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Set
29
2018

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Connessione multipla

 

Nel suo “La vita delle piante – Metafisica della mescolanza” (ed. Il Mulino), Emanuele Coccia dà un bellissimo scorcio sui collegamenti che ci sono tra la biologia vegetale e lo studio dei suoli, con la filosofia. Definisce l’approccio della filosofia tutto l’insieme delle forme simboliche e non (“Un film, una scultura, una canzone pop, ma anche un sasso, una nuvola, un fungo […]”) e dei generi letterari (“[…] dal romanzo alla poesia, dal trattato all’aforisma, dal racconto alla formula matematica.”). Conclude che la separazione di queste entità non ha senso in filosofia, in quanto il sapere è unitario. Anche se questo può sembrare un concetto antiquato, in realtà è moto attuale e si sta riproponendo in questi giorni anche all’interno dell’Accademia svedese che assegna i Nobel: si pensa alla possibile revisione delle categorie dei premi, proprio perché ormai sembra desueto suddividere nettamente chimica, fisica o medicina, ma anche letteratura ed economia, senza sconfinare in altri ambiti. Il sapere di oggi è infatti multidisciplinare e coinvolge gruppi di decine o centinaia di scienziati. La visione di un mondo scientifico a sé stante e a compartimenti stagni, con settori disciplinari non comunicanti tra loro, è quindi, a mio parere, del tutto inattuale. Oggi più che mai, anche la Chiesa e la teologia si stanno interrogando sul ruolo della scienza e sulle sue implicazioni a livello globale.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra, / la quale ne sustenta e governa, / e produce diversi frutti con coloriti flori et herba” scriveva San Francesco nel suo Cantico, scritto quando ormai era quasi completamente cieco. In un momento di profonda necessità di rinnovamento della Chiesa, San Francesco fu rivoluzionario nel proporre una visione olistica, quasi animistica e tinta di una religione immanente, presente sia negli organismi viventi che nella materia non vivente. Non per niente San Francesco è anche Santo Patrono degli ecologi. Eppure, nonostante la sua visione profetica, umile e povera, ma allo stesso tempo colta e poetica, Francesco non si separò mai dalla sua Chiesa, ma la volle riformare dall’interno. La sua visione unitaria ebbe quindi la meglio sulle spinte centrifughe insite nella sua natura poliedrica. A pensarci oggi, Il messaggio di Francesco era avanti centinaia di secoli. Facciamo un balzo in avanti.

Thomas Robert Malthus, nel 1798 pubblicò il Saggio sul principio della popolazione e i suoi effetti sullo sviluppo futuro della società, in cui sostenne che l’incremento demografico avrebbe spinto a coltivare terre sempre meno fertili, fino ad arrivare al collasso dell’economia. Il suo timore era fondato sul fatto che la popolazione umana cresce in progressione geometrica, quindi più velocemente della disponibilità di alimenti, che crescono invece in progressione aritmetica. La visione di Malthus era quindi priva di ottimismo e di soluzioni. Ci volle il 1972 per parlare nuovamente di impatto globale dell’inquinamento e di possibili soluzioni a questo problema. Il Rapporto sui limiti dello sviluppo, commissionato dal Club di Roma, una associazione di scienziati, economisti, uomini d’affari, attivisti dei diritti civili, alti dirigenti pubblici internazionali e capi di Stato, fu pubblicato appunto in questo anno. In una delle prime simulazioni al computer su questo argomento, si dimostrò che il tasso di crescita della popolazione, dell’industrializzazione, dell’inquinamento, della produzione di cibo e dello sfruttamento delle risorse poneva dei severi limiti allo sviluppo entro cento anni (2072). Si prospettava un declino improvviso e incontrollabile della popolazione e della capacità industriale, con un termine massimo molto vicino alle odierne previsioni (oggi si fissa lo spartiacque al 2050, considerando l’accelerazione dei processi di alterazione della Terra dovuta alle attività umane). Il Rapporto dava però anche delle speranze, per cui si sarebbe potuto giungere ad una condizione di sostenibilità ecologica ed economica se nuove tecnologie o nuove pratiche fossero state adottate.

