La belle verte
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Apr
30
2019
0

Ultimatum alla Terra

 

(Ultimatum alla Terra, di Robert Wise, 1951)

 

“5000 anni fa noi umani eravamo circa 5 milioni in tutto.

Entro il 2025, si stima una popolazione mondiale di 9 miliardi.”

(Adam Rutherford; ed. Bollati Boringhieri)

 

Questa citazione, supportata da dati del passato e modelli di crescita, mette a dura prova la nostra logica e ci pone impietosamente davanti allo specchio: sembra quasi incredibile che solo 5000 anni fa, un battito di ciglia in termini evolutivi, fossimo così pochi. Oggi, invece, siamo in troppi, mediamente più sani e longevi di cinque millenni fa, e per la maggior parte intrisi di consumismo e capitalismo. In parole povere, siamo pieni di bisogni e le risorse non bastano più, e non parliamo di oro o rame ma delle due risorse più importanti per la vita: acqua e suolo. Se non vogliamo fare la fine di re Mida, morto di inedia circondato da montagne di oro, è ormai imperativo cambiare rotta: ci restano al massimo 30 anni per farlo.

Nel numero di Le Scienze di Aprile 2019 (“L’ultima speranza”, Richard Conniff), si parla di eliminare 1000 miliardi di tonnellate di anidride carbonica già emessa per limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C entro il 2100, oltre la quale si verificherebbero danni permanenti agli ecosistemi. Oggi siamo a un 1 °C sopra rispetto ai livelli pre-industriali. Il collasso climatico causerebbe una serie di effetti a catena che porterebbero a una Terra in grado di sostenere solo 1 miliardo di persone, invece dei 7,5 attuali. Consideriamo anche il fatto che siamo arrivati a una concentrazione atmosferica di anidride carbonica di 400 ppm (400 parti su 1 milione di parti = 0,04%) e che, continuando così, in 10 anni arriveremo a un livello 650 ppm, oltrepassato il quale cominciano a manifestarsi i primi sintomi sull’attività celebrale (che diventano fatali sopra i 3000 ppm). Per cui, se non facciamo qualcosa ora, in un futuro prossimo ci troveremo a dover risolvere un immenso problema in condizioni di semi-stordimento e con capacità intellettive limitate.


 

Il suolo ha tante funzioni, tra le quali quella di essere un grande serbatoio di carbonio (e quindi indirettamente di CO2 atmosferica e di altri pericolosi gas serra come il metano, CH4): ne contiene di più della biosfera e dell’atmosfera messi insieme. Il carbonio fissato dalle piante finisce quasi tutto sul suolo, dove viene decomposto e umificato, e quindi immagazzinato per un tempo più o meno lungo, prima di essere nuovamente mineralizzato e tornare in atmosfera come gas. Coltivare responsabilmente i suoli sembrerebbe facile se non fosse per il fatto che il 75% del suolo mondiale è più o meno degradato, per cui la sua funzionalità e fertilità sono ridotte. Inoltre, il cambiamento climatico già in atto rende i suoli più aridi e quindi meno produttivi in molte aree del pianeta, tra cui la nostra del Mediterraneo, per cui ci troviamo a combattere una guerra con una baionetta spuntata.

Perdiamo una superficie di suolo pari a 30 campi di calcio ogni minuto e ci rimangono solo 60 anni di raccolti se la degradazione del suolo continua a questo ritmo. A ciò si aggiunge che formare tre centimetri di suolo superficiale richiede circa 1000 anni, per cui il suolo non è una risorsa rinnovabile in termini di durata di vita umana. Non voglio usare i toni allarmistici di Greta Tunbergh ma questo è lo scenario nudo e crudo.

 

 

Il suolo ha un ruolo chiave nel cambiamento climatico globale. Tra i vari metodi che possono essere usati per eliminare i 1000 miliardi di tonnellate di CO2 di cui parlavamo prima, quelli che coinvolgono il suolo (riforestazione, uso di biorcarburanti e biochar, e stocaggio del carbonio del suolo per mezzo della gestione sostenibile dei suoli agrari) sono infatti i più economici (sotto i 100 $ per tonnellata di CO2 eliminata). Tra questi, la corretta gestione dei suoli coltivati è quella che costa meno re di cui conosciamo di più rispetto ad altre soluzioni più sperimentali e tecnologiche, e che è in grado di assorbire più CO2 atmosferica (oltre 5 miliardi di tonnellate entro il 2050), come illustrato nel grafico qui sotto.

