La belle verte
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Set
30
2016
1

L’arsenale vegetale del viandante

Santiago

 

Dal XI secolo dopo Cristo e durante tutto il Medioevo, Santiago di Compostela fu meta di un importante pellegrinaggio. Allora, più di cinquecentomila pellegrini si mettevano ogni anno in viaggio, a piedi, verso Santiago. Venivano da ogni parte d’Europa. Si recavano in Spagna per rendere omaggio alla tomba dell’apostolo San Giacomo. Alla fine del XVI secolo, mentre le guerre di religione ostacolavano seriamente il pellegrinaggio, il vescovo di Santiago fece nascondere le spoglie dell’apostolo per proteggerle. I sacri resti furono scoperti per caso soltanto verso la fine del XIX secolo.

 

Dall’incipit de “La Via Lattea”, di Luis Buñuel

 

 

Compito principale del pellegrino era, per l’appunto, quello di camminare. Se era abbiente, poteva decidere di compiere il tragitto a cavallo ma la maggior parte di loro aveva come unico mezzo le gambe. I pellegrini avevano una duplice natura: da una parte erano rispettati, in quanto la Chiesa avrebbe scomunicato coloro che si fossero permessi di attaccare un pellegino, dall’altra erano temuti perché la maggior parte di essi faceva il percorso a scopo penitenziale e probabilmente per peccati che non si potevano lavar via con semplici preghiere. Tra di loro si potevano quindi nascondere criminali, emarginati, invasati e persino futuri santi.

Era quindi fondamentale distinguere un pellegrino da un semplice viandante. In realtà, non era moto difficile fare questa distinzione perché i pellegrini autentici erano facilmente riconoscibili per particolari segni. Il più famoso, ancora oggi, è il guscio della capasanta atlantica (“concha de Santiago” o, in nomenclatura binomia, Pecten jacobaeus), che i pellegrini in viaggio vero Santiago de Compostela contrasegnavano con una croce e tenevano in bella vista, a dimostrare il loro status; poi c’erano le credenziali con i vari timbri che testimoniavano il loro passaggio da chiese e locande, ma ciò che li rendeva riconoscibili era soprattutto il loro abbigliamento, quasi una divisa, di solito marrone, con un gran cappello a larghe falde (“petaso”), un mantello (“pellegrina o cappa”), una piccola bisaccia (“scarsella”) di pelle di animale, un bastone (“bordone”) al quale spesso veniva legata una zucca secca (“calabaza”) a mo’ di borraccia e a volte anche il guscio della capasanta che, oltre ad essere la ID card del pellegrino, fungeva anche da cucchiaio e piattino, e il cui nome deriva appunto da “cappa” (la veste del pellegrino).

Nondimeno, l’arsenale vegetale delle varie regioni attraversate era di primaria importanza per il pellegrino; e questo per varie ragioni.

 

  • Il bordone. Prima dei moderni bastoncini telescopici di progettazione teutonica, mutuati dal nordic walking, il pellegrino camminava appoggiandosi ad un bastone massiccio e leggero, e dalla impugnatura ricurva, chiamato “bordone”. Esso veniva consegnato al pellegrino durante l’investitura ufficiale. Era solitamente di legno di noce, nocciolo, faggio o ciliegio, abbastanza resistenti ed elastici. I bastoncini telescopici presentano numerosi vantaggi, dalla leggerezza alla facilitazione della camminata, ma volete mettere l’effetto psicologico sugli altri pellegrini di un bastone come quello di Gandalf e l’effetto deterrente di un buon colpo assestato di bordone su animali selvatici e persone moleste? Il bordone simboleggiava inoltre la Trinità quale “terzo piede”, cui il pellegrino si appoggia. Il nome deriverebbe da “burdònem” (una varietà di mulo selvatico, povero, umile e resistente). La forma del bordone ricorda un pastorale da vescovo (“baculum”), e d è anche un simbolo della leggendaria battaglia, legata alle tradizioni carolinge, del Rio Cea presso Sahagùn, dove Carlo Magno si scontrò con l’africano Aigolando e le lance dei caduti cristiani rimaste piantate nel terreno fiorirono sulle rive di un fiume.

