La belle verte
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Lug
02
2019
0

Il faggio di Francesco

 

“Immortalità, forza, sacralità, resistenza, generosità. Questo rappresenta un albero; qualcosa che da sempre occupa un posto fondamentale nella storia dell’uomo. Oggi nel mondo esistono quasi 3000 miliardi di alberi. Anche se minacciati dall’avanzare della civilizzazione, alcuni esemplari straordinari resistono ai quattro angoli della Terra. Monumento e simbolo di una natura che riporta alla memoria tempi lontani e molto diversi. Questo è un viaggio singolare e fantastico alla scoperta delle loro storie.”

 

(dall’introduzione di Tree Stories, serie TV,
https://www.raiplay.it/programmi/treestories/)

 

Chi ha seguito questa bellissima serie TV sugli alberi si è sicuramente appassionato alle storie su alberi monumentali sacri e venerati, sopravvissuti a calamità, longevi o importanti fonti di cibo per intere comunità di persone. Oggi vorrei solo brevemente parlare di un faggio molto particolare: il faggio di San Francesco, in località Rivodutri, tra Poggio Bustone e Piediluco, lungo la via di San Francesco del Sud Assisi-Roma (posizione qui).

 

Immagini del Faggio di San Francesco (foto mie)

 

La tradizione popolare, non riportata quindi nelle fonti francescane, narra che San Francesco fu colto all’improvviso da un forte temporale e cercò riparo sotto un faggio. Questo distese miracolosamente i suoi rami, ripiegandoli verso il basso a mo’ di ombrello. Dopo la lunga salita che porta ad una cresta a 1000 metri di altitudine, c’è una chiesetta dedicata a San Francesco. Da lì, il faggio è raggiungibile mediante una scalinata in discesa abbastanza comoda. L’albero è grandioso, con una circonferenza massima al tronco di 4 metri, 8 metri di altezza e un’età che dovrebbe aggirarsi sui 250 anni, sebbene non abbia trovato analisi dendrocronologiche a riguardo (conta degli anelli annuali del tronco). Questa età è ragguardevole per un faggio ma si allontana abbondantemente dai circa 800 anni che gli avrebbero permesso di incontrare Francesco. Del resto è inverosimile che un faggio raggiunga gli 800 anni: è da poco stato scoperto che i faggi più antichi d’Europa, sul versante calabrese del Parco Nazionale del Pollino, hanno 620 anni.

L’ipotesi più plausibile, a cui oltretutto è bello credere, è che quindi il faggio attuale sia un discendente dell’albero che ospitò San Francesco sotto le sue fronde. L’albero è immediatamente riconoscibile per la sua inedita forma del fusto e della chioma e per i numerosi oggetti lasciati sui rami, tra cui molte croci intagliate estemporaneamente, con i due bracci uniti da spaghi e laccetti, rosari, fotografie, foglietti di preghiere e dediche e tanti altri ex voto. Nella zona soprastante il faggio è anche possibile osservare, impresse su di una pietra, delle impronte di ginocchia, che la leggenda fa risalire San Francesco adagiatosi in preghiera.

 

La chioma impenetrabile del faggio di San Francesco (foto mia)

 

Il faggio (Fagus sylvatica L.) è un albero alto fino a 30 m, slanciato con chioma conica-ovoidale, densa. Ha una corteccia sottile, liscia e maculata; foglie con lamina ovato ellittica a margine intero e colore verde intenso. È una pianta monoica con fiori maschili pendenti e femminili riuniti a coppie. I frutti, detti faggiole, sono racchiusi all’interno della cupula, che a maturità si apre e li lascia cadere. Questo albero è diffuso in tutta Europa, dalla Norvegia alla Sicilia, predilige i climi umidi e atlantici, e vegeta tra i 900 e i 1500 m di altitudine. Sulla piccola guida che avevo con me ho letto che le caratteristiche morfologiche del faggio di San Francesco (tronco contorto e ramificato, rami nodosi con anse a grandi angoli, chioma densa, slargata e a pagoda) si possono riscontrare in pochi altri esemplari al mondo, forse soltanto in tre (di cui uno in Inghilterra e l’altro in Nord America; ma non ho trovato immagini né altre informazioni a riguardo), e che probabilmente quello di Rivodutri è il più grande in assoluto con questo portamento.

Dalle mie passate escursioni serbo il ricordo e qualche foto degli stupefacenti e contorti “faggi serpente” dei Piani di Acquafredda sul Pollino, tormentati dal vento e dal ghiaccio che ne hanno modellato la forma, ma un faggio con chioma ombrosa e “a pagoda”, dalla forma simile a quella di un gigantesco bonsai, come quello di Rivodutri non lo avevo mai visto!

