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Apr
19
2015
1

Ancora sulla gestione sostenibile degli oliveti

Pubblico qui due brevi saggi appena scritti che spero possano servire in un periodo così difficile per l’olivicoltura meridionale.

 

Funghi

[In figura: funghi colturabili in un suolo di un oliveto gestito in modo sostenibile (sinistra) e in uno gestito secondo tecniche convenzionali (destra). Le piastre si riferiscono alla tessa diluizione di suolo (10-2). Si noti l’elevato numero di unità formanti colonie nella piastra di sinistra.]

 

 

Caratteristiche dei suoli dal punto di vista della sostanza organica e della fertilità microbiologica negli oliveti

 

Il principio chiave del concetto di sostenibilità è quello di soddisfare le esigenze del presente senza compromettere le necessità delle generazioni future. Se le risorse naturali, come suolo, acqua e sostanze nutritive vengono utilizzate a un ritmo più veloce di quello con cui sono reintegrati, il sistema di gestione dell’agroecosistema diventa quindi insostenibile. Un altro concetto alla base della sostenibilità è quello di mantenere un elevato livello di biodiversità anche attraverso l’adozione di tecniche di difesa fitosanitaria sostenibili (lotta integrata) per ridurre al minimo i rischi per la salute umana e per l’ambiente (direttiva UE 128/2009). Vigneti e frutteti sono alcune delle colture più importanti ed estese degli agro-ecosistemi mediterranei.

Le lavorazioni del suolo, in qualità di tecnica di aridocoltura, rappresentano la modalità di gestione del suolo più diffusa negli oliveti mediterranei. Gli svantaggi connessi alle lavorazioni continue del suolo, quali la degradazione e l’impoverimento dei suoli, sono ormai acclarate. Per queste ragioni, queste pratiche agronomiche tradizionali dovrebbero evolvere in una gestione nel suo complesso più sostenibile, volta ad incrementare il tenore di sostanza organica del suolo. In condizioni climatiche semi-aride, l’applicazione di fonti diversificate di sostanza organica può essere un fattore chiave per migliorare la qualità e la fertilità del suolo e per preservare le risorse naturali, principalmente suolo e acqua, evitando di conseguenza effetti negativi sull’ambiente. Inoltre, le pratiche agricole possono svolgere un ruolo importante nel sequestro del carbonio. Lo stock di carbonio può essere visto come misura del contributo relativo alla biomassa al ciclo del carbonio. La capacità di immagazzinare carbonio organico di un suolo (suolo visto come sink di carbonio e non come source che libera CO2 in atmosfera) dipende in larga misura dalle proprietà pedoclimatiche ma è bene ricordare che il sistema di coltivazione può svolgere un ruolo considerevole. Insieme con la gestione del suolo, un altro punto critico per una olivicoltura sostenibile riguarda la progettazione dell’impianto di irrigazione, che influenza una serie di parametri, quali l’efficienza dell’uso dell’acqua da parte delle piante, la qualità della produzione, e il contenimento dei patogeni. L’obiettivo finale delle sperimentazioni condotte negli ultimi anni (vedere bibliografia) è stato quindi quello di incoraggiare gli agricoltori ad adottare un sistema agricolo sostenibile nel suo complesso, allo scopo di promuovere la produzione di frutta di buona qualità senza determinare effetti negativi sull’ambiente.

L’olivo può essere considerato una specie paradigmatica per gli agro-ecosistemi mediterranei. Nei sistemi di allevamento tradizionali, adottati dalla maggioranza degli agricoltori del Sud Italia, la frequente lavorazione del terreno aumenta i fenomeni di erosione e di perdita di fertilità del suolo, e spesso riduce la diversità e la complessità microbica del suolo, che contribuiscono fortemente alla fertilità globale di un suolo. Le pratiche di gestione agronomica sostenibili, d’altro canto, stimolano e selezionano naturalmente i microrganismi del suolo che benefici per le piante, quali quelli coinvolti nei cicli dl carbonio e dell’azoto (che in linea di massima determinano la quantità e la disponibilità di macronutrienti disponibili per le piante) e quelli che promuovono la crescita delle piante e/o che fungono da deterrenti contro i microrganismi patogeni (per attacco diretto contro i patogeni, produzione di antibiotici naturali, effetti di stimolazione delle difese endogene e “sistema immunitario” delle piante).