 

  • Non si vive però di solo spirito: il pellegrino aveva bisogno di energia terrena. Il “menù del pellegrino” (molto diverso da quello delle odierne locande presenti lungo il Cammino) era solitamente povero, quindi a base di zuppe e minestre come ad esempio: la paniccia, a base di cereali e legumi, il macco, una vellutata fatta con legumi secchi. Solo se si aveva qualche soldo in più, c’erano salumi, formaggi e frittatine. L’alimento principe era il pane, grazie anche alla sua capacità di conservazione. Non doveva essere bianco perché era simbolo di mollezza, mentre era molto diffusa la sua variante nera, chiamata pane “della penitenza”, fatto con grano tenero, segale, spelta, orzo, crusca di frumento, farina di fave e di castagne. I pellegrini che venivano accolti nelle case si dovevano accontentare di qualche tazza di pulmentum. Questo minestrone era fatto con verdure di stagione (molto usata la borragine), cereali e legumi, condito con un po’ di lardo a pezzetti e qualche acciuga.

 

  • Camminare ogni giorno a tappe forzate sfiniva il corpo, per cui bisognava curarsi. Nel corso dei secoli, lungo le vie del Cammino erano sorti ricoveri ed ospedali, i monasteri davano sollievo ed aiuto. I primi ospizi furono costruiti nei passaggi difficili del percorso come i passi di Somport, Roncisvalle e O Cebreiro. Era una farmacopea naturale che traeva da erbe ed arbusti le essenze per preparare medicinali per ogni malanno e malattia. Chi si metteva in marcia sovente conosceva un ricettario di “pronto soccorso” per una serie di malanni che andavano dalle artriti alle punture di insetti, dalle varici ed ulcere alla sciatica, dalle bronchiti alle ferite ed alle piaghe, dalla pelle secca alle bruciature solari e dovute al fuoco. La ruta (Ruta graveolens) era un rimedio contro la nausea e gli svenimenti. Per la artriti c’era la verbena (Verbena officinalis); contro l’asma la celidonia (Chelidonium majus) e l’origano. La prima era una specie di farmaco ad ampio spettro, utilizzata anche per bronchiti, calli e catarro. In caso di cadute, c’era la coda di cavallo (Equisetum telmateia) mentre per i calli, che potevano diventare un vero tormento per dei pellegrini, oltre alla celidonia veniva usata l’erba di S. Giovanni (Sedum telephium maximum) ma anche lavanda, cardo e menta. Rimedio fondamentale per la stanchezza era l’agrimonia (Agrimonia eupatoria) o l’acetosella (Oxalis acetosella), che i pellegrini chiamavano anche “alleluja”. Contro il catarro, oltre alla celidonia venivano usati l’origano e la beccabunga (Veronica becunga). In caso di contusioni e lividi il rimedio era (e lo è stato a lungo) la cipolla bianca o rossa (Allium cepa): una volta arrostita, le si toglieva la pelle e si mettevano i pezzi tritati in un panno o una tela sull’ematoma, tenendovela per una notte. Se il problema erano le gengive deboli (scorbuto dovuto a poca vitamina C), si usava la corteccia di Alnus glutinosa, ossia l’ontano, mentre se sanguinavano c’era la potentilla. Di queste ultime due piante, si cuocevano le foglie e lo stelo fresco in mezzo litro d’acqua per cinque minuti, poi facevano dei risciacqui. Usate come gargarismo, erano un buon rimedio anche per liberarsi dalle spine rimaste in gola. Strada facendo, si raccoglievano le more (Rubus fruticosus) come sollievo alla fatica del viaggio, mentre la sera, per recuperare le forze, i pellegrini mescolavano le more mature al vino rosso, un’antica versione della sangria. Per le piaghe si usavano due rimedi opposti: il metodo “sacro”, l’erba di San Giacomo (Senecio jacobea; vedi il punto successivo) e quello “profano”, cioè l’ombelico di Venere (Ombelicus rupestris), quet’ultimo utilizzato per curare l’epilessia e dalle presute proprietà afrodisiache. Per le punture di insetti si usavano la dulcamara (Solanum dulcamara) e la melissa (Melissa officinalis), ma per le parti delicate si preferiva l’anterisco, o cerfoglio dei prati (Anthriscus sylvestris). Dell’olivo (Olea europaea), astringente, febbrifugo, purgante ed emoliente, veniva utilizzato l’estratto dal frutto spremuto: erano sufficienti alcune gocce, pure o diluite con acqua, per liberarsi da insetti e moscerini entrati negli occhi, contro le bruciature solari e per guarire i geloni.