 

I “faggi serpente” nel Parco Nazionale del Pollino (foto mie)

 

Per curiosità, ho misurato l’indice LAI (leaf area index) della sua chioma, fotografando dal basso con il cellulare diverse porzioni della chioma e analizzandole – approssimativamente – con un’applicazione Android chiamata Canopeo. Il LAI stima la copertura fogliare di una chioma, inversamente proporzionale alla luce trasmessa sul suolo sottostante l’albero: se la chioma è densa e uniforme, pochissima luce arriva al suolo. L’indice che ho ottenuto mediando 10 immagini è stato un altissimo 89% di copertura, ben al di sopra della media dei faggi circostanti (68%). So bene che correlazione non significa causazione, ma se questo fosse stato proprio il faggio che protesse San Francesco dalla pioggia, sarebbe stato quello più adatto, impermeabile quasi come un gigantesco ombrello.

 

Immagini della chioma scattate dal basso e delle relative elaborazioni dell’app Canopeo

 

Per finire, riporto quello che ho letto su un cartellone esplicativo nei pressi del faggio, che ritengo anche una bellissima preghiera laica, ambientalista, sostenibile e universale, come del resto era il messaggio di San Francesco, nonché quasi un codice civile per la protezione degli alberi. E ricordiamo, come più volte ha scritto lo studioso Giovanni Barbera nel suo libro “Abbracciare gli Alberi”, che proprio il senso di meraviglia nei confronti delle foreste primigenie, sacre agli Greci e ai Romani, e i tronchi massicci e slanciati degli alberi che le costituivano hanno ispirato la forma delle colonne dei templi e successivamente delle cattedrali. Su queste basi, mi auguro che questo articolo possa servire a sensibilizzare tutti sul ruolo ecologico, botanico e antropologico di questi alberi monumentali e delle foreste vetuste di cui fanno parte, indipendentemente dalla loro “santità”, e a porre l’accento sulla necessità di una loro strenua protezione.

 

Preghiera del Faggio di San Francesco

Sono un albero centenario, un testimone nei secoli.
Nella mia lunga vicenda su questa montagna ho conosciuto generazioni di pastori, di boscaioli, di carbonai, di turisti, di frequentatori del bosco. Alcuni hanno provato rispetto per il mio tronco annoso e la mia chioma vetusta, altri hanno inflitto barbaramente sulla mia corteccia, che poi in sostanza è la mia pelle.
Se vuoi che i tuoi figli e i figli dei tuoi figli continuino a raccontare le mie vicende, la mia storia, le leggende legate alla presenza di un grande albero che ha offerto riparo ad un piccolo uomo, grande, immenso nella sua Santità, abbi per me rispetto e considerazione.
Non calpestarmi, non salire sui miei rami resi deboli dall’inclemenza delle tante stagioni vissute.
Non appendere alle mie branche il ricordo della tua presenza. Cerca invece di rivolgere al Cielo una preghiera di gratitudine per la bellezza del creato.
Non incidere le iniziali del tuo nome sul mio tronco: non serve, io conserverò per sempre memoria della tua presenza.
Non accendere fuochi alla base del mio tronco o nelle immediate vicinanze, potresti distruggere così una testimonianza che per molti è preziosa.
Percorri questo sentiero in  pace e serenità e questi sentimenti ti arricchiranno e ti renderanno più forte e sicuro nel cammino della vita che ti attende.

Il Vecchio Faggio

 

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Mag
28
2019
0

20 anni in 12 minuti

 

Ogni tanto, un post autobiografico ci sta. Questa volta tocca ad una presentazione orale che ho tenuto a un congresso ad Aarhus, in Danimarca. Fin qui niente nuovo – ne ho fatte a decine – anche se la tensione che provo prima di cominciare è sempre alle stelle e non imparo mai a tenerla a bada. Il tutto sembra stressante ma è anche stimolante e. più prosaicamente, utile: incontrare nuove persone di diversa cultura e formazione è certamente faticoso, soprattutto per me che non sono di madrelingua inglese, ma allo stesso tempo permette di confrontarti e di crescere, facendoti uscire dalla tua comfort zone culturale e geografica.