 

(fonte: “Le Scienze” Aprile 2019)

 

Cosa possiamo fare? Ho già parlato di gestione sostenibile e conservativa dei suoli agrari in vari articoli divulgativi in questo blog (qui, qui, qui e qui) e pubblicato recentemente un articolo su Applied Soil Ecology, su un caso di oliveti gestiti in maniera differente (sostenibile e non sostenibile), con un forte messaggio finale nelle conclusioni. Credo, come Greta, che sia necessario farsi sentire agendo attraverso tutti i canali, dalle ricerca alla buona divulgazione, dai convegni alle manifestazioni, coinvolgendo soprattutto i bambini e le giovani generazioni, anche al costo di essere considerati dei “rompiballe” (triste cit. di Vittorio Feltri), altrimenti la battaglia è già persa in partenza. Non ci salveranno solo i microorganismi benefici del suolo o solo la sostenibile agricoltura biologica, che però è insostenibile su vasta scala, ed è quindi un ossimoro, ma avremo bisogno di tutte le armi che abbiamo a disposizione, anche i tanto demonizzati organismi geneticamente modificati (OGM). Oltre all’adozione di tecniche agronomiche sostenibili/conservative, piantare alberi in gran quantità potrebbe essere la migliore soluzione; del resto piante, alghe e alcuni batteri sono gli unici in grado di fissare CO2 usando energia a buon mercato (solare). Non scordiamoci, infine, che il modo in cui coltiviamo il suolo e gestiamo i sistemi di produzione del cibo per soddisfare la crescente domanda mondiale è fondamentale per il futuro della biodiversità, in forte declino, la quale a sua volta influenza la qualità dei suoli, per cui anche i conservazionisti e gli animalisti dovranno essere dalla nostra parte.

E soprattutto teniamo sempre a mente che ciò che si trova sotto i nostri piedi (suolo) influenza, in modo più o meno diretto, quello che abbiamo sopra di noi (aria).

 

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Mar
29
2019
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Verdi ma non marziane

 

 

“Ma è una pianta o un animale?”

“E chi lo sa… a quanto sembra è privo di un sistema nervoso centrale; non ha circolazione.”

“E allora come fa a muoversi?”

“Tutte le piante si muovono, ma in genere non fino al punto di sradicarsi da sole e correrti dietro.”

 

“È fuggito, è ritornato in vita ed è fuggito. Si rigenerano?”

“Come i vermi, come gli anellidi; anche se li tagli a metà, non riesci a ucciderli.”

 

“L’invasione dei mostri verdi (The Day of the Triffids)”, 1963, regia di Steve Sekely.

 

Il film da cui sono state tratte le citazioni sopra è liberamente tratto dal romanzo “II giorno dei trifidi”, di John Wyndham, pubblicato nel 1951, una tipica favola post-apocalittica dove la minaccia proviene dallo spazio ma è di tipo vegetale. Come ha scritto Richard Mabey nel suo “Elogio delle erbacce” (ed. Ponte delle Grazie), che ha ispirato questo articolo, la storia de “II giorno dei trifìdi” rappresenta un’acuta analisi dei modi in cui piante nuove e invasive si trovano inevitabilmente coinvolte nei bisogni dell’uomo e nei suoi preconcetti culturali. Anche se film e romanzo divergono un po’ sulla trama, essi sono accomunati dalla presenza inquietante della pericolosa pianta, coltivata nei giardini come pianta ornamentale, utile dal punto di vista alimentare (produce un olio eccellente) e in grado di produrre milioni di semi leggerissimi e trasportati dal vento (a strategia r, insomma). In poco tempo, la pianta di dubbia origine diventata una presenza comune nella vita di tutti ma, crescendo la pianta inizia ad avere una forma sempre più strana, fastidiosamente “aliena”: una sorta di arbusto ma allo stesso tempo albero, con in cima al fusto una curiosa formazione simile a una piantina di felce appena sbocciata, ricoperta di una sostanza appiccicosa in cui gli insetti restano invischiati. La pianta, aveva inoltre la capacità di camminare barcollando, estraendo la radici dal suolo, di pungere e iniettare un veleno letale, di secernere un fluido viscoso e urticante, e, dulcis in fundo, di nutrirsi di uomini che individuano dal suono e dall’odore. Infine, i ramoscelli intorno al fusto principale producono un segnale sonoro grazie al quale le piante comunicano tra di loro.