Attualmente, nella comunità scientifica c’è un particolare interesse nella conservazione della biodiversità e nel suo ruolo nel mantenimento della funzionalità degli agro-ecosistemi. La comunità microbica del suolo, che comprende batteri, funghi, protozoi e alghe unicellulari, è coinvolta in vari processi fondamentali, quali la decomposizione e il ciclo della sostanza organica, la regolazione della disponibilità dei nutrienti, la formazione delle micorrize, la produzione di sostanze biologicamente attive e la promozione della qualità chimico-fisica del suolo. I microrganismi sono quindi in grado di influenzare la qualità del suolo e la crescita delle piante regolando la disponibilità e il riciclo degli elementi nutritivi. Per questo motivo, la complessità microbica di un suolo costituisce un indice di fertilità attendibile. I batteri sono gli organismi più numerosi del suolo. Infatti, un grammo di suolo può contenere anche miliardi di batteri. D’altra parte, i funghi che vivono nel suolo sono spesso i microrganismi dominanti in termini di biomassa (fino al 70-80% ella biomassa del terreno). La diversità microbica del suolo è alla base del ruolo fondamentale svolto dai microrganismi per il funzionamento degli ecosistemi terrestri. Infatti, maggiore è il grado di biodiversità intra o interspecifica e funzionale di un agro-ecosistema, maggiore sarà la tolleranza di quest’ultimo alle perturbazioni e la sua resilienza (intesa come capacità di ripresa in seguito ad un disturbo) a fattori ambientali sfavorevoli. Ciò si riflette anche in un aumento della tolleranza delle piante a vari stress ambientali (carenza di acqua e di nutrienti, condizioni climatiche sfavorevoli, comparsa di malattie, ecc.). Gli strati di suolo più superficiali rivestono in questo un’importanza fondamentale, considerando che la biodiversità microbica e il numero di microrganismi sono elevati soprattutto nei primi 20-30 cm di suolo, cioè in quel sottile strato sul Pianeta che ci permette di vivere.

La composizione, la complessità, la diversità genetica e l’utilizzazione dei nutrienti delle comunità microbiche del suolo sono fortemente influenzate da un sistema di gestione sostenibile. Nel caso degli oliveti, dopo diversi anni di gestione sostenibile (che ha previsto irrigazione a goccia, copertura del suolo con colture erbacee spontanee, fertilizzazione guidata e riciclo in campo del materiale di potatura), i risultati ottenuti mediante tecniche microbiologiche tradizionali e molecolari hanno mostrato differenze significative rispetto al sistema di gestione convenzionale, evidenziando una mFunghi colturabili in un suolo di un oliveto gestito in modo sostenibile (sinistra) e in uno gestito secondo tecniche convenzionali (destra). Le piastre si riferiscono alla tessa diluizione di suolo (10-2). Si noti l’elevato numero di unità formanti colonie nella piastra di sinistra. ntraaggiore diversità (genetica, funzionale e metabolica) e una maggiore quantità di specie microbiche, effetti dovuti soprattutto all’applicazione periodica di sostanza organica prodotta in situ. Le analisi microbiologiche hanno permesso di rilevare cambiamenti significativi, di tipo qualitativo e quantitativo, delle comunità microbiche del suolo in risposta alle pratiche colturali sostenibili adottate. I risultati degli studi condotti nell’ultimo decennio hanno evidenziato che:

  • la modalità di gestione del terreno ha un effetto significativo sulla numerosità e la biodiversità delle popolazioni fungine e batterica del suolo;
  • la popolazione fungina è più sensibile ai cambiamenti di gestione del suolo degli oliveti rispetto a quella batterica;
  • in mancanza di frequenti perturbazioni dovute all’azione antropica si crea un ambiente più favorevole allo sviluppo delle popolazioni microbiche;
  • la diversificazione delle comunità microbiche è sicuramente esaltata dalla pratica di apportare al terreno materiale organico di diversa qualità, dalle colture spontanee dell’inerbimento ai residui di potatura.

Questi risultati confermano la necessità di incoraggiare gli agricoltori a praticare la gestione del suolo sulla base di input di materia organica associati a lavorazioni minime del terreno (minimum tillage) al fine di migliorare la fertilità microbiologica del suolo. Le pratiche di gestione sostenibili sono quindi una misura efficace per gestire il suolo degli oliveti. Le informazioni ottenute da recenti studi (vedere bibliografia) potrebbero così essere di riferimento per gli olivicoltori che intendano scegliere tecniche e strategie di gestione del suolo più idonee alla gestione degli oliveti e alla conservazione delle risorse naturali.

 

 

La fillosfera e sua importanza per le difese naturali delle piante di olivo

 

L’interfaccia tra la parte aerea delle piante e l’atmosfera (fillosfera per le foglie e carposfera per i frutti) costituisce un habitat molto specifico per i microrganismi epifiti ed è normalmente colonizzata da una varietà di batteri, lieviti e funghi. Sia nella fillosfera che nella carposfera, i batteri sono di gran lunga gli organismi più numerosi, essendo spesso riscontrati a livelli di 106-107 cellule/cm2. I microrganismi che vivono in questo particolare micro-ambiente rispondono positivamente, sia in termini di abbondanza che di diversità microbica, alle differenti pratiche di gestione (lavorazione del suolo, irrigazione, concimazione, potatura) degli agro-ecosistemi. Partendo da questa base, recentemente sono state caratterizzare le comunità batteriche della fillosfera e della carposfera in piante di olivo mature sottoposte a due diversi sistemi di gestione (sostenibile e convenzionale) per diversi anni. La gestione sostenibile ha previsto la non lavorazione del suolo e apporti di sostanza organica provenienti da diverse fonti (irrigazione a goccia con acque reflue, inerbimento e residui di potatura).

