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Lug
21
2017

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Foreste alimentari

 

 

L’agroecologia è una promettente alternativa all’agricoltura intensiva industriale in grado di evitare le conseguenze negative sociali ed ecologiche tipiche delle produzioni intensive. In particolare, la permacultura è un particolare sistema di progettazione agroecologico e, allo stesso tempo, un movimento culturale a vasta distribuzione internazionale con un approccio unico. Può essere definita come la progettazione e la conservazione consapevole ed etica di ecosistemi produttivi che hanno la diversità, la stabilità e la flessibilità degli ecosistemi naturali. Allo stesso modo, la permacultura si applica a strategie economiche e a strutture sociali, divenendo quindi una sintesi di ecologia, geografia, antropologia, sociologia e progettazione. Sette gruppi concettuali sono stati recentemente identificati da vari algoritmi per definire la permacultura. Questi sono organizzati attorno ai termini: design, sviluppo, azienda agricola, cibo, terra, sostenibilità e studio. Per questa sua natura multidisciplinare, la permacultura ha di fatto ha il potere di indurre, in chi vi si accosta, un mutamento di prospettiva nei confronti della vita, della realtà e di se stessi, fornendo spunti per la crescita personale e per compiere scelte di vita consapevoli e sostenibili.

Il termine “permacultura” è nato come portmanteau di “agricoltura” e “permanente”. Nel 1978 la permacultura è stata per la prima volta definita come “un sistema integrato, in continua evoluzione, di piante e specie animali perenni o autoestinguenti utili all’uomo […] in sostanza, un ecosistema agricolo completo, modellato sugli esempi esistenti ma più semplici” (Mollison e Holmgren, 1978). Nel 1988, la definizione già comprendeva questioni più ampie, pur mantenendo il fulcro sull’agricoltura: “Permacultura … è il design e la manutenzione ecosistemi produttivi agricoli che hanno la diversità, la stabilità e la resilienza degli ecosistemi naturali. È l’integrazione armoniosa del paesaggio e delle persone che forniscono cibo, energia, rifugio e altre necessità materiali e non materiali in modo sostenibile” (Mollison, 1988). È stata anche definita da David Holmgren (2004) come “paesaggi coscientemente progettati che imitano i modelli e le relazioni che si trovano nella natura, creando un’abbondanza di cibo, fibre e energia per la fornitura di bisogni locali“.

Nonostante il profilo pubblico accattivante, la permacultura è rimasta relativamente isolata dalla ricerca scientifica. Difatti, il passaggio alla produzione agroecologica è tuttavia un progetto complesso che richiede diversi contributi, anche provenienti dai produttori “tradizionali”. Sebbene il potenziale contributo della permacultura alla transizione agroecologica sia significativo, esso è limitato dall’isolamento dalla scienza, da semplificazioni e dalla mancanza di una chiara definizione. La permacultura può anche funzionare da un quadro per integrare le conoscenze e le pratiche in tutte le discipline, al fine per sostenere la collaborazione con gruppi misti di ricercatori e utenti. Inoltre, contribuisce ad una forma applicata di alfabetizzazione ecologica, fornendo una sintesi popolare e accessibile di concetti socioecologici e biologico/agronomici abbastanza complessi. Infine, tutti questi fattori sono incarnati in un movimento internazionale che opera in gran parte al di fuori dell’influenza e il supporto di grandi istituzioni e multinazionali, favorendo quindi la ricerca e l’azione partecipata, libera e spontanea, e la mobilitazione di indagine e di sostegno popolare.