 

  • Così come il Cammino di Santiago finisce alla tomba di San Giacomo, l’iter stellarum, ossia il cammino delle stelle, è la via che conduce gli uomini all’Aldilà, e costituisce l’ultima prova che l’uomo, pellegrino della vita, deve compiere prima che il suo compito sia terminato. Tanto era viva questa metafora del pellegrinaggio come bilancio dell’esistenza che i pellegrini, visitata Compostella, a volte raggiungevano sull’Atlantico la vicina Finis Terrae per avere la visione dell’estremo limite dell’Europa, l’orlo del mondo conosciuto secondo i Romani. La tradizione ha costellato questo mito di semplici leggende come quella dell’erba di San Giacomo, una pianta spontanea e comune chiamata anche matricale selvatico o senecio di San Giacomo (Senecio jacobaea, o Jacobaea vulgaris). Si racconta che San Giacomo, patrono dei pellegrini, l’abbia lasciata lungo i bordi di ogni strada dove era passato perché servisse da medicina ai viandanti. Infatti medica le ferite ed è, sotto forma d’impiastro, benefico per l’angina, le piaghe, le fistole e il dolore.

 

  • Infine, la calabaza. La maggior parte delle zucche coltivate oggi sono originarie dell’America Centrale. Vi sono però specie che provengono in particolare dall’Asia tropicale, conosciute per questo motivo come zucche indiane. Erano queste le uniche zucche presenti in Europa prima della scoperta dell’America, da dove invece provengono le zucche del genere Cucurbita. La zucca a fiasco (o zucca dei pellegrini, zucca da vino, zucca dei pescatori, zucca bottiglia, cocozza o zucca lagenaria; Lagenaria siceraria (Molina) Standl., 1930) era appunto una di queste zucche indiane. Della lagenaria parlarono infatti Columella e Plinio. Della Lagenaria siceraria esistono e si coltivano numerose varietà, che si distinguono tra loro per la forma dei loro frutti (vedi foto qui in basso; fonte: Cretti, 2010). La Lagenaria siceraria a fiasco è la più tipica e caratteristica – per intenderci, la calabaza del pellegrino – con la parte basale arrotondata (15-20 cm di diametro) e il collo rigonfio.

 

Zucca Lagenaria

 

I frutti della diverse varietà di Lagenaria sicerariam, dalle forme così insolite, sono a volte commestibili allo stato fresco, inizialmente di colore verde chiaro, di consistenza tenera, ma la cui buccia diventa ben presto durissima, coriacea ed impermeabile, anche se piuttosto sottile. Una volta maturi ed essiccati, diventano leggerissimi, con interno cavo, scarsa polpa e semi coriacei. Possono essere così usati per realizzare contenitori per acqua e liquidi in genere, nonché simpatiche suppellettili, strumenti musicali ed oggetti di vario tipo, tra cui anche i “koteka”, degli astucci penici (o coprifallo), che in alcuni gruppi etnici fungono da marcatore sociale. Se l’obiettivo è mangiarle, le lagenarie, al pari delle zucchine e simili, possono essere consumate cotte in minestroni (ricordo varietà squisite coltivate in Sila) o possono essere conservate sotto aceto. Si predilige in cucina l’utilizzo dei frutti più giovani, i quali tra l’altro presentano un elevato grado di delicatezza e di succosità.