 

La pianta del film, e ancora di più del romanzo, possiede tutte le caratteristiche di una specie infestante (sostanze tossiche, aculei, grande adattabilità, capacità di propagarsi velocemente e in maniera invasiva, aspetto apparentemente innocuo, carnivoria), al punto da farla somigliare più a un animale. Riporto dal romanzo la mitica frase: “Non dico che non vi sia del girasole. Non dico che non vi sia della rapa. Non dico che non vi sia dell’ortica e nemmeno dell’orchidea. Tuttavia dico che se anche tutti loro avessero dato vita a quella pianta, nessuno di loro riuscirebbe a riconoscerla come propria discendenza”. Anche se ci sembrano caratteristiche fantascientifiche, in realtà non lo sono: conosciamo tantissime piante provviste di aculei, piante carnivore (le Nepenthes riescono a digerire anche un topo), piante in grado di muoversi strisciando sul suolo grazie a fusti filamentosi, come nel caso della cuscuta, o allungando vigorosamente i propri fusti rampicanti, come nel caso della Fallopia baldschuanica. È da poco nota la capacità delle piante di “udire” determinate frequenze, soprattutto quelle dell’acqua, ed è assodato che le piante comunicano tra di loro attraverso segnali chimici, fino ad avvertire “olfattivamente” la presenza di altri organismi, in particolare predatori e impollinatori. In più, nel romanzo, si anticipa il terrore che suscitano oggi gli OGM, particolarmente produttivi e utili ma allo stesso tempo considerati pericolosi e fuori controllo. In breve, le piante infestanti e invasive, chiamate in ecologia “aliene” (dal latino alienus: altrui, a sua volta dal greco ἄλλος: altro), devono avere qualcosa in più rispetto alle altre che non lo sono; provenienza, persistenza, peculiarità e soprattutto opportunismo sono gli ingredienti necessari perché un’infestante possa a pieno diritto essere considerata tale. L’infiltrazione delle specie aliene può avvenire in modo lento e riservato ma meticoloso, oppure può trattarsi di un’invasione ad ampio raggio, come quella della bella acetosella gialla (Oxalis pes-caprae, nella foto in alto, dai molteplici nomi comuni proprio perché ubiquitaria), proveniente dal Sudafrica, dai fiori giallo evidenziatore Stabilo, di cui facevo dei bei mazzetti da piccolo davanti alla mia scuola elementare.

 

L’atmosfera da thriller fantascientifico del romanzo e del film, oggi considerati un po’ trash e retrò, era ispirata da quella che respirava all’inizio della Guerra fredda, quando si scatenò l’ossessione collettiva di un’infiltrazione comunista: il pericolo fu così trasformato nell’immagine della pianta aliena che invade il giardino di casa. L’incubo peggiore era che l’intruso, capace di mutare aspetto, potesse essere scambiato per una persona comune, come nel film “L’ invasione degli ultracorpi”, guarda caso anch’esso di quel periodo (1956). Qui, le sagome amorfe e carnose degli extraterrestri uscivano da enormi baccelli prima di assumere l’identità della persona più vicina. Ne “Il mondo senza di noi” di Alan Weisman (2007) non siamo nel fantasy e nemmeno nella fantascienza, bensì nella realtà: partendo dall’assunto la biomassa vegetale è enormemente più abbondante di quella animale e microbica, cosa avverrebbe se l’uomo scomparisse di colpo? L’autore, basandosi su dati reali e modelli previsionali, conclude che la vegetazione si riapproprierebbe del pianeta lentamente ma inesorabilmente. Nel giro di 100-200 anni, di case e condomini non rimarrebbero che macerie di plastica non degradabile; dopo 10.000-50.000 anni dell’uomo rimarrebbero solo scheletri e manufatti. In piccolo, è quello che è avvenuto a Detroit, passata da essere una città ricchissima ad una poverissima in poco tempo perché basata sulla “monocultura” automobilistica: qui le erbe di prateria hanno colonizzato i parcheggi e le superstrade deserte, viti selvatiche scrostano i muri, e sui tetti delle fabbriche sono spuntati alianti alti decine di metri.