Attualmente, per produrre una caloria dal cibo, l’agricoltura intensiva e industriale ne brucia da 3 (nel migliore dei casi) a 10. In pratica questo tipo di agricoltura segue un insensato modello di sviluppo perché trasforma il petrolio in cibo, dilapidando energia non rinnovabile. L’agricoltura moderna consuma quindi più di quanto produca. È qui che interviene la permacoltura, un metodo di progettazione che, sulla base di principi e strategie ecologiche, permette di progettare insediamenti umani simili agli ecosistemi naturali. Essa punta alla creazione di habitat in cui la natura collabori con gli uomini, e viceversa, per produrre benessere e abbondanza. Al contrario, in una foresta alimentare (chiamata anche foresta commestibile, food forest, o food garden) avviene esattamente il contrario: il valore dell’EROEI (Energy Invested on Energy Returned) è positivo e il bilancio è in attivo. Una foresta alimentare è non solo energicamente efficiente, ma aumenta la biodiversità, ottimizza le risorse – quali materiale organico, acqua e minerali – e offre una molteplicità di piante e raccolti nell’arco dell’anno. Mediante questo modo di coltivazione, viene restituito alla terra, in termini energetici, più di quanto si prenda (gli input di materia ed energia sono superiori agli output), promuovendo i meccanismi di auto-fertilità del suolo e rendendo l’agricoltura un’attività umana sostenibile.

Secondo Douglas John McConnell, autore di The Forest-Garden Farms of Kandy, Sri Lanka, le foreste alimentari corrispondono con ogni probabilità alla più antica forma di sfruttamento del suolo da parte degli esseri umani. Di sicuro sono la più resiliente a tutt’oggi. Una foresta alimentare è contraddistinta dal fatto che non ci sia evento naturale o umano che possa minacciare il raccolto, in quanto consiste in una “fabbrica di cibo” che funziona autonomamente. Per creare una foresta alimentare si utilizza inoltre un tipo di agricoltura senza pesticidi, insetticidi e fertilizzanti di alcun tipo, consociando le piante in maniera sinergica. Le colture sono spesso disposte su dossi di terra, chiamati bancali o permaculture bed. Si utilizzano al meglio le acque meteoriche, distribuendole uniformemente sui dossi di terra, tracciati sulle stesse curve di livello che tagliano perpendicolarmente la linea di pendenza dei campi. Il dosso creato permette il recupero dell’umidità notturna e riduce l’erosione, distribuendo uniformemente l’acqua e trattenendola nel terreno. Questo risparmio idrico è di enorme importanza in zone aride, come molte aree agricole del sud Italia. Un’altra particolare tecnica per risparmiare acqua è quella di mettere nelle buche per la messa a dimora delle nuove piante, alcune pale di fico d’India spezzettate, in grado di rilasciare la loro umidità nel corso dell’estate, quando le piantine ne avranno più bisogno. Inoltre, mediante l’Hugelkultur, ovvero la tecnica che sfrutta la proprietà di rami (illustrata qui in basso), tronchi e pezzi di legna di essere cisterne d’acqua naturali, è possibile rendere la gestione idrica di una foresta alimentare completamente autosufficiente, simile a quella presente in un sistema naturale.

 

 

La permacoltura prevede inoltre il non-tilling farming (no-tillage o zero-tillage o non lavorazione del suolo), o al massimo la lavorazione minima del suolo (minimum tillage), entrambi metodi che accelera il processo di miglioramento della qualità del suolo. Queste tecniche consentono di non perturbare i processi microbiologici e le eventuali simbiosi tra radici e funghi (micorrize; presenti nell’80% delle specie terrestri). Nelle foreste alimentari si mutuano così molti concetti tipici della permacoltura, quali la pacciamatura del suolo con paglia e cartone per fornire una “coperta” al terreno, la quale funge da incubatrice naturale per i semi, che possono così germinare e competere con meno radici, mantiene umidità e temperatura costanti, e aumenta la sostanza organica del suolo, in modo che i semi germinino più rapidamente. La paglia e il cartone, quando si decompongono, formano nuovo humus. Il legno morto degli alberi, lasciato sul suolo, diviene substrato per la crescita di funghi medicinali e saprofagi come lo shii-take, i funghi ostrica e la coda di tacchino, mentre vicino a querce e pini si potranno – se si è fortunati – trovare porcini, funghi simbionti, proprio come il tartufo.

