La belle verte
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Gen
23
2020
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Biologico, biodinamico e tradizionale: cosa mangiamo e come lo coltiviamo

 

Prima di tutto, buon anno a tutti i lettori di questo blog!

Questo mese, tra alti e bassi, sono stato parecchio impegnato con la stesura di articoli scientifici – lavoro che mi piace molto fare e che mi consente di valorizzare i dati ottenuti dagli esperimenti e di farli conoscere al maggior numero di persone. Questo lavoro, non meno difficile del condurre gli esperimenti stessi, ha anche un grande vantaggio: mi permette di imparare scrivendo, e quindi di tenermi aggiornato.

Dal momento che sono convinto che l’attività di divulgazione non sia meno nobile di quella scientifica e che non mi è mai piaciuto occupare né tantomeno presidiare torri d’avorio, ho accettato l’invito del Circolo UAAR di Bari per un seminario sui diversi sistemi di gestione agronomica, parlando di agricoltura convenzionale, intensiva, tradizionale, sostenibile, integrata, ecc., fino ad arrivare ai controversi metodi biologici e il biodinamici.

Ho imparato mentre mi documentavo per la presentazione, ho imparato durate la presentazione, tenuta in un pub rumoroso, ho imparato dalle domande del pubblico, tutte azzeccatissime. Come diceva Socrate, nonostante lo sforzo nel preparare l’intervento, ho acquisito la consepevolezza di sapere di non sapere abbastanza; ma questo è il bello della ricerca, la quale non ha verità assolute e insegna a non averne.

Scrivo qui solo il messaggio principale del documento: cioè che l’agricoltura “migliore” non esiste, ma la scelta giusta dipende dalle situazioni e dagli obiettivi. L’innovazione, la ricerca, la conoscenza e la trasparenza sono le armi vincenti dell’agricoltura integrata, che si modifica e si adatta a seconda dei contesti.

Se siete curiosi e interessati, vi lascio alla presentazioneil cui pdf potete scaricare da qui. Siete liberi di usarla come più vi piace ma, nel caso lo facciate, per favore citatene la fonte.

 

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Dic
20
2019
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Parassiti natalizi

 

Siamo ormai prossimi al Natale e La Belle Verte compie 11 anni. Festeggiamo allora parlando di parassiti natalizi, non nel senso di parenti o amici che richiedono prestiti o riciclano regali altrui, ma di parassiti – ovviamente – vegetali.

 

Il vischio è stato cantato già dai celti e le antiche genti scandinave e di esso si parla anche nell’Eneide di Virgilio, dove era il “ramo d’oro” (per il colore chiaro delle sue foglie e pseudo-bacche) sacro a Proserpina, necessario ad Enea per poter scendere nell’Ade e rivedere suo padre. Non è una specie protetta, anche se riveste un ruolo importante all’interno delle dinamiche ecologiche del bosco. I druidi, sacerdoti celtici, attribuivano al vischio un grande potere, poiché è una pianta celestiale in quanto aerea, cioè che vive sul tronco degli alberi senza mai toccare terra. Panoramix, il druido di Asterix, usava il vischio tra i numerosi ingredienti della sua pozione magica. Inoltre, baciarsi a capodanno sotto il vischio porterebbe fortuna (leggete qui), per cui rientra tra le piante simbolo delle festività natalizie, come l’agrifoglio e il pungitopo.

 

Si pensa spesso che il vischio sia un’epifita – un termine che deriva dal greco (il prefisso “epi” significa ‘sopra’) – cioè una pianta che cresce su un’altra pianta (in questo blog, avevamo parlato tempo fa delle Bromeliaceae, molte delle quali epifite). Le epifite in senso stretto non sono però parassite e non ottengono direttamente l’alimentazione dall’albero ospite su cui crescono, sebbene si possa dire che danneggino l’ospite indirettamente. Non sono quindi “autostoppiste” innocue perché gli alberi fortemente infestati spesso mostrano segni di morbilità o lesioni. Gli alberi in stato senescente tendono ad essere inclini all’infestazione da epifite. Inoltre, poiché le epifite vivono in un ambiente dominato da livelli fluttuanti di nutrienti, umidità e luce, si può dire che sono adattati per resistere a stress periodici. I mezzi per procurarsi nutrienti minerali e umidità sono cruciali per un’epifita e possono avere un impatto su altri organismi all’interno dell’ecosistema. Infatti, In molte foreste mature il carico di epifite è maggiore di quello delle erbe sottostanti e non di rado la superficie fogliare collettiva delle epifite supera quella dell’albero ospite.