E’ stato inoltre dimostrato che gli estratti del frutto di lagenaria hanno diverse proprietà: epatoprotettiva, antiossidante, antiperglicemica, immunostimolante, antiperlipidica e cardiotonica. Il succo del frutto ha inoltre una attività diuretica comparabile a quella del principio attivo furosemide a concentrazione di 20 mg/kg. Tra le cucurbitacee, il frutto di questa specie ha alti livelli di colina, un precursore dei fosfolipidi costituenti le membrane biologiche delle cellule (in particolare, la fosfatidilcolina è abbondantemente presente nell’encefalo); d’altro canto, i semi contengono elevati livelli di acidi grassi omega. Habitur Raman (2003), in un suo articolo dallo stile prettamente indiano, tra lo scientifico e la leggenda, conclude un suo articolo sulla lagenaria e altre cucurbitacee in questo modo: “Invece di ingerire pillole di vitamine o integratori, una fetta di lagenaria, una fetta di melone e una manciata di semi di zucca sono sufficienti a mantenere un buono stato di salute. Una tazza di succo di anguria al mattino e un’insalata mista con fette di lagenaria […] sono sufficienti per star bene”.

 

 

Grazie a loro, ho scritto:

 

Cretti L (2010) La lagenaria, un’insolita zucca dai molteplici utilizzi. Vita in Campagna 12: 20-21

Deshpande JR, Choudhari AA, Mishra MR, Meghre VS, Wadodkar SG, Dorle AK (2008) Beneficial effects of Lagenaria siceraria (Mol.) Standley fruit epicarp in animal models. Indian Journal of Experimental Biology 46: 234-242

Erboristeria degli antichi pellegrini. http://www.camminodiassisi.it/erboristeria-degli-antichi-pellegrini.html

Vademecum per pellegrini della Via Francigena e oltre a cura di Monica D’Atti – Edizione 2016. http://www.confraternitadisanjacopo.it/Francigena/esperienza/vademecum.pdf

Ghule BV, Ghante MH, Yeole PG, Saoji AN (2007) Diuretic activity of Lagenaria siceraria fruit extracts in rats. Indian Journal of Pharmaceutical Sciences 69 (6): 817-819

Habitur Rahman AS (2003) Bootle gourd (Lagenaria siceraria) – A vegetable for good health. Natural Product Radiance 2 (3): 249-256

Il cibo dei pellegrini, cosa mangiavano lungo la Via Francigena? http://www.lacucinaitaliana.it/news/in-primo-piano/il-cibo-dei-pellegrini-cosa-mangiavano-pellegrini-lungo-la-via-francigena/

Lagenaria siceraria. https://it.wikipedia.org/wiki/Lagenaria_siceraria

Mugarza J. Guia de las plantas medicinales del Camino de Santiago. Ediciones de librerìa San Antonio.

Santi e simboli – Giacomo il Pellegrino. http://santiesimboli.blogspot.it/2012/07/giacomo-il-pellegrino.html

Wang HX, Ng TB (2000) Lagenin, a novel ribosome-inactivating protein with ribonucleolytic activity from bottle gourd (Lagenaria siceraria) seeds. Life Sciences 67(21): 2631-2638

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Ago
15
2016
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Oblivion

oblio_0613

 