 

Oggi il pericolo è costituito, proprio come per il trifide da giardino del romanzo, da specie alloctone che si sono naturalizzate dopo essere state accettate nei giardini, apprezzate, propagate e diffuse da giardiniere in giardiniere, finché la loro popolazione non ha raggiunto un livello in cui la fuga spontanea o la messa al bando sono diventati inevitabili. Il pericolo non è solo di tipo ambientalista, ma minaccia anche i campi coltivati e le foreste, causando ingenti danni economici. Oggi poi, il cambiamento climatico è e sarà sempre di più una minaccia per le piante native, che si allontaneranno dai loro habitat tradizionali, finendo in giardini botanici o estinguendosi a livello locale. In questo caso lasceranno nella vegetazione dei vuoti che potranno essere colmati solo da piante più adatte alle nuove condizioni climatiche, provenienti cioè da aree più calde. Queste si “naturalizzeranno” e diventeranno comuni – cioè in grado di riprodursi e diffondersi senza l’intervento deliberato dell’uomo – e di conseguenza saranno considerato con il tempo “accettabili”. È difatti il tempo che si dimostra il fattore decisivo per le sorti delle piante invasive: quelle che infestano le colture agrarie possono restare nel loro territorio solo se questo viene continuamente disturbato, e quindi coltivato, e la loro avanzata, apparentemente inarrestabile, prosegue solo fino a quando un insetto o un microbo non imparano a cibarsene.

 

In questa epoca di migrazioni, dovute molto spesso proprio alle carestie causate dai cambiamenti climatici di origine antropica, i significati culturali della “naturalizzazione” possono avere delle sfumature attuali, perché pongono l’accento sulla accettabilità e sulla “idoneità” culturale. La naturalizzazione culturale implica il vedersi riconosciuti i diritti e i privilegi dei nativi o dei cittadini residenti. Tutte queste espressioni contengono un’accezione di dare e avere in cui lo straniero apporta il suo contributo alla cultura adottiva, oltre a cercare di fondersi con essa e a riceverne i principi. Per questo motivo, le piante aliene, invasive, infestanti, alloctone, esotiche, ecc. che in fin dei conti seguono gli spostamenti e le migrazioni umane, ci insegnano qualcosa di importante anche in ambito antropologico e socio-politico, e cioè che le migrazioni hanno causa ambientali e che un’integrazione è possibile, anche se richiede del tempo.

 

Tornando alla fantascienza, cioè da dove abbiamo iniziato, divertitevi su questo sito a trovare la vostra fiction plant preferita tra 80 specie aliene diverse.

 

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Feb
26
2019
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Mater artium natura

 

Tipico panorama murgiano (foto mia)

 

Con il termine di “prato” si intende comunemente un popolamento costituito in tutto o quasi da specie vegetali erbacee. Le praterie temperate normalmente si trovano all’interno dei continenti, lontano dall’influsso dei venti ricchi di umidità provenienti dai mari, in zone che hanno inverni freddi ed estati calde e precipitazioni scarse durante tutto l’anno. Quindi in Italia dovremmo trovarle quasi solo nelle zone interne, delle Alpi e dell’Appennino. I nostri prati aridi hanno, al contrario, un’estensione molto più vasta, perché spesso si sono sviluppati – come prati secondari – in aree coperte un tempo da boschi che sono stati distrutti dall’uomo in tempi più o meno remoti.

Tra questi prati aridi, quello a me geograficamente più vicino sono le Murge, una parte di Puglia poco conosciuta e non turistica, a suo modo ricca di sorprese. Le Murge sono un altipiano carsico che si estende tra la Puglia centrale e la Basilicata orientale. Si tratta di prati secondari, in parte spietrati e coltivati. Le Murge sono in una condizione intermedia, tra prato e pascolo, con specie erbacee sfalciate nel periodo primaverile-estivo, per essere poi utilizzate durante il resto dell’anno come aree di pascolo per il bestiame. In queste formazioni vegetali, oltre alle specie seminate – prevalentemente cereali – si insediano piante erbacee spontanee che contribuiscono a formare un ambiente seminaturale. Una peculiarità delle Murge è la scarsità di acqua, non strettamente connessa ad una bassa piovosità (spesso inferiore a 500 mm annui) ma anche dovuta alla composizione litologica e chimica del terreno.