Le sette ‘effe’ delle foreste alimentari sono alla base del loro utilizzo e del loro scopo: farmaci, fuoco, fibra, food (cibo), foraggio, fertilizzante, fun (divertimento). Tornando al numero sette, Robert Hart aveva osservato nel 1996 che le foreste si sviluppano su sette livelli e li aveva riprodotti nella sua piccola proprietà. I sette livelli sono tuttora alla base della progettazione di una foresta alimentare. Questi sono descritti nella illustrazione qui in basso. Tre è il numero minimo di strati richiesti per la realizzazione di una foresta alimentare, includendo almeno una specie arborea.

 

 

Una foresta alimentare non è così strana come può sembrare a prima vista. Non stiamo parlando di un groviglio di rami ma di un giardino forestale aperto, multistrato e con moltissime radure e bordi. Molti giardini e terreni coltivati contengono già molti degli elementi di una foresta alimentare: pochi alberi alti sul bordo posteriore, alcuni cespugli per le bacche o per i bordi, un prato erboso, un orto con verdure, poche piante officinali e qualche pianta da fiore. Una foresta alimentare semplicemente integra tutte queste parti in un unico ambiente, con l’obiettivo è quello di sfruttare ogni spazio possibile e inutilizzato per la produzione di verdura, frutta e piante commestibili, strategicamente posizionati per massimizzare il risultato finale. Si promuovono inoltre tecniche colturali sostenibili per mantenere la qualità del terreno, con un particolare risalto alle interazioni tra insetti impollinatori e piante. Per rendere più fertile il terreno, si allevano i lombrichi e si sperimentano tecniche di agricoltura biodinamica per ripristinare i suoli, spesso troppo poveri di elementi nutritivi e di sostanza organica. Si raggiunge così un livello ecologico che si mantiene nel tempo con un minimo intervento umano. In questo modo è possibile creare una foresta commestibile nell’arco di 10 anni.

Gli alberi sono spaziati per favorire la penetrazione della luce e ciascuna pianta è posta alla luce diretta o all’ombra in base alle sue esigenze. Altre piante sono scelte per i ruoli che hanno, siano essi cibo, habitat per la fauna selvatica, attrazione degli insetti, stabilizzazione del suolo, arricchimento di biomassa e sostanza organica o altro ancora. Gli alberi, di varie altezze, dominano i livelli sottostanti senza soffocare le altre piante. In particolare, gli alberi sono un prerequisito per un paesaggio sostenibile in quanto producono molta lettiera, regolano la temperatura del suolo, hanno apparati radicali che producono essudati radicali e in seguito humus, conservano l’umidità, arrestano o almeno limitano l’erosione (soprattutto in suoli collinari in pendenza), sono habitat per un grande numero di animali, Inoltre, gli alberi producono molta biomassa: basti pensare che un ettaro di frumento rende 2-5 t di granella, un ettaro di castagno fino a 7-8 t di frutti. Al contrario, un albero come lo spino di Giuda (Gleditsia triacanthos), una leguminosa, può arrivare a produrre fino a 37-38 t/ettaro di semi ricchi di proteine, senza aver bisogno di essere ripiantato ogni anno. Alberi più comuni, come il melo, arrivano facilmente a 17-18 t per ettaro. Gli alberi sono i più efficaci collettori naturali di energia e materia, definiscono la foresta alimentare e la distinguono dal punto di vista paesaggistico. Raggiungono gli strati più profondi del suolo per cercare nutrienti e acqua, e si espandono nel cielo per intercettare energia solare. Tra le specie arboree, le più piantate nelle foreste alimentari sono le seguenti: meli, peri, cotogni, ciliegi, peschi, albicocchi, azzeruoli, nespoli, biancospini, sambuchi, susini, cotogni, fichi, kaki, noci, noccioli, bambù, melograni, corbezzoli, sorbi, gelsi, mandorli, olivi, cornioli, frassini, olmi, querce, ontani, aceri, tigli, carpini, robinie, platano, alberi di Giuda, eleagni, olivastri, crespini, lecci, bagolari e salici. Sulla base delle funzioni della foresta alimentare, la loro presenza è volta alla produzione di cibo, legna da ardere, materiale officinale/erboristico (foglie, fiori e corteccia), aumento della biodiversità, riduzione dell’erosione del suolo, accumulo di sostanza organica – con conseguente incremento della fertilità del suolo -, produzione di bellezza e di spazi ricreativi piacevoli.