Non avevo avuto il tempo di preparare la presentazione i giorni precedenti, per cui avevo 48 ore lorde (c’era anche il convegno e il sonno). Di solito ci riesco ma stavolta è stata un’altra storia. Basandomi sulle relazioni orali del primo giorno e del taglio del convegno, mi sono accorto che sarebbe stato preferibile trattare un caso particolare e studiato da molto tempo e, da questo, con un approccio olistico, arrivare ad altri argomenti, come l’uso del suolo, la qualità dell’acqua e l’inquinamento atmosferico. Sono abituato a questo approccio olistico, in fin dei conti sono di formazione un biologo con un background ecologico-ambientale e quindi ho per natura una visione generale a partire da tanti concetti particolari, per cui mi sono messo subito all’opera pensando di finire in 3-4 ore. Il canovaccio ce l’avevo tutto in testa, le slide semi-pronte, soltanto da ritoccare e ordinare; non avrei avuto problemi, pensavo. La faccenda è stata alla fine più complicata del previsto: il caso-studio era un oliveto sperimentale che seguiamo da 20 anni, su cui ho fatto davvero di tutto, da stime di erosione a misure di emissione di CO2, da indici chimici e microbiologici di fertilità del suolo a misure di scambi gassosi e di efficienza fotosintetica delle piante, dai metodi irrigui allo studio del microbiota di piante e suolo, fino, in tempi recenti, allo studio sulla macrofauna del suolo.

Il tutto doveva durare 12 minuti + 3 di domande/dibattito, e dovevo tenere in considerazione che in Danimarca non si sfora di un secondo e che farlo avrebbe significato matematicamente essere maleducato. In aggiunta, dopo di me c’era il pranzo, per cui erano tutti impazienti e affamati, ero uno dei pochi non anglosassoni della conferenza e non facevo parte di supermegaprogetti internazionali da milioni di euro. Mentre preparavo il tutto, pensavo che avrei dovuto condensare 20 anni di attività in 12 minuti, con una media di 1,6 periodico anni (circa 19 mesi) a minuto. Pensavo anche a quanto avessi fatto e pubblicato in tutti quei 20 anni, con molta passione e volontà e pochi mezzi, grazie all’aiuto delle poche ma essenziali persone che mi hanno incoraggiato e sostenuto. Credo che tutte queste sensazioni siano stati evidenti al momento della mia presentazione: il pubblico era interessato, le domande tante, io soddisfatto dell’esposizione, e il chairman, un docente dell’università di Davis, mi ha chiesto se non fossi interessato ad andarlo a trovare in California per condurre delle prove insieme. Gli ho risposto che ne avremmo parlato durante un caffè e che, tra le mie tante peregrinazioni per il mondo, a Davis c’ero già stato – e molto bene – con una borsa Fulbright.

Dopo aver chiesto il permesso agli altri autori della presentazione, mi permetto di pubblicarla. Tutte le fonti sono state citate (si tratta interamente di ricercatori del nostro gruppo), ho avuto il nulla osta dagli organizzatori del convegno e non ci sono problemi di copyright. Se siete interessati a vederla, potete scaricarla da questo sito. Riguarda l’effetto di sistemi agronomici conservativi/sostenibili o convenzionali/intensivi sulla qualità del suolo di un oliveto. Se poi volete usare qualcuna di quelle slide, avvisatemi per favore perché vi posso dare anche i riferimenti bibliografici approfonditi. Nessuna fuffa biodinamica, “solo” sistemi di agricoltura conservativa che aiutano le piante a crescere in suoli fertili, con benefici sulla produzione e sull’ambiente.

 

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Apr
30
2019
0

Ultimatum alla Terra

 

(Ultimatum alla Terra, di Robert Wise, 1951)

 

“5000 anni fa noi umani eravamo circa 5 milioni in tutto.

Entro il 2025, si stima una popolazione mondiale di 9 miliardi.”

(Adam Rutherford; ed. Bollati Boringhieri)

 

Questa citazione, supportata da dati del passato e modelli di crescita, mette a dura prova la nostra logica e ci pone impietosamente davanti allo specchio: sembra quasi incredibile che solo 5000 anni fa, un battito di ciglia in termini evolutivi, fossimo così pochi. Oggi, invece, siamo in troppi, mediamente più sani e longevi di cinque millenni fa, e per la maggior parte intrisi di consumismo e capitalismo. In parole povere, siamo pieni di bisogni e le risorse non bastano più, e non parliamo di oro o rame ma delle due risorse più importanti per la vita: acqua e suolo. Se non vogliamo fare la fine di re Mida, morto di inedia circondato da montagne di oro, è ormai imperativo cambiare rotta: ci restano al massimo 30 anni per farlo.

Nel numero di Le Scienze di Aprile 2019 (“L’ultima speranza”, Richard Conniff), si parla di eliminare 1000 miliardi di tonnellate di anidride carbonica già emessa per limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C entro il 2100, oltre la quale si verificherebbero danni permanenti agli ecosistemi. Oggi siamo a un 1 °C sopra rispetto ai livelli pre-industriali. Il collasso climatico causerebbe una serie di effetti a catena che porterebbero a una Terra in grado di sostenere solo 1 miliardo di persone, invece dei 7,5 attuali. Consideriamo anche il fatto che siamo arrivati a una concentrazione atmosferica di anidride carbonica di 400 ppm (400 parti su 1 milione di parti = 0,04%) e che, continuando così, in 10 anni arriveremo a un livello 650 ppm, oltrepassato il quale cominciano a manifestarsi i primi sintomi sull’attività celebrale (che diventano fatali sopra i 3000 ppm). Per cui, se non facciamo qualcosa ora, in un futuro prossimo ci troveremo a dover risolvere un immenso problema in condizioni di semi-stordimento e con capacità intellettive limitate.


