infettate da Xanthomonas oryzae (Lee et al., 2016).

 

Spesso il limonene è solo un prodotto intermedio, un precursore del carvone, un terpenoide dall’odore di menta o di cumino, a seconda della forma enantiomerica, che spesso ha capacità insetticida e antimicrobica anche maggiori di quelle del limonene. Il problema è che un segnale chimico non è “positivo” o “negativo” di per sé ma la risposta che induce dipende dal recettore dell’organismo bersaglio. Si potrebbe pensare quindi che elevati livelli di limonene siano favoriti nelle piante in quanto conferirebbero una maggiore protezione, ma ciò non è sempre vero. In arancio, ad esempio, livelli troppo alti di limonene fungono da deterrente anche per alcuni microorganismi utili per la pianta, i quali hanno capacità antibiotiche nei confronti di microorganismi patogeni o che favoriscono la germinazione dei semi della pianta stessa. Anche alcuni impollinatori sono attratti dal limonene, cosa che spiegherebbe perché negli agrumi i frutti, dove viene prodotto il limonene, si accompagnano spesso ai fiori. Per mantenere questo equilibrio, le piante regolano la produzione di limonene e la confinano in determinati organi e in determinati periodi. La faccenda è anche più complicata di quanto sembri perché il limonene sembra attrarre le femmine di alcune specie di coleotteri, che depongono quindi le uova sulle foglie, ma ciò è in qualche modo “tollerato” dalla pianta perché altri erbivori, più dannosi delle larve di coleottero, possono accorgersi della presenza di uova sulle foglie, evitando di mangiarle. Il limonene sarebbe quindi, ameno in questo caso, una protezione indiretta che renderebbe le femmine ovopositrici, come definiscono gli autori dell’articolo, più “choosy” (termine di forneriana e triste memoria).

La produzione industriale del limonene (attenzione, possibilmente da scarti di agrumi, dal momento che, da buon idrocarburo, si può sintetizzare anche a partire da copertoni usati) è oggi in crescita a causa del suo uso in medicina come antisettico, digestivo, aromaterapico, antinfiammatorio, antiasmatico, antiossidante, chemiopreventivo e anticancerogeno a concentrazioni di 2-2000 μM. Inoltre, a concentrazioni sotto i 10.000 μM, non ha effetti genotossici né provoca danni al DNA in cellule umane. Concentrazioni molto più alte consentirebbero invece il suo utilizzo come erbicida in agricoltura biologica perché è fitotossico e citotossico su molte erbe infestanti. A causa della loro azione insetticida, soprattutto contro le larve di lepidotteri e di coleotteri, gli oli essenziali contenenti limonene possono essere usati come biopesticidi in agricoltura biologica, anche in virtù della loro complete biodegradabilità. Un’altra proprietà fondamentale del limonene è la sua azione allelopatica, per cui le specie vegetali che lo sintetizzano e lo volatilizzano hanno vantaggi, anche a distanza, nei confronti di altre specie, inibendone la crescita o la germinazione dei semi nelle vicinanze. Una dei chemotipi più interessanti a tale riguardo è Dracocephalum kotschyi, una Lamiacea iraniana che ha altissimi livelli di limonene, con spiccate attività insetticida e allelopatica.

Oltre a questi usi, il limonene può essere usato come solvente, come biomateriale e come biocombustibile, anche se questi usi sono ancora molto limitati. Considerando la sua importanza industriale (la produzione mondiale ammonta a 60.000 t/anno), il gene della limonene sintasi, il principale enzima coinvolto nella sintesi del limonene, proveniente dal limone è stato usato per produrre piante transgeniche di Camelina sativa. Il gene, che nel limone non è costitutivo, cioè non viene sempre espresso, è stato messo sotto il controllo di un promotore (interruttore) molto forte proveniente dalla pianta modello Arabidopsis thaliana, per cui si sono ottenute piante transgeniche con alti livelli di limonene. Altre ricerche simili sono state condotte con successo su altre specie (es. tabacco) e su vari microorganismi, tra cui cianobatteri, in grado di produrre alti livelli limonene. È anche vero però che l’olio essenziale di agrumi contiene dal 70 al 98% di limonene, per cui continuano ad essere le bucce dei frutti le fonti di limonene preferite dall’industria.

 

I vari usi del limonene (da Jongedijk et al., 2016).

 

Le piante hanno una capacità notevole di produrre e accumulare in alcuni tessuti specializzati un’ampia gamma di metaboliti e molti di essi sono escreti in forma liquida o – se hanno un basso punto di ebollizione – volatile, al punto tale che si parla di secretoma e di volatoma, cioè dell’insieme di tutte queste sostanze. I tricomi ghiandolari sono dei peletti spesso non fotosintetici sulla superficie delle foglie, sormontati da un serbatoio di olio essenziale ricoperto da un sottile strato di cuticola, che si rompe facilmente al contatto fisico. Negli esperidi degli agrumi, il limonene è accumulato in cavità secretorie nella buccia colorata (flavedo), mentre non è sintetizzato nella parte bianca (albedo). Sono questi due i tessuti dove sono presenti gli enzimi necessari (tra cui la limonene sintasi) per la produzione del limonene a partire dal glucosio e dai suoi derivati ottenuti dalla fotosintesi. La produzione è spesso concentrata in alcune fasi, di solito quando il frutto o la foglia sono a piena maturazione.

Penserete a tutte queste cose quando vi preparerete la prossima aranciata?

 

Tricomi ghiandolari in Cannabis spp. (fonte qui).

 

Schema di un tricoma ghiandolare.

 

 

Grazie a loro, ho scritto:

 

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