Oltre al collasso economico, la cattiva gestione dell’òikos (οἶκος = casa, da cui appunto “ecologia”), della casa comune (la Terra) provoca anche un collasso sociale. È su questo che insiste Papa Francesco, sulle orme del suo illustre omonimo. Ho letto con interesse “Laudato si’”, la sua enciclica, trovandola forse un po’ didascalica ma estremamente innovativa. Vi ho ritrovato molti concetti di ecologia studiati all’università, tra cui la sostenibilità ambientale, le reti trofiche e la resilienza degli ecosistemi, insieme ad alcuni aspetti che ricordo aver letto in Gregory Bateson (“Verso un’ecologia della mente”, ed. Adelphi), il quale scriveva che le idee sono in certo modo esseri viventi e sono a loro volta influenzati da questi. Il tutto nello stile di Papa Francesco, semplice, comunicativo e immediato, con numerosi esempi tratti dalla gente della sua terra natia. Nell’edizione della San Paolo dell’enciclica c’è anche una bella introduzione di Carlo Petrini, gastronomo, sociologo, scrittore e attivista italiano, fondatore dell’associazione Slow Food. Pur professandosi ateo, Petrini trova numerosi spunti e relazioni tra sostenibilità ambientale, agricoltura, qualità del cibo e della vita umana e politica, che sono poi i temi da lui affrontati. Diversi sono i passi interessanti e di respiro ecologico e biologico, a partire dall’incipit (2) “Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ci ristora”, o dal poetico (84) “Suolo, acqua, montagne, tutto è carezza di Dio”, o ancora (137) “[…] le specie viventi formano una rete che non finiamo mai di riconoscere e di comprendere” e (140) “[…] l’insieme armonico di organismi in uno spazio determinato, che funziona come un sistema. Anche se non ne abbiamo coscienza, dipendiamo da tale insieme per la nostra stessa esistenza”. Ciò (220) “Implica pure l’amorevole consapevolezza di non essere separati dalle altre creature, ma di formare con gli altri esseri dell’universo una stupenda comunione universale”. E infine (240): “Le Persone divine sono relazioni sussistenti, e il mondo, creato secondo il modello divino, è una trama di relazioni. […] in seno all’universo possiamo incontrare innumerevoli relazioni costanti che si intrecciano segretamente.

Interessanti anche i riferimenti a piante e suolo. Parlando di San Francesco narrato da Tommaso di Celano (12): “Per questo chiedeva che nel convento si lasciasse sempre una parte dell’orto non coltivata, perché vi crescessero le erbe selvatiche, in modo che quanti le avrebbero ammirate potessero elevare il pensiero a Dio, autore di tanta bellezza”. Oltre alla bellezza, aggiungerei, anche i benefici delle colture di copertura e dell’inerbimento selvatico per i suoli coltivati. E ancora, citando il Levitico (71): “D’altra parte fu stabilito un anno sabbatico per Israele e la sua terra ogni sette anni, durante il quale si concedeva un completo riposo alla terra, non si seminava e si raccoglieva soltanto l’indispensabile per sopravvivere e offrire ospitalità”. Qui è espresso chiaramente il concetto di maggese e del “moderno” no-tillage. Sul degrado del suolo, Papa Francesco, autocitandosi, scrive (89) “Dio ci ha unito tanto strettamente al mondo che ci circonda, che la desertificazione del suolo è come una malattia per ciascuno, e possiamo lamentare l’estinzione di una specie come una mutilazione”. E sulla sostenibilità e i cambiamenti climatici: (59) “Come spesso accade in epoche di profonde crisi, che richiedono decisioni coraggiose, siamo tentati di pensare che quanto sta succedendo non è certo. […] È il modo in cui l’essere umano si arrangia per alimentare tutti i vizi autodistruttivi: cercando di non vederli, lottando per non riconoscerli, rimandando le decisioni importanti, facendo come se nulla fosse”. E ancora (129): “Perché continui ad essere possibile offrire occupazione, è indispensabile promuovere un’economia che favorisca la diversificazione produttiva e la creatività imprenditoriale. Per esempio, vi è una grande varietà di sistemi alimentari agricoli e di piccola scala che continua a nutrire la maggior parte della popolazione mondiale, utilizzando una porzione ridotta del territorio e dell’acqua e producendo meno rifiuti, sia in piccoli appezzamenti agricoli e orti, sia nella caccia e nella raccolta di prodotti boschivi, sia nella pesca artigianale. Le economie di scala, specialmente nel settore agricolo, finiscono per costringere i piccoli agricoltori a vendere le loro terre o ad abbandonare le loro coltivazioni tradizionali”. E infine (164) “[…] programmare un’agricoltura sostenibile e diversificata, a sviluppare forme rinnovabili e poco inquinanti di energia, a incentivare una maggiore efficienza energetica, a promuovere una gestione più adeguata delle risorse forestali e marine, ad assicurare a tutti l’accesso all’acqua potabile” oppure (180) “D’altra parte, l’azione politica locale può orientarsi alla modifica dei consumi, allo sviluppo di un’economia dei rifiuti e del riciclaggio, alla protezione di determinate specie e alla programmazione di un’agricoltura diversificata con la rotazione delle colture. È possibile favorire il miglioramento agricolo delle regioni povere mediante investimenti nelle infrastrutture rurali, nell’organizzazione del mercato locale o nazionale, nei sistemi di irrigazione, nello sviluppo di tecniche agricole sostenibili”.