Dalle indagini molecolari effettuate, è emerso che una gestione sostenibile del suolo ha modificato significativamente la composizione della comunità batteriche della fillosfera e della carposfera, aumentandone la biodiversità. Questo risultato è in linea con precedenti studi sulle comunità microbiche del suolo effettuate nello stesso agro-ecosistema. Oltre ai batteri epifiti, è stato riscontrato che i batteri endofiti presenti nei frutti (mesocarpo) del trattamento sostenibile sono stati in grado di sintetizzare alcuni fitormoni che agiscono come fattori di crescita per le piante (es. auxine e citochinine) e di produrre enzimi specifici coinvolti nella resistenza delle piante di olivo verso i principali agenti patogeni fungini di questa coltura. I microrganismi che vivono all’interno o sulla parte aerea delle piante, molti dei quali ancora poco studiati e/o sconosciuti, potrebbero quindi avere un ruolo analogo a quelli dei microrganismi che vivono nel nostro intestino (da 1,0 a 1,5 kg in una persona di corporatura media), i quali hanno un ruolo chiave nella stimolazione del sistema immunitario umano e contribuiscono alla protezione dell’organismo contro virus e batteri patogeni. Una gestione sostenibile dell’oliveto ha quindi un ruolo fondamentale per il benessere delle piante anche da questo punto di vista.

 

 

Grazie a loro, ho scritto:

 

Casacchia T, Briccoli Bati C, Sofo A, Dichio B, Motta F, Xiloyannis C (2010) Long-term consequences of tillage, organic amendments, residue management and localized irrigation on selected soil micro-flora groups in a Mediterranean apricot orchard. Acta Horticulturae 862: 447-452. ISBN: 978-90-6605-356-4

Pascazio S, Crecchio C, Ricciuti P, Palese AM, Xioyannis C, Sofo A. Changes in phyllosphere and carposphere bacterial communities in olive plants managed with different cultivation practices. In stampa.

Sofo A, Celano G, Ricciuti P, Curci M, Dichio B, Xiloyannis C, Crecchio C (2010) Changes in composition and activity of soil microbial communities in peach and kiwifruit Mediterranean orchards under an innovative management system. Soil Research 48 (3): 266-273.

Sofo A, Ciarfaglia A, Scopa A, Camele I, Curci M, Crecchio C, Xiloyannis C, Palese AM (2014) Soil microbial diversity and activity in a Mediterranean olive orchard managed by a set of sustainable agricultural practices. Soil, Use and Management 30 (1): 160-167.

Sofo A, Palese AM, Casacchia T, Celano G, Ricciuti P, Curci M, Crecchio C, Xiloyannis C (2010) Genetic, functional, and metabolic responses of soil microbiota in a sustainable olive orchard. Soil Science 175 (2): 81-88.

Sofo A, Palese AM, Casacchia T, Dichio B, Xiloyannis C (2012) Sustainable fruit production in Mediterranean orchards subjected to drought stress. In: Ahmad P, Prasad MNV, “Abiotic Stress Responses in Plants. Metabolism, Productivity and Sustainability”. Springer, New York, USA. Pp. 105-129. ISBN 978-1-4614-0633-4.

Sofo A, Palese AM, Casacchia T, Xiloyannis C (2014) Sustainable soil management in olive orchards: effects on telluric microorganisms. In: Parvaiz A, Rasool S, “Emerging Technologies and Management of Crop Stress Tolerance: Volume 2 – A Sustainable Approach”. ISBN: 978-0-12-800875-1. Academic Press, USA. Pp. 471-484.

 

Written by Horty in: Scienza e fantascienza |
Lug
21
2017
0

Foreste alimentari

 

 

L’agroecologia è una promettente alternativa all’agricoltura intensiva industriale in grado di evitare le conseguenze negative sociali ed ecologiche tipiche delle produzioni intensive. In particolare, la permacultura è un particolare sistema di progettazione agroecologico e, allo stesso tempo, un movimento culturale a vasta distribuzione internazionale con un approccio unico. Può essere definita come la progettazione e la conservazione consapevole ed etica di ecosistemi produttivi che hanno la diversità, la stabilità e la flessibilità degli ecosistemi naturali. Allo stesso modo, la permacultura si applica a strategie economiche e a strutture sociali, divenendo quindi una sintesi di ecologia, geografia, antropologia, sociologia e progettazione. Sette gruppi concettuali sono stati recentemente identificati da vari algoritmi per definire la permacultura. Questi sono organizzati attorno ai termini: design, sviluppo, azienda agricola, cibo, terra, sostenibilità e studio. Per questa sua natura multidisciplinare, la permacultura ha di fatto ha il potere di indurre, in chi vi si accosta, un mutamento di prospettiva nei confronti della vita, della realtà e di se stessi, fornendo spunti per la crescita personale e per compiere scelte di vita consapevoli e sostenibili.

Il termine “permacultura” è nato come portmanteau di “agricoltura” e “permanente”. Nel 1978 la permacultura è stata per la prima volta definita come “un sistema integrato, in continua evoluzione, di piante e specie animali perenni o autoestinguenti utili all’uomo […] in sostanza, un ecosistema agricolo completo, modellato sugli esempi esistenti ma più semplici” (Mollison e Holmgren, 1978). Nel 1988, la definizione già comprendeva questioni più ampie, pur mantenendo il fulcro sull’agricoltura: “Permacultura … è il design e la manutenzione ecosistemi produttivi agricoli che hanno la diversità, la stabilità e la resilienza degli ecosistemi naturali. È l’integrazione armoniosa del paesaggio e delle persone che forniscono cibo, energia, rifugio e altre necessità materiali e non materiali in modo sostenibile” (Mollison, 1988). È stata anche definita da David Holmgren (2004) come “paesaggi coscientemente progettati che imitano i modelli e le relazioni che si trovano nella natura, creando un’abbondanza di cibo, fibre e energia per la fornitura di bisogni locali“.