Una delle caratteristiche che accomuna gli italiani, prima ancora che una lingua unica e un certo atteggiamento cinico e disilluso nei confronti della realtà, è la nostra caratteristica amnesia nazionale. L’italiano si dimentica di tutto; il passato prossimo diviene immediatamente passato remoto e poi dimenticanza totale. Un popolo che idolatra fino al disgusto i suoi personaggi marionetta per poi farli immediatamente cadere nell’oblio. Ora, non dubito che questa caratteristica possa esserci utile – ci ha permesso di dimenticare velocemente Mussolini e Berlusconi, a cui seguirà inevitabilmente Renzi – ma l’amnesia viene applicata anche a persone valide, ad esempio artisti, letterati o scienziati. L’Italiano medio, complice anche un basso livello di istruzione, non conosce la sua letteratura, la sua storia e i suoi scienziati illustri; questo ci rende un popolo facilmente manovrabile, dal momento che anche la sana diffidenza della cultura contadina, che ci rendeva prudenti e dubbiosi – e in un certo colti e curiosi anche con la 5a elementare – è ormai un lontano passato. Così, noi italiani dimentichiamo i nostri primati, come ad esempio quello del triestino Weyprecht, un tenente di vascello che nel 1872 per primo intraprese una spedizione al Polo nord per cercare un passaggio a nord-est verso il Pacifico; dimentichiamo di aver fondato le prime università del mondo, di aver inventato l’elica e le corazzate a cannoni girevoli, l’hovercraft e i siluri, gli aerei da combattimento e il telefono, il paracadute e il telegrafo, il primo personal computer di Adriano Olivetti e la plastica di Natta; abbiamo dimenticato i Nobel di Rubbia e Montalcini e fior di scienziati: mi vengono in mente Galileo, Malpighi, Redi, Spallanzani, Golgi, Cannizzaro, Volterra, Torricelli, Segré, Fermi, Majorana, Luria, Cavalli-Sforza, Marconi, ma ce ne sono stati tantissimi altri. Nel 2015, la ricerca nazionale italiana ha stanziato la miseria di 95 milioni di euro per i progetti PRIN (Progetti di ricerca di Rilevante Interesse Nazionale), risorse a cui accederanno più di 70 università e tutti i centri di ricerca del CNR (non ho idea di quanti siano questi ultimi, ma suppongo molti); per capirci una cifra paragonabile all’ingaggio di Higuain da parte della Juventus. Per i non addetti ai lavori, i PRIN sono gli unici progetti di ricerca di base, libera e indipendente, quelli più tenuti in considerazione dalle Commissioni Giudicatrici che conferiscono le idoneità ai futuri professori universitari.

Nel campo scientifico, l’Italia supera se stessa: è in grado di dimenticare, unica nazione al mondo, non solo il suo passato, ma anche il presente, e di conseguenza il futuro, che si prospetta a partire dai primi due. Unici, almeno tra quelli dei Paesi industrializzati, gli scienziati italiani emigrano da una nazione in cui vorrebbero spesso rimanere e che spende migliaia di euro per la loro istruzione superiore, per poi perderli definitivamente una volta che si sono formati. La visione, come sempre, è cieca: per favorire nell’immediato vertici e responsabili nel peggiore dei casi corrotti e nel migliore ammanicati con politici e signorotti locali, semianalfabeti o analfabeti di ritorno, inconsapevoli e quindi felici nella loro ignoranza (con le dovute eccezioni, ma sono relativamente poche), si saturano i pochi posti disponibili e si perdono per sempre le menti più creative e sganciate dalle logiche comuni, più libere e meno bigotte, più originali e meno conformiste, in poche parole quelle più adatte a diventare ricercatori e portare futuri vantaggi, anche economici. Il passaggio successivo è quello in cui gli enti di ricerca diventano  stutture pubbliche con un funzionamento simile a quello di Comuni, Province e Regioni, rigidi, burocratizzati, politicizzati, poco aperti al vero cambiamento se non a parole, e che si differenziano da questi ultimi solo per il fatto che i dipendenti possiedono una laurea scientifica invece che una in giurisprudenza o in scienze politiche. A questo punto, la frittata è fatta (o meglio, l’obiettivo è raggiunto): tutto è ingessato, gerarchizzato, nella mani di pochi oligarchi, e anche spostare una pianta o un armadietto da una stanza ad un corridoio finisce per richiedere un’autorizzazione dal capo e un’approvazione collegiale. In parole povere, pur di mantenere lo status quo, si sacrificano i migliori e, se questi malauguratamente accedono, si escludono in altri modi più o meno velati.