 

Il suolo ha tante funzioni, tra le quali quella di essere un grande serbatoio di carbonio (e quindi indirettamente di CO2 atmosferica e di altri pericolosi gas serra come il metano, CH4): ne contiene di più della biosfera e dell’atmosfera messi insieme. Il carbonio fissato dalle piante finisce quasi tutto sul suolo, dove viene decomposto e umificato, e quindi immagazzinato per un tempo più o meno lungo, prima di essere nuovamente mineralizzato e tornare in atmosfera come gas. Coltivare responsabilmente i suoli sembrerebbe facile se non fosse per il fatto che il 75% del suolo mondiale è più o meno degradato, per cui la sua funzionalità e fertilità sono ridotte. Inoltre, il cambiamento climatico già in atto rende i suoli più aridi e quindi meno produttivi in molte aree del pianeta, tra cui la nostra del Mediterraneo, per cui ci troviamo a combattere una guerra con una baionetta spuntata.

Perdiamo una superficie di suolo pari a 30 campi di calcio ogni minuto e ci rimangono solo 60 anni di raccolti se la degradazione del suolo continua a questo ritmo. A ciò si aggiunge che formare tre centimetri di suolo superficiale richiede circa 1000 anni, per cui il suolo non è una risorsa rinnovabile in termini di durata di vita umana. Non voglio usare i toni allarmistici di Greta Tunbergh ma questo è lo scenario nudo e crudo.

 

 

Il suolo ha un ruolo chiave nel cambiamento climatico globale. Tra i vari metodi che possono essere usati per eliminare i 1000 miliardi di tonnellate di CO2 di cui parlavamo prima, quelli che coinvolgono il suolo (riforestazione, uso di biorcarburanti e biochar, e stoccaggio del carbonio del suolo per mezzo della gestione sostenibile dei suoli agrari) sono infatti i più economici (sotto i 100 $ per tonnellata di CO2 eliminata). Tra questi, la corretta gestione dei suoli coltivati è quella che costa meno re di cui conosciamo di più rispetto ad altre soluzioni più sperimentali e tecnologiche, e che è in grado di assorbire più CO2 atmosferica (oltre 5 miliardi di tonnellate entro il 2050), come illustrato nel grafico qui sotto.

 

(fonte: “Le Scienze” Aprile 2019)

 

Cosa possiamo fare? Ho già parlato di gestione sostenibile e conservativa dei suoli agrari in vari articoli divulgativi in questo blog (qui, qui, qui e qui) e pubblicato recentemente un articolo su Applied Soil Ecology, su un caso di oliveti gestiti in maniera differente (sostenibile e non sostenibile), con un forte messaggio finale nelle conclusioni. Credo, come Greta, che sia necessario farsi sentire agendo attraverso tutti i canali, dalle ricerca alla buona divulgazione, dai convegni alle manifestazioni, coinvolgendo soprattutto i bambini e le giovani generazioni, anche al costo di essere considerati dei “rompiballe” (triste cit. di Vittorio Feltri), altrimenti la battaglia è già persa in partenza. Non ci salveranno solo i microorganismi benefici del suolo o solo la sostenibile agricoltura biologica, che però è insostenibile su vasta scala, ed è quindi un ossimoro, ma avremo bisogno di tutte le armi che abbiamo a disposizione, anche i tanto demonizzati organismi geneticamente modificati (OGM). Oltre all’adozione di tecniche agronomiche sostenibili/conservative, piantare alberi in gran quantità potrebbe essere la migliore soluzione; del resto piante, alghe e alcuni batteri sono gli unici in grado di fissare CO2 usando energia a buon mercato (solare). Non scordiamoci, infine, che il modo in cui coltiviamo il suolo e gestiamo i sistemi di produzione del cibo per soddisfare la crescente domanda mondiale è fondamentale per il futuro della biodiversità, in forte declino, la quale a sua volta influenza la qualità dei suoli, per cui anche i conservazionisti e gli animalisti dovranno essere dalla nostra parte.

E soprattutto teniamo sempre a mente che ciò che si trova sotto i nostri piedi (suolo) influenza, in modo più o meno diretto, quello che abbiamo sopra di noi (aria).

 

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