La foresta alimentare può assumere varie forme, altezze, spazi e dimensioni, in base alle preferenze e alle condizioni pedologiche e climatiche. Uno spazio grande fornisce un habitat ideale per gli alberi, mentre in uno più piccolo saranno preferibili specie arboree nane e cespugli, in grado di aumentare la biodiversità. In climi nordici, il numero di alberi per unità di superficie sarà minore per favorire la penetrazione della poca luce fino al suolo e si potranno piantare bacche di bosco, mentre in climi caldi si cercherà l’ombreggiamento, con forme di allevamento più dense (acqua permettendo), e si preferiranno le erbe aromatiche mediterranee. Sarebbe in ogni caso preferibile piantare sempre alcune leguminose azotofissatrici, per arricchire di azoto il terreno, anche arboree come obinia, mesquite, ontano, maggiociondolo e, nei climi più caldi, olivello spinoso, carrubo e acacia. Tra le specie arbustive, le più usate sono glicine, sambuco, rosa canina, corniolo, lampone e mora. Alberi molto adatti, per via della loro rusticità, sono melo, pero, noce, pruno e ciliegio; tra le varietà arboree nane si preferisce caco, pawpaw (banano del nord) salice e gelso. Eventualmente, ai “veri” cereali (graminacee), si preferiscono gli pseudocereali, cioè specie dicotiledoni che producono frutti, i quali, macinati, danno una farina utilizzata per farne pane e altri cibi (grano saraceno, amaranto, quinoa, chia). Uno tra i migliori è la quinoa, per il suo alto contenuto proteico e le alte produzioni, “la madre di tutti i semi” secondo gli Aztechi e i Maya. Nel suo guscio è contenuta anche una quantità di saponina, utile per lavare la pelle o i vestiti. Accanto ad essa verrà contemporaneamente coltivato l’amaranto, simile alla quinoa ma senza saponina e con foglia commestibile.

I provetti “giardinieri forestali” possono essere mossi da fini utilitaristici oppure seguire inclinazioni più artistiche; alcuni imitano gli ambienti naturali, altri ne creano di particolari, anche usando specie esotiche. I più, combinano vari stili, progettando foreste alimentare che producono cibo, bellezza, habitat, conservazione delle specie e guadagno (non solo come produzione alimentare ma a volte persino in termini di sostanze medicinali, artigianato del legno, canne di bambù, semi rari, piante da vivaio o portinnesti). Tra le piante medicinali troviamo ad esempio santoreggia, basilico, prezzemolo, maggiorana, alfalfa, issopo, tagete, more, trifoglio bianco, salvia, melissa e consolida maggiore.

Ci sono bellissimi esempi di foreste alimentari, come quella dei Giardini di Pomona, un conservatorio botanico tra Martina Franca e Cisternino, in Puglia. Il proprietario, Paolo Belloni, persona squisita e di altissimo ingegno e passione, mette a dimora diverse varietà di fico della sua collezione, alterna melograni, giuggioli, feijoa, carciofi, more senza spine, josta, lupini, fave, ceci e cicerchie, ginestre (che non si mangiano ma azotano il terreno e hanno una funzione estetica, agli e cipolle, alcune bacche commestibili – come Lycium barbarum (le celebri bacche di goji) e Eleagnus umbellata -, arachidi e infine Lippia polystakia e citronella contro le zanzare e usati per la preparazione di tisane. Qui sono stati piantati ai limiti del campo siepi di viburno, un bellissimo arbusto, a volte alternato con alloro e corbezzolo, piante sempreverdi e a crescita molto veloce. Ciò permette di schermare il campo sperimentale dal vento, altro acerrimo nemico dell’umidità, che si vuole assolutamente trattenere nel suolo il più a lungo possibile. Prima della fila dei viburni, sono state piantate talee di melograni, di cotogno e polloni radicati di noccioli, che, oltre a contribuire a schermare il vento su una linea più bassa, forniscono cibo.