 

Ci sono poi piante parassite ed emi-parassite (queste ultime “in parte” parassite). Il vischio è appunto una di queste.

 

Esistono due tipi principali di parassiti del fusto: i grandi e folti emi-parassiti arborei, in particolare i vischi dell’ordine Santalales (famiglie Loranthaceae, Viscaceae ed Eremolepidaceae); e i generi Cassytha e Cuscuta, che sono piante rampicanti parassite ad ampia distribuzione, con fusti filiformi senza foglie attaccati alla pianta ospite per mezzo di ventose. I parassiti del fusto sviluppano austori (estroflessioni simile a radici) che li collegano all’ospite. La specie ospite fornisce al parassita acqua e sostanze nutritive sia minerali che organiche (zuccheri). Per far questo, le piante parassite ed emi-parassite hanno numerosi stomi (aperture fogliari), in modo che si instauri un alto tasso traspirativo in grado di attirare acqua e sostanze nutritive dall’ospite.

 

I parassiti del fusto possono essersi evoluti da epifite che generalmente non avevano relazioni specie-specifiche. Le Santalaceae, che sono correlate ai vischi, sono particolarmente interessanti perché sono parassiti delle radici, ad eccezione di Dendrotrophe, un genere di parassita del fusto. Le Santalaceae sono emi-parassite senza preferenze dell’ospite. Thesium ha radici erranti che attraversano il suolo a una profondità di pochi centimetri, stabilendo contatti multipli con le radici degli ospiti. Forse le Santalaceae illustrano un esempio dell’origine del parassitismo del fusto dal parassitismo radicale o viceversa.

 

I vischi sono emi-parassite, cioè piante fotosintetiche che ottengono in parte acqua e sostanze nutritive dall’albero ospite. Presentano alti tassi traspirativi al fine di ottenere acqua e nutrienti essenziali dall’ospite, che deperisce lentamente. Nei vischi, l’ipocotile si allunga dal seme con una minuscola radichetta sulla punta. Questa è coperta di papille che secernono una colla quando toccano la superficie dell’ospite. La radichetta quindi si allarga per formare una ventosa a forma di tazza che penetra nel tessuto dell’ospite. Sotto l’epidermide dell’ospite si forma quindi un callo verde ramificato. In molti vischi tropicali (Loranthaceae ed Eremolepidaceae) come Plicosepalus sono presenti radici epicorticali che si arrampicano lungo il ramo producendo austori secondari in tutti i punti di contatto.

 

Vischio (Viscum album L.) su un ramo di pero selvatico (foto: A. Sofo)

 

Alcuni vischi presentano un tessuto extra-ovulare (una pseudo-bacca) sul seme, oltre a essudati chimici utili per l’attaccamento (viscosità) e la germinazione – il contenuto appiccicoso delle bacche del vischio è stato utilizzato come colla per la pratica dell’uccellagione -. Il testa (un tegumento) del seme è fortemente ridotto in modo che gli embrioni vengano rilasciati in una massa appiccicosa. Le famiglie di vischio Loranthaceae e Viscaceae si sono probabilmente evolute da gruppi non parassiti attraverso un parassita radicale emi-parassitario. Il vischio Anothofixus, che è un’epiparassita obbligato, attacca il floema del suo ospite, il vischio Amyema, mentre quest’ultimo viene a contatto a sua volta con lo xilema del suo ospite, Casuarina. Spesso c’è specificità dell’ospite come nel caso di Arceuthobium su Pinus o Juniperus.

 

Pseudo-bacche di vischio (Viscum album L.) (foto: A. Sofo)

 

Una caratteristica molto insolita dei vischi tropicali (famiglia Loranthaceae) è il modo in cui alcuni sembrano assomigliare alla forma della foglia del loro ospite, una strategia quindi di mimetismo vegetale. Amyema linophyllum, parassita della Casuarina, ha foglie a forma di rami di quest’ultima. Altre specie assomigliano ai fillodi dell’acacia, come dimostrato nel 75% dei vischi australiani. Dendrophatae shirleyi può addirittura assomigliare a tre diversi tipi di ospiti con foglie piatte lineari-lanceolate, foglie spesse arrotondate o foglie compresse lineari.

 

Vischio tropicale; Loranthaceae (fonte: M. Ingrouille e W. Eddie 2006)

 

Mimetismo (riquadro in alto a destra) di Amyema linophylla

 

Molti vischi sono impollinati dagli uccelli e hanno fiori attraenti (comprese corolle esplosive). Anche la pseudo-bacca viene solitamente disseminata dagli uccelli.