Il censimento floristico delle Murge ha portato al rinvenimento di oltre un migliaio di specie. Tra queste, ci sono entità vegetali poco comuni, autentici tesori che impreziosiscono l’altopiano, in alcuni casi vere e proprie rarità floristiche di straordinario interesse scientifico e fitogeografico. Gli ambienti carsici murgiani sono inoltre caratterizzati da doline, inghiottitoi, canyon e grotte di origine carsica. Si tratta di substrati altamente permeabili in cui l’acqua s’infila rapidamente nel sottosuolo. Per questo motivo sono frequenti gli ambienti rupestri che, con le loro caratteristiche estremamente conservative, permettono la sopravvivenza di molte specie vegetali rare, nonostante le vicissitudini geologiche e climatologiche del passato, rappresentando così delle isole floristiche dove sono rimaste accantonate specie relitte, reminiscenze di una flora arcaica oggi quasi del tutto scomparsa. In particolare, le pareti verticali a strapiombo delle gravine offrono asilo a numerose entità vegetali dai colori vivaci e di incomparabile bellezza, che erompono quasi per miracolo da ogni più piccola fessura ove si è potuto raccogliere un po’ di terriccio. Ad entità a diffusione tirrenico-occidentale, si aggiungono specie a irradiazione mediterraneo-orientale (es. Balcani); per cui le Murge sono un confine biologico di grande importanza, un territorio di incontro in cui le specie vegetali orientali si mescolano con quelle occidentali, dando origine ad una flora di grande ricchezza e varietà.

Un’altra caratteristica delle Murge è il limitato sviluppo, la degradazione o la completa assenza del suolo. I prati aridi murgiani sono presenti in zone in cui affiorano rocce calcaree o dolomitiche, su aree caratterizzate dall’assenza di scorrimento idrico superficiale dovuta a fenomeni di tipo carsico. La scarsità di risorse nutritive disponibili nel terreno, causata anche da fattori climatici e dal continuo disturbo antropico, rendono impossibile la ripresa del bosco, che scompare o diviene rado. Dove la roccia è affiorante, se il suolo è presente, esso richiede generalmente tempi lunghissimi per formarsi e, qualora venga eroso, si riforma difficilmente. Inoltre, la composizione chimica dei calcari murgiani inibisce i processi pedogenetici. A questo contribuiscono le attività umane connesse alle pratiche agricole e silvo-pastorali, che rendono brulle in modo permanente queste aree un tempo boschive. Infine, il pascolo intensivo e i ripetuti incendi, spesso di natura dolosa, facilitano il denudamento dei versanti e l’erosione del suolo.

 

Adattamenti ecologici della vegetazione murgiana

A causa delle alte temperature estive, degli alti livelli di irraggiamento e di scarsità idrica stagionale, le Murge sono un ambiente difficile per le piante. Le strategie adottate da queste per vivere in tali condizioni sono essenzialmente di due tipi: temporali e morfologiche. La specializzazione temporale più spinta è quella delle specie erbacee annuali a ciclo breve, dette terofite, che trascorrono la stagione avversa sotto forma di seme, germogliano, crescono, fioriscono e fruttificano nell’arco di poche settimane, pochi mesi al massimo, approfittando della breve stagione umida (primavera e, in parte, autunno). D’altra parte, gli adattamenti di tipo morfologico sono mirati a limitare la traspirazione attraverso gli stomi delle foglie, con la riduzione della superficie fogliare o con l’abbondante presenza di peli che ricoprono la superficie fogliare. I feltri lanosi di peli che ricoprono fusti e foglie (detti tomentosi) hanno anche la funzione di proteggere dall’eccessiva irradiazione solare che, oltre a favorire l’evaporazione, potrebbe danneggiare i tessuti a causa i raggi ultravioletti.

Un’altra caratteristica della vegetazione delle Murge è di presentare aree, per lo più piccole ma numerosissime, interamente occupate da piante annue, nane e precoci. Le radure nella macchia e le piccole aiuole naturali di terra tra le rocce nude sono le stazioni predilette di varie specie di piccole dimensioni e di altre che, normalmente, raggiungerebbero dimensioni maggiori, ma che invece rimangono nane pur fiorendo e fruttificando, e muoiono senza avere raggiunto la loro statura normale. Successivamente, nelle stesse stazioni alla vegetazione nana subentra una nuova generazione di piante di maggiori dimensioni, che cancella qualsiasi traccia della precedente.