Nonostante il profilo pubblico accattivante, la permacultura è rimasta relativamente isolata dalla ricerca scientifica. Difatti, il passaggio alla produzione agroecologica è tuttavia un progetto complesso che richiede diversi contributi, anche provenienti dai produttori “tradizionali”. Sebbene il potenziale contributo della permacultura alla transizione agroecologica sia significativo, esso è limitato dall’isolamento dalla scienza, da semplificazioni e dalla mancanza di una chiara definizione. La permacultura può anche funzionare da un quadro per integrare le conoscenze e le pratiche in tutte le discipline, al fine per sostenere la collaborazione con gruppi misti di ricercatori e utenti. Inoltre, contribuisce ad una forma applicata di alfabetizzazione ecologica, fornendo una sintesi popolare e accessibile di concetti socioecologici e biologico/agronomici abbastanza complessi. Infine, tutti questi fattori sono incarnati in un movimento internazionale che opera in gran parte al di fuori dell’influenza e il supporto di grandi istituzioni e multinazionali, favorendo quindi la ricerca e l’azione partecipata, libera e spontanea, e la mobilitazione di indagine e di sostegno popolare.

Attualmente, per produrre una caloria dal cibo, l’agricoltura intensiva e industriale ne brucia da 3 (nel migliore dei casi) a 10. In pratica questo tipo di agricoltura segue un insensato modello di sviluppo perché trasforma il petrolio in cibo, dilapidando energia non rinnovabile. L’agricoltura moderna consuma quindi più di quanto produca. È qui che interviene la permacoltura, un metodo di progettazione che, sulla base di principi e strategie ecologiche, permette di progettare insediamenti umani simili agli ecosistemi naturali. Essa punta alla creazione di habitat in cui la natura collabori con gli uomini, e viceversa, per produrre benessere e abbondanza. Al contrario, in una foresta alimentare (chiamata anche foresta commestibile, food forest, o food garden) avviene esattamente il contrario: il valore dell’EROEI (Energy Invested on Energy Returned) è positivo e il bilancio è in attivo. Una foresta alimentare è non solo energicamente efficiente, ma aumenta la biodiversità, ottimizza le risorse – quali materiale organico, acqua e minerali – e offre una molteplicità di piante e raccolti nell’arco dell’anno. Mediante questo modo di coltivazione, viene restituito alla terra, in termini energetici, più di quanto si prenda (gli input di materia ed energia sono superiori agli output), promuovendo i meccanismi di auto-fertilità del suolo e rendendo l’agricoltura un’attività umana sostenibile.

Secondo Douglas John McConnell, autore di The Forest-Garden Farms of Kandy, Sri Lanka, le foreste alimentari corrispondono con ogni probabilità alla più antica forma di sfruttamento del suolo da parte degli esseri umani. Di sicuro sono la più resiliente a tutt’oggi. Una foresta alimentare è contraddistinta dal fatto che non ci sia evento naturale o umano che possa minacciare il raccolto, in quanto consiste in una “fabbrica di cibo” che funziona autonomamente. Per creare una foresta alimentare si utilizza inoltre un tipo di agricoltura senza pesticidi, insetticidi e fertilizzanti di alcun tipo, consociando le piante in maniera sinergica. Le colture sono spesso disposte su dossi di terra, chiamati bancali o permaculture bed. Si utilizzano al meglio le acque meteoriche, distribuendole uniformemente sui dossi di terra, tracciati sulle stesse curve di livello che tagliano perpendicolarmente la linea di pendenza dei campi. Il dosso creato permette il recupero dell’umidità notturna e riduce l’erosione, distribuendo uniformemente l’acqua e trattenendola nel terreno. Questo risparmio idrico è di enorme importanza in zone aride, come molte aree agricole del sud Italia. Un’altra particolare tecnica per risparmiare acqua è quella di mettere nelle buche per la messa a dimora delle nuove piante, alcune pale di fico d’India spezzettate, in grado di rilasciare la loro umidità nel corso dell’estate, quando le piantine ne avranno più bisogno. Inoltre, mediante l’Hugelkultur, ovvero la tecnica che sfrutta la proprietà di rami (illustrata qui in basso), tronchi e pezzi di legna di essere cisterne d’acqua naturali, è possibile rendere la gestione idrica di una foresta alimentare completamente autosufficiente, simile a quella presente in un sistema naturale.