Il Papa insiste molto sul dialogo tra le parti interessate (gli stakeholders, diremmo oggi) (135): “É necessario disporre di luoghi di dibattito in cui tutti quelli che in qualche modo si potrebbero vedere direttamente o indirettamente coinvolti (agricoltori, consumatori, autorità, scienziati, produttori di sementi, popolazioni vicine ai campi trattati e altri) possano esporre le loro problematiche o accedere ad un’informazione estesa e affidabile per adottare decisioni orientate al bene comune presente e futuro”. E (180): “Si possono facilitare forme di cooperazione o di organizzazione comunitaria che difendano gli interessi dei piccoli produttori e preservino gli ecosistemi locali dalla depredazione. È molto quello che si può fare!”. Anche la conoscenza dovrebbe essere ispirata ai principi olistici tipici dell’ecologia (110): “La frammentazione del sapere assolve la propria funzione nel momento di ottenere applicazioni concrete, ma spesso conduce a perdere il senso della totalità, delle relazioni che esistono tra le cose, dell’orizzonte ampio, senso che diventa irrilevante. Questo stesso fatto impedisce di individuare vie adeguate per risolvere i problemi più complessi del mondo attuale, soprattutto quelli dell’ambiente e dei poveri, che non si possono affrontare a partire da un solo punto di vista o da un solo tipo di interessi”. E infine, meglio di ogni politico attuale, scrive (135) “É necessario investire molto di più nella ricerca, per comprendere meglio il comportamento degli ecosistemi e analizzare adeguatamente le diverse variabili di impatto di qualsiasi modifica importante dell’ambiente. Poiché tutte le creature sono connesse tra loro, di ognuna dev’essere riconosciuto il valore con affetto e ammirazione, e tutti noi esseri creati abbiamo bisogno gli uni degli altri. Ogni territorio ha una responsabilità nella cura di questa famiglia, per cui dovrebbe fare un accurato inventario delle specie che ospita, in vista di sviluppare programmi e strategie di protezione, curando con particolare attenzione le specie in via di estinzione”.

Tornando a Coccia, ispirandosi alle piante, esprime così la sua idea di conoscenza, che condivido in pieno: “In fondo, la vera conoscenza del mondo non può essere che una forma di autotrofia speculativa: invece di alimentarsi sempre ed esclusivamente di idee e di verità già sancite da questa o da quella disciplina specifica nella sua storia (inclusa la filosofia), invece di volersi costruire a partire da elementi cognitivi già strutturati, ordinati, disposti, essa dovrà poter trasformare in idea qualsiasi materia, qualsiasi oggetto, qualsiasi evento, proprio come le piante sono capaci di trasformare in vita qualunque pezzo di terra, d’aria e di luce. Questa sarà la forma più radicale di attività speculativa, una cosmologia proteiforme e liminare, indifferente ai luoghi, alle forme e ai modi in cui è praticata.

Molti secoli prima, anche Ovidio, seppure in altra forma, celebrava questo tipo di conoscenza, basato sull’incertezza, sulla mutevolezza, sulla discontinuità, sul perenne cambiamento, senza una direzione definita, “[…] senza assiologie e gerarchie”, dove “[…] un sasso, una fonte, un uomo, un insetto, un astro hanno il medesimo valore; e hanno il diritto di essere solo quel che sono e come sono” (Nicola Gardini, “Con Ovidio”, Garzanti). In uno dei passi più celebri, parlando della ninfa Dafne, amata da Apollo ma colpita per vendetta da Cupido con una freccia di piombo – che la faceva rifuggire dall’amante – Ovidio narrava ne “Le metamorfosi” la trasformazione di Dafne in albero di alloro prima che Apollo riuscisse ad averla: “un torpore profondo pervade le sue membra, il petto morbido si fascia di fibre sottili, i capelli si allungano in fronde, le braccia in rami; i piedi, così veloci un tempo, s’inchiodano in pigre radici, il volto svanisce in una chioma: solo il suo splendore conserva.” Questa conoscenza, così dispersiva ma anche così profonda e radicale, causò non pochi problemi a Ovidio, che fu mandato in esilio sul Mar Nero da Augusto. In fin dei conti, Ovidio aveva intuito, pur usando un differente approccio, che la natura agisce mediante continue trasformazioni e ne aveva tratto spunto per esternare la sua condizione esistenziale. Proprio come il mito Ermafrodito e Salmace narrato da Ovidio, mente e corpo si intrecciano completamente nel racconto “L’ultima domanda”, uno dei più belli della fantascienza (che spesso è divenuta o diviene scienza), in cui Isaac Asimov prevede un futuro lontanissimo in cui: “L’Uomo rifletteva tra sé e sé, perché in un certo senso, mentalmente, l’Uomo era unico. Era formato da trilioni, trilioni e trilioni di corpi senza età, ciascuno al suo posto, ciascuno immobile e incorruttibile, ciascuno accudito da automi perfetti e altrettanto incorruttibili, mentre le menti di tutti quei corpi si fondevano liberamente l’una nell’altra, indistinguibili”.

In questa concezione olistica della scienza, che non pretende di alimentarsi di conservatorismo, l’arte rinascimentale, basata su un patto tra Uomo-Natura-Religione non ancora rotto, trovò massima ispirazione nelle piante e nei suoi frutti. Ma questa è un’altra storia, che racconterò nel prossimo post.

 

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