L’insieme di questa vegetazione annua, nana, precoce e fugacissima viene detta “microflora mediterranea precoce. Il “nanismo” è un fenomeno biologico di adattamento all’ambiente causato dal fatto che nei luoghi dove si sviluppa la microflora non vi sono piante perenni, perciò il terreno è adatto, quando sopraggiungono le prime piogge autunnali, al germogliamento di un gran numero di semi. In questo terreno libero da competitori, le giovani piante si sviluppano bene da principio, ma ben presto comincia la competizione: viene a mancare lo spazio ed il nutrimento e le piante arrestano il loro accrescimento. Mentre le specie normalmente piccole hanno, nel frattempo, acquistato il loro sviluppo completo, quelle appartenenti alla microflora si bloccano prima di averlo raggiunto. Tuttavia, anche queste ultime possono fiorire e fruttificare, perché le vicine, piccole anch’esse, non competono con loro né per la luce, né per lo spazio, né tantomeno per i nutrienti del suolo. Terminato il ciclo vegetativo di questa microflora precoce, germogliano e si sviluppano altre specie, più tardive, le cui giovani piantine crescono tra le piante nane in fiore e in frutto, e producono una seconda vegetazione, più ricca. Anche quest’ultima è annuale e termina il suo ciclo prima della calura estiva, lasciando libero il terreno fino all’epoca in cui inizia il nuovo germogliamento dei semi.

 

Schema illustrante l’evoluzione della vegetazione mediterranea e submediterranea (fonte: Quaderni Habitat n. 12).

 

Utilizzi pratici delle specie vegetali murgiane

Ho già parlato qualche anno fa dell’uso pratico di due specie tipiche delle Murge: la ginestra odorosa (Spartium junceum) per fabbricare contenitori detti “grilli” e la ferula (Ferula communis) per costruire sgabelli detti “firlizze. In realtà, però, sono tante le specie che venivano usato a scopo artigianale, edule e medicinale. Nelle piane di Altamura e Gravina, fino al secolo scorso, ogni persona conosceva almeno 30 piante di uso pratico. Oggi si cerca di recuperare questo patrimonio culturale ma, come accade per una lingua persa, è difficile trasmettere di nuovo queste conoscenze alle nuove generazioni.

Varie specie di asfodelo (Asphodelus spp.), frequenti nei pascoli impoveriti rimasti a lungo incolti, erano utilizzate in per intrecciare i caratteristici cesti per il pane (panieri) e canestri (corbule), decorati con motivi geometrici ottenuti dall’alternanza di fibre più chiare (prelevate all’interno della pianta) e più scure (all’esterno). Per preparare i manufatti i fusti di asfodelo, sradicati e raccolti in fasci all’inizio della primavera, erano esposti al sole per circa venti giorni, quindi tagliati in listarelle ed essiccati all’aria. Prima di essere lavorati, venivano posti a bagno per alcune ore. I tuberi di asfodelo venivano lessati, sminuzzati e applicati sulla pelle per lenire gli arrossamenti.

 

Cesto realizzato con asfodeli (fonte: Quaderni Habitat n. 12).

 

Le foglie del cardo mariano (Silybum marianum), eliminate le spine, erano cotte in brodo; i fusti più giovani venivano privati della cuticola, tagliati a pezzetti, quindi lessati o fritti; i capolini, privati delle parti fibrose e spinose, erano cucinati come i carciofi. I frutti (acheni) erano usati per curare i disturbi del fegato perché contenenti silimarina. L’elicriso (Helichrysum italicum), pianta aromatica dalle proprietà antinfiammatorie, era comunemente utilizzato come digestivo in campo veterinario. La stramma (Ampelodesmos mauritanicus), anche conosciuta come “tagliamani”, era adoperata per intrecciare funi, cesti per il pesce e recipienti per granaglie e ortaggi, e per impagliare damigiane, fiaschi e sedie. Con le sue lunghe infiorescenze, si realizzavano torce e la copertura di capanne rustiche. È documentato l’antichissimo uso di questa pianta per legare la vite, come attesta il nome greco: “ampelodesmos” (da “ampelos” = vite, e “desmòs” = legaccio). E, tra le specie eduli, le immancabili la cicoria comune (Cichorium intybus), sivone (Sonchus oleraceus), la rucola (Eruca vesicaria) e la borragine (Borago officinalis), raccolte e mangiate abbondantemente ancora oggi.