 

 

La permacoltura prevede inoltre il non-tilling farming (no-tillage o zero-tillage o non lavorazione del suolo), o al massimo la lavorazione minima del suolo (minimum tillage), entrambi metodi che accelera il processo di miglioramento della qualità del suolo. Queste tecniche consentono di non perturbare i processi microbiologici e le eventuali simbiosi tra radici e funghi (micorrize; presenti nell’80% delle specie terrestri). Nelle foreste alimentari si mutuano così molti concetti tipici della permacoltura, quali la pacciamatura del suolo con paglia e cartone per fornire una “coperta” al terreno, la quale funge da incubatrice naturale per i semi, che possono così germinare e competere con meno radici, mantiene umidità e temperatura costanti, e aumenta la sostanza organica del suolo, in modo che i semi germinino più rapidamente. La paglia e il cartone, quando si decompongono, formano nuovo humus. Il legno morto degli alberi, lasciato sul suolo, diviene substrato per la crescita di funghi medicinali e saprofagi come lo shii-take, i funghi ostrica e la coda di tacchino, mentre vicino a querce e pini si potranno – se si è fortunati – trovare porcini, funghi simbionti, proprio come il tartufo.

Le sette ‘effe’ delle foreste alimentari sono alla base del loro utilizzo e del loro scopo: farmaci, fuoco, fibra, food (cibo), foraggio, fertilizzante, fun (divertimento). Tornando al numero sette, Robert Hart aveva osservato nel 1996 che le foreste si sviluppano su sette livelli e li aveva riprodotti nella sua piccola proprietà. I sette livelli sono tuttora alla base della progettazione di una foresta alimentare. Questi sono descritti nella illustrazione qui in basso. Tre è il numero minimo di strati richiesti per la realizzazione di una foresta alimentare, includendo almeno una specie arborea.

 

 

Una foresta alimentare non è così strana come può sembrare a prima vista. Non stiamo parlando di un groviglio di rami ma di un giardino forestale aperto, multistrato e con moltissime radure e bordi. Molti giardini e terreni coltivati contengono già molti degli elementi di una foresta alimentare: pochi alberi alti sul bordo posteriore, alcuni cespugli per le bacche o per i bordi, un prato erboso, un orto con verdure, poche piante officinali e qualche pianta da fiore. Una foresta alimentare semplicemente integra tutte queste parti in un unico ambiente, con l’obiettivo è quello di sfruttare ogni spazio possibile e inutilizzato per la produzione di verdura, frutta e piante commestibili, strategicamente posizionati per massimizzare il risultato finale. Si promuovono inoltre tecniche colturali sostenibili per mantenere la qualità del terreno, con un particolare risalto alle interazioni tra insetti impollinatori e piante. Per rendere più fertile il terreno, si allevano i lombrichi e si sperimentano tecniche di agricoltura biodinamica per ripristinare i suoli, spesso troppo poveri di elementi nutritivi e di sostanza organica. Si raggiunge così un livello ecologico che si mantiene nel tempo con un minimo intervento umano. In questo modo è possibile creare una foresta commestibile nell’arco di 10 anni.

Gli alberi sono spaziati per favorire la penetrazione della luce e ciascuna pianta è posta alla luce diretta o all’ombra in base alle sue esigenze. Altre piante sono scelte per i ruoli che hanno, siano essi cibo, habitat per la fauna selvatica, attrazione degli insetti, stabilizzazione del suolo, arricchimento di biomassa e sostanza organica o altro ancora. Gli alberi, di varie altezze, dominano i livelli sottostanti senza soffocare le altre piante. In particolare, gli alberi sono un prerequisito per un paesaggio sostenibile in quanto producono molta lettiera, regolano la temperatura del suolo, hanno apparati radicali che producono essudati radicali e in seguito humus, conservano l’umidità, arrestano o almeno limitano l’erosione (soprattutto in suoli collinari in pendenza), sono habitat per un grande numero di animali, Inoltre, gli alberi producono molta biomassa: basti pensare che un ettaro di frumento rende 2-5 t di granella, un ettaro di castagno fino a 7-8 t di frutti. Al contrario, un albero come lo spino di Giuda (Gleditsia triacanthos), una leguminosa, può arrivare a produrre fino a 37-38 t/ettaro di semi ricchi di proteine, senza aver bisogno di essere ripiantato ogni anno. Alberi più comuni, come il melo, arrivano facilmente a 17-18 t per ettaro. Gli alberi sono i più efficaci collettori naturali di energia e materia, definiscono la foresta alimentare e la distinguono dal punto di vista paesaggistico. Raggiungono gli strati più profondi del suolo per cercare nutrienti e acqua, e si espandono nel cielo per intercettare energia solare. Tra le specie arboree, le più piantate nelle foreste alimentari sono le seguenti: meli, peri, cotogni, ciliegi, peschi, albicocchi, azzeruoli, nespoli, biancospini, sambuchi, susini, cotogni, fichi, kaki, noci, noccioli, bambù, melograni, corbezzoli, sorbi, gelsi, mandorli, olivi, cornioli, frassini, olmi, querce, ontani, aceri, tigli, carpini, robinie, platano, alberi di Giuda, eleagni, olivastri, crespini, lecci, bagolari e salici. Sulla base delle funzioni della foresta alimentare, la loro presenza è volta alla produzione di cibo, legna da ardere, materiale officinale/erboristico (foglie, fiori e corteccia), aumento della biodiversità, riduzione dell’erosione del suolo, accumulo di sostanza organica – con conseguente incremento della fertilità del suolo -, produzione di bellezza e di spazi ricreativi piacevoli.