Questo atteggiamento nei confronti della ricerca spiega le recenti sulle borse ERC (vinte da italiani, ma che ormai risiedono da tempo all’estero perché l’Italia non li ha voluti), con i battibecchi tra Roberta D’Alessandro e il Ministro Giannini, già ovviamente finiti nel dimenticatoio. Ultimo caso, quello di David Cannella, che dal 2010 lavora come ricercatore a Copenaghen nel campo della “fotosintesi inversa”, una tecnica che utilizza energia solare, clorofilla, ossigeno e particolari enzimi (monossigenasi) estratti da funghi per degradare le biomasse vegetali (una risorsa abbondante e a buon mercato) e produrre 100 volte più velocemente, rispetto ai metodi convenzionali, molecole più semplici che possono essere punto di partenza per la sintesi di altre sostanze, tra cui biocarburanti come il bioetanolo. La fotosintesi clorofilliana, che avviene nelle piante e in alcuni batteri, è un processo anabolico (costruttivo), nel senso che parte da componenti semplici (CO2, acqua, clorofilla e luce solare) per fissare il carbonio gassoso della CO2 nel carbonio solido degli zuccheri; al contrario la “fotosintesi inversa” è una sequenza di reazioni cataboliche (distruttive), in quanto le biomasse vegetali sono decomposte in sostanze più semplici a partire dagli stessi “ingredienti” della fotosintesi clorofilliana. In Italia, di questa scoperta se ne sono accorti in pochi, un po’ per scarsa cultura scientifica e interesse nei confronti della ricerca, un po’ per comodità. Fatto sta che il lavoro di Cannella è stato pubblicato su Nature Communications, dal cui sito è scaricabile gratuitamente. Cannella, laureatosi alla Sapienza, aveva poi lavorato in un’azienda laziale, dove si era accorto che i fondi europei erano “a fondo perduto” e non spesi con una chiara strategia né per comprare attrezzature utili a svolgere il progetto di ricerca che aveva in testa.

Un’altra perdita, come sempre nell’indifferenza più totale.

 

P.S. Dal prossimo articolo, prometto di lasciar perder questi discorsi almeno per anno e di tornare alla scienza hard. Ho visto infatti bravi ricercatori e professori partire da considerazioni come queste mie di oggi e finire i loro giorni lavorativi come sindacalisti, assessori, burocrati o statistici della domenica.

 

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Ago
08
2016
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Aratri viventi (II parte)

01 - Suolo lombichi

 

[… continua]

 

Come ho scritto nella prima parte di questo articolo, i lombrichi spesso sono di grande importanza nei processi di trasformazione della materia organica del suolo e di fatto in quasi tutte le fasi di formazione di humus. La sostanza organica è così miscelata con le particelle di suolo, favorendo i processi di aggregazione deei suoi aggregati. In condizioni favorevoli, come nei pascoli permanenti, i lombrichi sono gli agenti principali di miscelazione dei residui vegetali che arrivano sulla superficie dei suoli. Con il procedere della digestione e della decomposizione della lettiera, i nutrienti vengono rilasciati nel terreno (soprattuto azoto, anche più di 90 kg/anno per ettaro) e sono disponibili per le piante. Questo processo aumenta di molto la fertilità chimica di un suolo. I lombrichi, inoltre, accelerano il processo di decomposizione per mineralizzazione diretta dei detriti organici attraverso la triturazione e la loro miscelazione con il suolo. I detriti sono epoi trasportati dalla superficie agli strati più profondi del terreno, dove le condizioni sono più favorevoli a un rapido attacco microbico. Sebbene la popolazione animale, specialmente i lombrichi, sia molto importante per l’incorporazione dei residui vegetali nel terreno e nel loro processo di miscelazione, sono i batteri e funghi che svolgono un ruolo fondamentale. Laddove la popolazione dei lombrichi è elevata, e un sottile strato di materia vegetale idoneo è posto sulla superficie del suolo, non è insolito notare che la maggior parte di esso scomparirà entro pochi giorni, trascinato nelle loro tane o cunicoli e consumato a loro piacimento. Sono state fatte anche obiezioni sul fatto che fertilizzanti chimici siano dannosi per i lombrichi, ma sembrerebbe di no. Se i concimi sono posti a contatto con i lombrichi, questi possono essere danneggiati, ma solitamente i lombrichi evitano le zone di suolo dove i fertilizzanti sono presenti ad alte concentrazioni. Se tali concimi sono aggiunti a terreni improduttivi e i terreni sono poi coltivati, il numero di lombrichi normalmente aumenta di numerose volte, entro un anno o due, se l’umidità è adeguata.

