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Ago
31
2018
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Olismo contro riduzionismo

 

Gli ultimi decenni hanno visto – mi riferisco in particolare alle scienze della vita – l’affermazione pressoché totale di un approccio riduzionistico, considerato l’unico scientificamente valido. Questo approccio restringe il campo di indagine a fenomeni in microscala, con scarsa o senza alcuna visione di insieme. È un metodo potente ed efficace, grazie al quale ad esempio sono state debellate molte malattie e sono stati curati i loro sintomi, ma non è sicuramente l’unico.

Pubblicare un lavoro anche solo parzialmente descrittivo su una buona rivista scientifica è diventato molto difficile, sebbene l’idea di base possa essere interessante. Sono finiti i tempi in cui Darwin scriveva un trattato sui lombrichi o sulla sensibilità delle radici; oggi, opere come quelle sarebbero probabilmente rigettate al mittente. Nel mio piccolo, ho pubblicato decine di articoli scientifici e so quanto possa costare caro inserire nella discussione un’opinione anche vagamente personale, a meno che non sia supportata da una decina di riferimenti bibliografici (ma è o no una discussione? Potrò mettere almeno due frasette mie dopo aver sfoderato dati in tabelle e grafici!). A titolo di esempio, l’ultimo lavoro che ho inviato è stato rigettato perché nel materiale supplementare – che non legge quasi nessuno – c’era una foto di uno degli autori in laboratorio mentre faceva delle misurazioni (“Si rende conto che ha inviato il lavoro ad una rivista internazionale?”, è stata una delle obiezioni). Scrivere poi la storia dell’esperimento o della prova in campo e le motivazioni che ti hanno spinto significa poi stroncatura certa del lavoro. Eppure fino a non molti anni fa non era così: ricordo che pubblicare anche solo 15 anni fa era molto più semplice, c’era molta più tolleranza e forse anche meno concorrenza. Il colmo è poi quello che si è verificato negli ultimi anni, in cui sono sorte riviste diventate prestigiose facendosi pagare una pubblicazione profumatamente, spesso con la scusa dei costi aggiuntivi dell’open access, grazie al quale tutti possono leggere gratuitamente gli articoli. In pratica, chi paga può pubblicare ed essere poi citato, chi no, si attacca al tram. L’approccio mi ricorda Sting che si faceva pagare dai turisti affnche questi gli raccogliessero le olive nel suo podere nella campagna toscana.

L’approccio riduzionistico standard, come la neolingua di “1984”, richiede poche e ferree regole che lo fanno assomigliare a una dottrina religiosa piuttosto che a una scienza; è uno stile semplice da correggere, che non richiede molto sforzo di comprensione, quantitativo piuttosto che qualitativo. Un linguaggio di nicchia; uno stile anche facile da scimmiottare e da ridicolizzare, come hanno dimostrato goliardicamente alcuni scienziati pubblicando lavori con titoli senza senso e nomi degli autori inventati. Ho incontrato decine di ricercatori che si sono lamentati di questo andazzo, ma nessuno ha il coraggio di sovvertirlo: le carriere, almeno nei paesi del nord Europa e anglosassoni, si basano sulle pubblicazioni; puoi dire addio al tuo lavoro se sei contro il sistema. Alcuni scienziati, che ho conosciuto personalmente, hanno insistito nel loro approccio più olistico, scontrandosi con editor e revisori inclementi; alcuni ce l’hanno fatta a far valere le loro ragioni, altri, altrettanto bravi, no.

Dal momento che la cultura capitalistica di cui siamo ormai intrisi ci vuole come dei codici a barre, anche i ricercatori sono valutati come tali: indici, citazioni, criteri oggettivi ma talmente complessi da risultare oscuri anche a chi li ha ideati. Persino la valutazione caratteriale, quando è prevista, viene fatta spesso con test psicoattitudinali facilmente quantificabili. In Italia, la situazione è anche peggiore perché i criteri di valutazione oscuri facilitano e alimentano il corporativismo dei settori disciplinari, poco incline ad un approccio multidisciplinare della ricerca. Quello che emerge è un quadro desolante e arido, dove lo scienziato, come persona, praticamente non esiste più. L’accademico tipo non ha di solito tempo (e talvolta nemmeno voglia né capacità) per scrivere di divulgazione perché è considerato tempo perso; i divulgatori, dal canto loro, comunicano di rado con gli accademici; il pubblico è disorientato e non sa se dar retta a Piero Angela, Mario Tozzi, Paolo Fox o Roberto Giacobbo.

In pratica, l’approccio olistico alle scienze della vita è andato quasi del tutto perso e viene visto come un insieme di divagazioni, chiacchiere ed elucubrazioni inutili. Dal mio punto di vista, questo atteggiamento, soprattutto oggi che la scienza è sempre più ricca di relazioni interdisciplinari, è una grave perdita e crea un impoverimento del dibattito scientifico. Ecologi e climatologi, ad esempio, lavorano in settori talmente al confine tra più discipline che sarebbe per loro impensabile un approccio riduzionistico, ma la stessa cosa si potrebbe dire per molti altri settori. Si dimentica che un ricercatore con un approccio olistico è solitamente in grado di divulgare meglio, di insegnare in modo più appassionato, di stimolare le nuove leve, di cogliere i messaggi che gli giungono da altre discipline, di cogliere le innovazioni, di scrivere e spiegarsi meglio, di coordinare progetti di ricerca, di scoprire approcci applicativi interessanti, ecc. Eppure tutto questo, a fini pratici, non serve più. Alcune riviste scientifiche stanno fortunatamente cominciando a capire l’importanza di un approccio olistico, chiedendo informazioni aggiuntive agli autori. L’impressione della scienza che si dà alla gente comune è quella di un insieme di discipline aride dove solo gli adepti ne capiscono qualcosa.

Si può porre rimedio a questa via a senso unico che ha intrapreso la scienza? È ancora possibile una scienza olistica o perlomeno meno riduzionistica?Di esempi di collegamenti della biologia con l’arte, la filosofia e la religione ce ne sono a bizzeffe. Prima dell’avvento di un sapere estremamente settoriale, molti scienziati avevano una conoscenza interdisciplinare basata su una ragnatela di relazioni tra vari aspetti della realtà. Era infatti proprio questo il concetto della conoscenza dell’umanesimo rinascimentale, nato in Italia, e il cui paradigma è raffigurato nell’Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci.

 

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