La foresta alimentare può assumere varie forme, altezze, spazi e dimensioni, in base alle preferenze e alle condizioni pedologiche e climatiche. Uno spazio grande fornisce un habitat ideale per gli alberi, mentre in uno più piccolo saranno preferibili specie arboree nane e cespugli, in grado di aumentare la biodiversità. In climi nordici, il numero di alberi per unità di superficie sarà minore per favorire la penetrazione della poca luce fino al suolo e si potranno piantare bacche di bosco, mentre in climi caldi si cercherà l’ombreggiamento, con forme di allevamento più dense (acqua permettendo), e si preferiranno le erbe aromatiche mediterranee. Sarebbe in ogni caso preferibile piantare sempre alcune leguminose azotofissatrici, per arricchire di azoto il terreno, anche arboree come obinia, mesquite, ontano, maggiociondolo e, nei climi più caldi, olivello spinoso, carrubo e acacia. Tra le specie arbustive, le più usate sono glicine, sambuco, rosa canina, corniolo, lampone e mora. Alberi molto adatti, per via della loro rusticità, sono melo, pero, noce, pruno e ciliegio; tra le varietà arboree nane si preferisce caco, pawpaw (banano del nord) salice e gelso. Eventualmente, ai “veri” cereali (graminacee), si preferiscono gli pseudocereali, cioè specie dicotiledoni che producono frutti, i quali, macinati, danno una farina utilizzata per farne pane e altri cibi (grano saraceno, amaranto, quinoa, chia). Uno tra i migliori è la quinoa, per il suo alto contenuto proteico e le alte produzioni, “la madre di tutti i semi” secondo gli Aztechi e i Maya. Nel suo guscio è contenuta anche una quantità di saponina, utile per lavare la pelle o i vestiti. Accanto ad essa verrà contemporaneamente coltivato l’amaranto, simile alla quinoa ma senza saponina e con foglia commestibile.

I provetti “giardinieri forestali” possono essere mossi da fini utilitaristici oppure seguire inclinazioni più artistiche; alcuni imitano gli ambienti naturali, altri ne creano di particolari, anche usando specie esotiche. I più, combinano vari stili, progettando foreste alimentare che producono cibo, bellezza, habitat, conservazione delle specie e guadagno (non solo come produzione alimentare ma a volte persino in termini di sostanze medicinali, artigianato del legno, canne di bambù, semi rari, piante da vivaio o portinnesti). Tra le piante medicinali troviamo ad esempio santoreggia, basilico, prezzemolo, maggiorana, alfalfa, issopo, tagete, more, trifoglio bianco, salvia, melissa e consolida maggiore.

Ci sono bellissimi esempi di foreste alimentari, come quella dei Giardini di Pomona, un conservatorio botanico tra Martina Franca e Cisternino, in Puglia. Il proprietario, Paolo Belloni, persona squisita e di altissimo ingegno e passione, mette a dimora diverse varietà di fico della sua collezione, alterna melograni, giuggioli, feijoa, carciofi, more senza spine, josta, lupini, fave, ceci e cicerchie, ginestre (che non si mangiano ma azotano il terreno e hanno una funzione estetica, agli e cipolle, alcune bacche commestibili – come Lycium barbarum (le celebri bacche di goji) e Eleagnus umbellata -, arachidi e infine Lippia polystakia e citronella contro le zanzare e usati per la preparazione di tisane. Qui sono stati piantati ai limiti del campo siepi di viburno, un bellissimo arbusto, a volte alternato con alloro e corbezzolo, piante sempreverdi e a crescita molto veloce. Ciò permette di schermare il campo sperimentale dal vento, altro acerrimo nemico dell’umidità, che si vuole assolutamente trattenere nel suolo il più a lungo possibile. Prima della fila dei viburni, sono state piantate talee di melograni, di cotogno e polloni radicati di noccioli, che, oltre a contribuire a schermare il vento su una linea più bassa, forniscono cibo.

Una forma molto diffusa di foresta alimentare è quella ad U aperta, rivolta verso sud (vedete qui in basso). Questa disposizione permette di “aprirsi verso il sole”, formando una sorta di trappola per la luce. Una forma simmetrica dà anche un certo ordine e permette una minore competizione intra- ed interspecifica. La parte centrale funge anche da rifugio per animali e persone. Tutti gli spazi coltivati vengono coperti da vegetazione in modo che l’ombra prodotta riduca al massimo l’evaporazione.

 

Foresta alimentare ad U. Fonte: Patrick Whitefield (Permanent Publications, 1997).

 

Nei primi anni, la foresta alimentare fornisce più verdura e fiori che il resto ma, con il passar del tempo, gli strati superiori diventano i principali produttori. L’orto sarà situato nella parte aperta della U, dove c’è più luce, ospitando piante perenni o annuali, quali asparagi, carciofi, zucchine gialle verdi, zucche, zucchini, mais, cavoli, cavolfiori, broccoli, radicchio, pomodoro, cipolle, aglio, melanzane, fagioli, fagiolini, ceci, carote, patate, spinaci, more, mirtilli e altre rampicanti commestibili. Diversi semi possono essere scelti per essere consociati e piantati nello stesso bancale e assicurarsi una buona riuscita, ad esempio con un design che includa carciofi e brassicacee, magari con del dragoncello ai bordi, e un altro bancale con pomodori, asparagi, prezzemolo e basilico, contornato da aglio e cipolle. Alla fine, in una foresta alimentare saranno presenti tre zone: una intensivamente coltivata al centro della U, una pacciamata ma leggermente piantumata (arbusti alberi nani) e infine una più periferica con alberi, possibilmente con colture di copertura spontanee o selezionate (meglio se si includono alcune leguminose, come il trifoglio e la veccia, insieme ad essenze che attraggono gli insetti impollinatori, come achillea, finocchio e aneto, rosmarino, salvia e menta). Bisognerà inoltre stare attenti a specie allelopatiche, che secernono composti tossici per altre piante. Ad esempio, noce, bagolaro, noce, ribes, peperone e pomodoro, dovrebbero essere piantati lontani da altre piante, magari inserendo zone tampone con robinia – con molta attenzione perché quest’ultima è un’infestante dalle nostre parti-, gelso, olivello spinoso e olivo.