 

Guano di tordela con semi di vischio (fonte: A. Girodo)

 

I vischi inoltre sono molto studiati per le loro elaborate strategie di impollinazione dei fiori e di dispersione dei semi. A titolo di esempio, in un vischio parassita (Tristerix corymbosus), le strategie contrastanti di impollinatori (colibrì) e dispersori (marsupiali) influenzano il tempo di fioritura: l’apertura dei fiori durante l’inverno e la tarda primavera determina un numero minore di visite da parte del colibrì e riduce l’impollinazione e l’allegagione rispetto ai fiori che si aprono in autunno o all’inizio della primavera. Tuttavia, i frutti prodotti durante l’inverno beneficiano di alti tassi di rimozione e dispersione durante l’estate quando il principale dispersore, il marsupiale Dromiciops australis, alleva la prole. In questo caso, l’ottimizzazione della dispersione dei frutti con i tempi dell’attività del marsupiale può essere tanto importante, se non più importante, del successo dell’impollinazione nel determinare il tempo di fioritura. Questi risultati suggeriscono che il periodo di attività dei dispersori di semi può modellare l’evoluzione della fioritura, anche se gli agenti di dispersione non interagiscono con i fiori. Influenze simili possono determinare i periodi di fioritura di molte specie con frutti o pseudo-frutti carnosi che si affidano a Vertebrati come dispersori di semi.

 

Mi fermo qui. Auguri e arrivederci all’anno prossimo!

 

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Nov
29
2019
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Rosso e verde

(Foto: Adriano Sofo)

 

Le cave di bauxite di Spinazzola, in Puglia, sono un ecosistema sorprendentemente ostile che ricorda vagamente la superficie di Marte. Le cave state utilizzate come miniere per estrarre alluminio fino alla fine degli anni ’80 per poi essere chiuse per via della concorrenza dell’alluminio africano e asiatico. La bauxite grezza era estratta qui, caricata su camion per essere trasportata prima a Trani, il porto più vicino, e poi, via nave, a Marghera, dove si trovavano le fonderie. Qui a Trani, dove vivo, i più anziani ricordano che c’era una zona del porto di Trani chiamata proprio “terra rossa” proprio per via del colore rosso del terreno.

Perché di rosso qui ne abbiamo in quantità industriali, di tutte le tonalità e le sfumature, con contrasti e saturazioni inusuali e una tavolozza di gradazioni che va dal rosso, all’arancio, al rosa, all’ocra, al giallo, al marrone. E tutto questo rosso abbagliante contrasta con il blu del cielo aperto e luminoso delle Murge e con quel poco verde della vegetazione presente.

 

(Foto: Adriano Sofo)

 

La bauxite contiene prevalentemente ossidi e idrossidi di alluminio e di ferro. In particolare, è ricca in metaidrossido di alluminio AlO(OH) e ortoidrossido di alluminio Al(OH)3. I noduli di bauxite sono rotondeggianti perché la bauxite è una roccia sedimentaria, e viene quindi trasportata, sminuzzata e levigata per l’attrito a cui è sottoposta. Curioso è anche il nome “bauxite”, che non deriva dalle sue caratteristiche chimico-fisiche ma da Les Baux-de-Provence, il paese a sud della Francia dove sono state aperte le prime miniere di bauxite, all’inizio dell’‘800.

 

(Foto: Adriano Sofo)
(Foto: Adriano Sofo)

 

Ciò che più mi ha colpito di questo luogo è proprio il contrasto tra un suolo così inospitale, ventoso, rovente d’estate e freddo d’inverno e, nonostante le condizioni avverse, una vegetazione caparbia. L’alluminio è il metallo più abbondante della crosta terrestre (15.41% di tutti gli elementi), dove si riscontra prevalentemente sotto forma di ossido di alluminio (Al2O3). Questo elemento, non molto solubile e poco mobile ai valori di pH che normalmente si trovano nel suolo, è coinvolto nella genesi dei minerali argillosi e degli idrossidi. Nel suolo, che deriva in ultima istanza da ciò che proviene dall’alto (principalmente i residui delle piante), ciò che vive al suo interno (radici, microorganismi, fauna) e ciò che proviene dal basso (roccia madre su cui poggia), l’alluminio è adsorbito sulla superficie della sostanza organica o delle argille in forma ionica (Al3+), oppure si trova in forma insolubile (prevalentemente ossidi e fosfati), oppure fa parte, intrappolato, del reticolo delle argille. I suoli ricchi di alluminio solubile (Al3+) possono costituire un problema in quanto l’alluminio non è essenziale per le piante, anzi è tossico. Nei suoli acidi (pH < 5,5) può provocare danni alle colture; nei suoli più alcalini (pH > 7,0) fenomeni di precipitazione ne annullano la tossicità.