L’aumento dell’aggregazione del terreno è causata dai lombrichi come risultato di una serie di meccanismi combinati che coinvolgono sia la formazione e stabilizzazione. Il processo di penetrazione attraverso il suolo ha effetti meccanici diretti sulla formazione di aggregati e ancor più un effetto sull’aerazione e sul movimento dell’acqua. L’effetto principale, tuttavia, è dovuto all’ingestione di grandi quantità di suolo, da cui digeriscono gran parte della sostanza organica e scartano i residui organici ed inorganici. Quando la terra passa attraverso l’intestino dei lombrichi, si assiste ad un aumento di pH e carbonato di calcio, il suolo è miscelato costantemente con la sostanza organica proveniente in gran parte da fonti esterne. Le particelle minerali sono sminuzzate e la materia organica viene disintegrata e digerita sia dai succhi digestivi nel tratto alimentare che dalla massa di microrganismi che si sviluppa rapidamente in questo habitat ideale. Il pellet fecale dei lombrichi è costituito da terreno ben impastato, milioni di batteri, materia organica digerita e prodotti sintetizzati dai microbi, tutti intimamente miscelati e scartato sulla superficie, dove sono essiccati a formare aggregati stabili. Non è possibile valutare quantitativamente l’importanza dei vari fattori coinvolti nel processo di formazione del pellet fecale. Anche se i lombrichi sono sicuramente responsabili per la produzione di questi aggregati organici-inorganici, è probabile che la loro stabilizzazione sia in gran parte il risultato dei materiali di cementazione sintetizzati da batteri che vivono nel loro tratto intestinale. Tuttavia i lombrichi, avviando il processo, possono contribuire materialmente alla formazione di aggregati e favorire la struttura grumosa dei suoli. L’essiccazione aiuta poi a stabilizzare gli aggregati fecali depositati sulla superficie.

Le gallerie costruite dai lombrichi, se sono aperte in superficie e sono abbandonati, soprattutto in terreni dalla struttura fine, aumentano la facilità di movimento e l’infiltrazione dell’acqua nel suolo. E’ anche vero però che i tunnel di recente costruzione sono troppo larghi per trasportare l’acqua alle tensioni incontrate durante l’infiltrazione. Si ritiene che le radici delle piante siano probabilmente più importanti dei lombrichi a modificare la distribuzione spaziale dei pori. La restante fauna edafica contibuisce al miglioramento dell’aggregazione del suolo e lo spazio dei pori, ma i lombrichi sono in genere più efficaci di tutti gli altri animali insieme. Quando le radici si degradano, i canali rimanenti forniscono una migliore aerazione e le radici morte fungono da cibo per una varietà di organismi. I sistemi porosi e ricci di nutrienti costtuiti dalle tane create dall’attività lombrichi e millepiedi, migliorano la crescita delle piante. Recenti ricerche hanno dimostrato che il trasferimento di materiale genetico tra i diversi ceppi di batteri è facilitata dall’attività di miscelazione del terreno da parte dei lombrichi; questo può avere implicazioni importanti per la diffusione di organismi patogeni. Infine, è stato coperto che alcuni composti chimici presenti nell’intestino dei lombrichi, chiamate drillodefenine, possono aiutare questi ultimi a contrastare gli effetti tossici dei polifenoli vegetali, e rendono possibile l’inestione del materiale vegetale da parte dei lombrichi.

Ancora più eccezionale è la capacità dei lombrichi, lentamente ma inesorabilmente, di “perturbare” il suolo. La bioturbazione altera la struttura originale dei sedimenti e della roccia alterata. In questo modo, la struttura originale della roccia e la sua stratificazione sedimentaria scompaiono con il tempo. L’insieme di disturbo fisico e modifica degli orizzonti del suolo per attività animale è definito come “biopedturbation”. Questo disturbo è estremamente importante per mantenere l’eterogeneità spaziale e temporale negli ecosistemi e ha un profondo impatto sulla struttura e la diversità delle specie di comunità vegetali e animali. I cumuli di terreno di espulsione sono costituiti da mucchi di terreno sciolto sollevati sulla superficie, come le tane degli animali. Questi tumuli sono creati da una grande varietà di fauna del suolo, dalle formiche e grilli talpa per roditori fossori. Di conseguenza, la dimensione di questi cumuli varia da pochi centimetri di diametro a più di un metro. Il numero di cumuli formati da tutte le specie combinate può ammontare a diverse centinaia di migliaia per ettaro e occupare fino al 10% della superficie di un suolo. Nel corso del tempo, l’intera superficie del suolo può quindi essere lavorata in questo modo. I sistemi di tane sono creati da varie specie di formiche, termiti, vermi e mammiferi, e sono costituiti da una rete di cunicoli che corrono più o meno paralleli alla superficie del terreno. Essi possono estendersi su molti ettari e persistere per decenni, mantenuti e ampliati dalle generazioni successive.