 

Grazie a loro, ho scritto:

Belloni P (2015) Coltivare senz’acqua? Pianta la foresta alimentare. http://neigiardinidipomona-bari.blogautore.repubblica.it/2015/05/coltivare-senzacqua-pianta-la-foresta-alimentare/

Fava G (2015) Esempi di Progettazione Food Forest in provincia di Treviso. Tesi di Laurea in Valorizzazione produttiva delle risorse forestali. Scienze Forestali e Ambientali, Università degli Studi di Padova.

Ferguson RS, Lovell ST (2014) Permaculture for agroecology: design, movement, practice, and worldview. A review. Agronomy for Sustainable Development 34: 251–274

Hemenway T (2009) Gaia’s Garden – A Guide to Home-Scale Permaculture. Chelsea Green Publishing Company, VT, USA

Holmgren D (2004) Permaculture: principles and pathways beyond sustainability. Holmgren Design, Hepburn

La Foresta Commestibile. https://www.laforestacommestibile.org/il-progetto/

Troisi F (2015) Permacultura e Food Forest. Ritorno al Paradiso Terrestre. http://flaviotroisi.com/index.php/permacultura-food-forest-ritorno-paradiso-terrestre/

 

Giu
08
2017
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I sistemi tradizionali di recupero della fertilità dei suoli: nuove idee per vecchi sistemi.

Una gestione errata dei campi causa, nel lungo periodo, la compattazione, l’erosione e la perdita di sostanze nutritive del terreno. Cosa possono fare i piccoli agricoltori per ripristinare e recuperare la qualità e la fertilità dei loro suoli? Gli agricoltori sono generalmente consapevoli del fatto che il loro terreno si sta degradando. Si accorgono dei solchi, fori e gole che si formano nei loro campi. Anche se non sono così attenti ai loro terreni, finiscono per contare meno sacchi di grano o cassette di frutta al momento della raccolta annuale. Ma cosa possono fare per evitare questi danni? Nel corso dei secoli, i piccoli agricoltori in tutto il mondo hanno trovato molti modi ingegnosi per coltivare le colture e allo stesso tempo conservare e trattenere il terreno coltivato su pendii ripidi – facilmente oggetto ad erosione proprio perché in pendenza – ed eventualmente ripristinare il terreno degradato. In Etiopia, per esempio, gli agricoltori usano tradizionalmente un ampio repertorio di tecniche “sostenibili”: muretti di pietra e terrazze, strisce vegetali, creste e bacini, piscicoltura, consociazione (coltivare più colture, anche erbacee e arboree, nello stesso campo e nello stesso periodo) e piantumazione di alberi per fare ombra. Approcci nuovi sono stati aggiunti a questo repertorio, spesso adattando i sistemi tradizionali di coltivazione.

 

I grandi agricoltori usano alcune pratiche dell’agricoltura conservativa ma combinano la monocoltura con l’uso di semi geneticamente modificati.

 

I rimedi rientrano in quattro tipi generali: agronomici, vegetativi, strutturali e gestionali. Le misure agronomiche implicano la modifica della modalità di coltivazione del raccolto. L’aratura e la piantumazione ortogonalmente al pendio invece che su e giù per il pendio (cioè parallelamente alle linee di pendenza) possono ridurre l’erosione e trattenere l’acqua piovana. La permacultura, difatti, riprende questa tecnica creando delle trincee ortogonali alle linee di pendenza e riempiendole parzialmente di materiale organico (strati di fieno, cartone, letame, ecc.). I cereali, in consociazione o in rotazione con i legumi, ristabiliscono la fertilità del suolo e riducono la necessità di fertilizzanti a base di azoto, perché le leguminose ospitano nelle loro radici batteri in grado di fissare l’azoto gassoso atmosferico. L’applicazione di materiale pacciamante, compost e letame permette di aggiungere sostanze nutritive e organiche al suolo, e di stimolare i lombrichi (vedete questo mio articolo di qualche mese fa) e altri organismi benefici del suolo. L’aggiunta di calce riduce l’acidità. L’agricoltura conservativa (da alcuni anche chiamata “sostenibile”) consiste in realtà in una combinazione di misure agronomiche: elimina o riduce l’aratura e in generale la lavorazione del suolo, protegge il terreno con colture pacciamanti o di copertura e ruota le colture per mantenere la fertilità e controllare i parassiti e le erbacce. Questo approccio, comune nelle Americhe e in Australia, spesso prevede l’uso di erbicidi per sopprimere le erbacce, e le diverse specie coltivate sono state geneticamente modificate per resistere proprio all’erbicida usato. È curioso quindi che OGM e metodi di coltivazione conservativi possano andare tranquillamente d’accordo. In Africa e in Asia, i piccoli agricoltori seminano e diserbano a mano, o usano speciali attrezzi trainati da animali che disturbano il suolo il meno possibile. Non c’è bisogno di andare così lontano, dal momento che alcune buone pratiche agricole sostenibili sono applicate anche in molti campi del sud Italia. Queste prevedono l’irrigazione a goccia (spesso fertirrigazione, anche con acque reflue derivanti da impianti di depurazione), l’aggiunta di compost (che funge da fertilizzante e ammendante allo stesso tempo), la permanenza di residui colturali e di potatura nel campo (dove vengono trinciati e incorporati nei primi centimetri di suolo), la non lavorazione o la minima lavorazione del terreno e, in generale, la diminuzione delle perdite di sostanza organica dai suoli coltivati, che si riflette in maggiore acqua e nutrienti nel suolo.