 

(in alto) I principali ossidi dell’alluminio: diaspro rosso (α-AlOOH), corindone (α-Al2O3), gibbsite (α-Al(OH)3) e bohemite (γ-AlOOH) (da: Appunti di Chimica del Suolo, Violante). (in basso) affioramenti rocciosi sul fondo delle cave (Foto: Adriano Sofo).

 

Le forme più disponibili di alluminio finiscono per liberare ioni Al3+, caratterizzati da elevata tossicità per la maggior parte degli organismi e in grado di determinare conseguenze estremamente critiche, in particolare per le piante e per le specie animali acquatiche. Inoltre, questi ioni hanno una forte tendenza a idrolizzarsi, scomponendo molecole d’acqua in ioni H+ e OH. Gli Al3+ si combinano con gli OH, consentendo agli H+ di abbassare ulteriormente il pH della soluzione del suolo. Hanno quindi un’attività acidificante. Oltre ai fenomeni di acidificazione del suolo, la tossicità dell’alluminio si evidenzia con l’inibizione dell’assimilazione dei nutrienti e la riduzione dello sviluppo delle radici. Gli ioni alluminio, infatti, si possono accumulare sulle pareti delle parti ipogee della pianta, impedendo la traslocazione dei nutrienti, o riescono a penetrare all’interno delle cellule fissandosi al DNA, compromettendo la divisione cellulare e inibendo lo sviluppo dell’apparato radicale.

 

Alcune piante, grazie all’arsenale chimico a loro disposizione, hanno la capacità di tollerare o, ancora meglio, di escludere gli ioni Al3+. La strategia tipica di queste piante è principalmente quella di complessare Al3+ con gli acidi organici secreti dalle radici. In questo modo, Al3+ non è più disponibile ad essere assorbito e il problema è risolto. Molte specie di piante, soprattutto spontanee, mettono in atto questi accorgimenti, per cui riescono a vivere e volte anche a prosperare (per l’assenza di competizione con altre specie) in ambienti ricchi di alluminio.

 

Crescita relativa delle radici delle piante coltivate in funzione del grado parziale di saturazione in alluminio (da: Appunti di Chimica del Suolo, Violante).

 

Le piante alluminio tolleranti rilasciano acidi carbossilici per complessare l’alluminio in forma ionica (Cocucci, Varanini e Pinton, 2005).

 

Riporto qui in basso alcune delle piante che ho trovato nelle cave. Si trovano a basse densità e prevalentemente isolate. Molte di esse sono specie rupestri, comuni sulle Murge, altre sono relativamente più rare. Ad avere tempo e fondi, sarebbe interessante studiarne i meccanismi di tolleranza all’alluminio e capire a fondo le caratteristiche di questa particolare fitocenosi.

 

Alla prossima!

 

(Foto di tutte le piante: Adriano Sofo)

Verbascum thapsus L. (tasso barbasso), Scrophulariaceae

 

Echium vulgare L. (erba viperina), Boraginaceae

 

Ferula communis L. (finocchiaccio), Apiaceae

 

Pinus halepensis Mill. (pino d’Aleppo), Pinaceae

 

Dittrichia graveolens (L.) Greuter (enula), Compositeae

 

Prunus spinosa L. (prugnolo), Rosaceae

 

Paspalum distichum L. (panico acquatico), Poaceae

 

Prunus avium L. (ciliegio), Rosaceae

 

Rosa canina L. (rosa selvatica), Rosaceae

 

Centranthus ruber (L.) D.C. (camarezza comune), Caprifoliaceae

 

Leontodon saxatilis Lam. (dente di leone), Compositae

 

(al centro) Cirsium vulgare (Savi) Ten. (cardo crespo), Compositae

 

Lavandula stoechas L. (lavanda selvatica), Lamiaceae

 

Anethum graveolens L. (aneto), Apiaceae

 

Asphodelus ramosum L. (asfodelo mediterraneo), Xanthorrhoeaceae

 

Helichrysum italicum (Roth) G. Don (elicriso italiano), Compositae

 

Eryngium campestre L. (bocca di ciuco), Apiaceae

 

Delphinium consolida L. (speronella consolida), Ranunculaceae

 

Verbascum nigrum L. (verbasco nero), Scrophulariaceae

 

Santolina chamaecyparissus L. (cameciparisso), Compositae

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