Tra la vegetazione delle Murge si trovano molte piante mediterranee, il cui areale, caratterizzato da maggiore umidità, si sovrappone spesso a quello dei prati secchi. Tra quelle utili, ricordiamo il corbezzolo (Arbutus unedo), di cui ho già parlato, il pungitopo (Ruscus aculeatus), le cui foglie appuntite e sclerotizzate allontanavano i topi dalle derrate alimentari, e varie specie di ginepro (Juniperus spp.), dalle proprietà diuretiche, queste ultime due trattate in un post di qualche anno fa. In particolare, il ginepro era usato per produrre carbone, scolpire statue, bastoni e piccoli oggetti (come anche si faceva con il legno di mirtoMyrtus communis), e il suo legno veniva distillato per produrre l’olio di Cadé, usato per curare le malattie della pelle a causa delle sue proprietà disinfettanti e vulnerarie. E ancora, l’erica arborea (Erica arborea) e la fillirea (Phyllirea spp.), usate in passato per la produzione di carbone e di scope, e le cui fascine di rami servivano per coprire i tetti e le pareti delle case povere, l’euforbia arborea (Euphorbia dendroides), il cui lattice velenoso un tempo era sfruttato per la cattura dei pesci, buttando i rami della pianta negli specchi di acqua dolce, e l’asparago selvatico (Asparagus acutifolius), dai turioni commestibilei e dalle proprietà diuretiche. Quest’ultimo cresce soprattutto in prossimità delle zone più secche e brulle, come ad esempio nelle fessure dei muretti a secco, che sono un segno distintivo delle Murge, e sotto i tronchi di grani alberi (olivo, carrubo, ecc.). Infine, una specie dal nome molto evocativo, nonché ingrediente magico e alimento principale dei Puffi, è la salsapariglia, o strappabraghe (Smilax aspera), a causa del fusto legnoso, molto ramificato e ingarbugliato, glabro, tenace e provvisto di spine rivolte all’indietro, presenti anche sul bordo e sulle nervature delle foglie, i cui frutti (e in minor misura le radici) hanno proprietà depurative grazie all’alto contenuto di saponine.

 

Puffo che mangia una foglia di salsapariglia (copyright: Peyo).

 

Prima di concludere questo lungo articolo, vorrei citare due specie che ho ritrovato spesso sulle Murge (sto pensando in questo momento che dovrei camminare più spesso per campagne e mi sto riproponendo di farlo): la marruca (Paliurus spina-christi) e il lumino greco (Ballota acetabulosa). La prima, parente del giuggiolo (Ziziphus jujuba), è un arbusto spinoso, il cui nome scientifico indica che i suoi rami sarebbero serviti per costruire la corona di spine di Gesù. Di sicuro, i rami più vigorosi e dritti della marruca erano utilizzati per appendere i grappoli d’uva e i pomodori da conservare per l’autunno e i primi mesi invernali, e per costruire siepi impenetrabili per recintare i campi a difesa dal bestiame al pascolo. Inoltre, i frutti, edibili e dal sapore di mela secca, erano tostati e macinati per produrre un surrogato del caffè, e hanno proprietà diuretiche, ipoglicemizzante e anticolesterolemiche.

 

Corona di spine (copyright: Orto Botanico di Napoli).

 

La seconda pianta, il lumino greco, è ancora più curiosa: i suoi calici imbutiformi delle infiorescenze essiccate erano infatti utilizzati, prima dell’avvento dell’elettricità, a mo’ di stoppini vegetali per alimentare lampade e lumini. I calici venivano bagnati nell’olio e appoggiati capovolto in un piccolo contenitore in terracotta contenente una parte di olio e due parti di acqua, e poi accesi.

Anche se il lumino è greco, piuttosto direi: “mater artium necessitas”.

 

Infiorescenze essiccate del lumino greco (fonte qui).

 

Grazie a loro, ho scritto:

Appunti personali.

Cifarelli S (2016). La pianta dei lumini. https://biodiversitapuglia.it/la-pianta-dei-lumini/

Medagli P, Gambetta F (2015) Le piante del Parco. Collana Parcomurgia.

Paliurus spina-christi. https://it.wikipedia.org/wiki/Paliurus_spina-christi

Quaderni Habitat n. 12 (2009) I prati aridi. Coperture erbacee in condizioni critiche. Ministero dell’Ambiente.

Quaderni Habitat n. 6 (2008) La macchia mediterranea. Formazioni sempreverdi costiere. Ministero dell’Ambiente.

Signorile L (2018) I muretti a secco riconosciuti Patrimonio dell’Umanità. http://www.nationalgeographic.it/popoli-culture/2018/11/29/news/i_muretti_a_secco_sono_diventati_patrimonio_dell_umanita_-4209119/

 

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