 

Un mix di misure è generalmente la migliore soluzione. Anche i piccoli agricoltori, con poche opzioni possono aumentare significativamente le loro rese.

 

Il problema è che il passaggio all’agricoltura di conservazione può essere difficile: gli agricoltori potrebbero aver bisogno di imparare nuove abilità, cambiare le specie e le varietà coltivate, investire in nuove attrezzature e sforzarsi di controllare le erbacce. Le misure vegetative prevedono l’impianto di piante erbacee, cespugli o alberi per rallentare il flusso d’acqua, trattenere il suolo e diminuire la velocità del vento (causa di erosione eolica). Le siepi e gli alberi piantati intorno ai campi separano gli animali dai raccolti e producono frutta e legna da ardere. Le strisce di erba lungo linee di contorno del campo possono essere una preziosa fonte di foraggio e possono intercettare abbastanza terreno per costruire una serie di terrazze.

Gli alberi e le piante erbacee piantate lungo i corsi d’acqua possono ristabilire solchi, fori e gole esistenti nel suolo e impedire che se ne sviluppino di nuovi. Le misure strutturali comportano lo spostamento di terra e pietre per costruire barriere fisiche. In molte aree dei tropici, spettacolari terrazze rendono possibile la coltivazione di colture su pendii ripidi. In Cina, Himalaya e Asia sud-orientale, terrazze secolari di terriccio vengono utilizzate per coltivare riso (cianobatteri azotofissatori fanno sì che la fertilità di queste terrazze sia rimasta costante anche dopo secoli di coltivazione continua). Sulle Ande, terrazze in pietra vengono utilizzate per coltivare patate. In Etiopia, le terrazze sono piantate con cereali, caffè e cotone. Altre misure strutturali comprendono il posizionamento di cumuli di vegetazione, terriccio e pietre lungo le linee di livello (contour bunding), i condotti di taglio, lo sbarramento delle gole, e i serbatoi per la raccolta dell’acqua.

 

La coltivazione convenzionale usa l’aratura per diserbare. L’agricoltura conservativa invece usa spesso gli erbicidi. Questo permette di risparmiare tempo ma rischia di contaminare l’ambiente.

 

La categoria finale, le misure di gestione, comportano il cambio dell’uso del suolo. Un esempio è quello di recuperare un’area di terra degradata per tenere fuori gli animali da pascolo, dando alla vegetazione la possibilità di ripristinarsi. Gli agricoltori possono tagliare e trasportare foraggio per nutrire il bestiame. Piuttosto che consentire agli animali di vagare liberamente, sono scelti pascoli e coltivazioni foraggere a rotazione, che permettono all’erba e agli alberi di ricrescere sulla terra nuda. Spostando le loro mandrie in cerca di erba e acqua, i pastori evitano di denudare una particolare zona di vegetazione. Le misure più appropriate per la conservazione del suolo dipendono dalle situazioni particolari. Il contour bunding va bene su pendii poco ripidi, ma inefficace sulle colline più ripide. Le strisce di erba non crescono in zone secche o se al bestiame è permesso pascolare e calpestare. I singoli agricoltori possono applicare alcune misure per conto proprio, ad esempio arando e piantando lungo le linee di livello (perpendicolarmente alle linee di pendenza), ma altre misure richiedono che tutti gli agricoltori di una determinata area collaborino. Le terrazze e altre misure strutturali richiedono molta fatica per essere costruite e devono estendersi lungo una collina per essere efficaci. Pianificarle, costruirle e ripararle sono di solito uno sforzo di comunità. Laddove non esista una tale tradizione di aiuto reciproco, la creazione di tali strutture può avere bisogno di sostegno esterno. Ciononostante, l’investimento potrebbe non essere valido dato il valore delle colture che possono essere coltivate sulla terra riabilitata e la necessità di mantenere le strutture una volta costruite. Spesso una combinazione di misure agronomiche, vegetative, strutturali e gestionali è la cosa migliore, ad esempio costruire terrazze per coltivare un mix di colture, includendo erbe foraggere e alberi.

 

Written by Horty in: Natura e libertà,Scienza e fantascienza |

    









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