Una forma molto diffusa di foresta alimentare è quella ad U aperta, rivolta verso sud (vedete qui in basso). Questa disposizione permette di “aprirsi verso il sole”, formando una sorta di trappola per la luce. Una forma simmetrica dà anche un certo ordine e permette una minore competizione intra- ed interspecifica. La parte centrale funge anche da rifugio per animali e persone. Tutti gli spazi coltivati vengono coperti da vegetazione in modo che l’ombra prodotta riduca al massimo l’evaporazione.

 

Foresta alimentare ad U. Fonte: Patrick Whitefield (Permanent Publications, 1997).

 

Nei primi anni, la foresta alimentare fornisce più verdura e fiori che il resto ma, con il passar del tempo, gli strati superiori diventano i principali produttori. L’orto sarà situato nella parte aperta della U, dove c’è più luce, ospitando piante perenni o annuali, quali asparagi, carciofi, zucchine gialle verdi, zucche, zucchini, mais, cavoli, cavolfiori, broccoli, radicchio, pomodoro, cipolle, aglio, melanzane, fagioli, fagiolini, ceci, carote, patate, spinaci, more, mirtilli e altre rampicanti commestibili. Diversi semi possono essere scelti per essere consociati e piantati nello stesso bancale e assicurarsi una buona riuscita, ad esempio con un design che includa carciofi e brassicacee, magari con del dragoncello ai bordi, e un altro bancale con pomodori, asparagi, prezzemolo e basilico, contornato da aglio e cipolle. Alla fine, in una foresta alimentare saranno presenti tre zone: una intensivamente coltivata al centro della U, una pacciamata ma leggermente piantumata (arbusti alberi nani) e infine una più periferica con alberi, possibilmente con colture di copertura spontanee o selezionate (meglio se si includono alcune leguminose, come il trifoglio e la veccia, insieme ad essenze che attraggono gli insetti impollinatori, come achillea, finocchio e aneto, rosmarino, salvia e menta). Bisognerà inoltre stare attenti a specie allelopatiche, che secernono composti tossici per altre piante. Ad esempio, noce, bagolaro, noce, ribes, peperone e pomodoro, dovrebbero essere piantati lontani da altre piante, magari inserendo zone tampone con robinia – con molta attenzione perché quest’ultima è un’infestante dalle nostre parti-, gelso, olivello spinoso e olivo.

 

Grazie a loro, ho scritto:

Belloni P (2015) Coltivare senz’acqua? Pianta la foresta alimentare. http://neigiardinidipomona-bari.blogautore.repubblica.it/2015/05/coltivare-senzacqua-pianta-la-foresta-alimentare/

Fava G (2015) Esempi di Progettazione Food Forest in provincia di Treviso. Tesi di Laurea in Valorizzazione produttiva delle risorse forestali. Scienze Forestali e Ambientali, Università degli Studi di Padova.

Ferguson RS, Lovell ST (2014) Permaculture for agroecology: design, movement, practice, and worldview. A review. Agronomy for Sustainable Development 34: 251–274

Hemenway T (2009) Gaia’s Garden – A Guide to Home-Scale Permaculture. Chelsea Green Publishing Company, VT, USA

Holmgren D (2004) Permaculture: principles and pathways beyond sustainability. Holmgren Design, Hepburn

La Foresta Commestibile. https://www.laforestacommestibile.org/il-progetto/

Troisi F (2015) Permacultura e Food Forest. Ritorno al Paradiso Terrestre. http://flaviotroisi.com/index.php/permacultura-food-forest-ritorno-paradiso-terrestre/

 

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