 

02 - BIoturbazione

Figura. Una tana di un lombrico(o pedotubulo, B) che trapassa uno strato di iarosite (J), un minerale precedentemente accumulatosi. Notare la direzione delle striature della tana, che indicano il movimentoel lombrico dal basso verso l’alto. Fonte: van Breemen and Buurman (2003).

 

Il risultato degli scavi dei lombrichi è l’omogeneizzazione biologica del profilo del terreno, che contrasta la eterogeneizzazione verticale associata alla formazione di orizzonti del suolo distinti da altri processi pedogenetici (che formano un suolo). L’omogeneizzazione è causata principalmente dal trasferimento materiale di suolo verso il basso o verso l’alto. In parole povere, i lombrichi ingeriscono suolo a una profondità ma possono espellerlo ad un’altra profondità. Questo processo tende anche a diminuire le differenze chimiche o mineralogiche tra materiali del terreno a diverse profondità. L’aratura e tutte le altre pratiche di lavorazione intensiva del suolo, disturbano notevolmente i lombrichi, sia direttamente (ferite fisiche) che indirettamente (per esempio aumentando la temperatura del terreno, diminuendo l’umidità del terreno, e facilitando la rimozione di residui delle colture dalla superficie del suolo). I lombrichi, infatti, sono rari in terreni più coltivati. I lombrichi producono pori prevalentemente verticali, tra <1 mm a 1 cm di diametro, a volte a diversi metri di profondità. I canali sono formati dal consumo del suolo e dalla compressione laterale del materiale. Il suolo ingerito dai lombrichi è spesso escreto sulla superficie del suolo in forma di masse contorta di terra, fango, sabbia (worm casts). Già Darwin aveva osservato che nelle rovine delle ville romane in Inghilterra, le mura erano ancora in piedi dopo 2000 anni ma i pavimenti erano 20-50 cm al di sotto del piano originario, completamente coperti da un suolo di colore scuro prodotto dagli escrementi dei lombrici.

Con la loro azione bioturbante, i lombrichi contribuiscono alla conservazione dei nutrienti nel terreno (anche se possono distribuire nutrienti su un orizzonte relativamente spesso), sia incorporando materia organica decomposta negli orizzonti minerali, e formando canali verticali. Soprattutto in climi caratterizzati da elevate precipitazioni, una percentuale relativamente alta di acqua può filtrare attraverso questi canali e quindi hanno poco contatto con il materiale del suolo. In questo modo, l’attività dei lombrichi tende a diminuire il tasso di lisciviazione dei nutrienti. Riassumendo, gli effetti sul suolo della bioturbazione causata dagli scavi dei lombrichi sono: una ridotta densità (dovuta principalmente all’aumento di porosità), un aumento di infiltrazione di acqua e più alti livelli di carbonio e azoto. In poche parole, i terreni, più ricchi di acqua, nutrienti, pori, ossigeno, microorganismi benefici per le piante, e con una migiore stuttura fisica, diventano più fertili grazie all’azione dei lombrichi.

 

02 - Biopedturbation

Figura. Tracce di tane di lombrichi. Il diametro della moneta è di 3 cm. Fonte: van Breemen and Buurman (2003).

 

 

Grazie a loro, ho scritto:

 

Allison FE (1973) Soil Organic Matter and its Role in Crop Production. Developments in Soil Science 3. Elsevier Scientific Publishing Company

Chemnitz C, Böll H (2015) Soil Atlas – Facts and figures about earth, land and fields. Heinrich Böll Foundation, Berlin, Germany, and the Institute for Advanced Sustainability Studies, Potsdam, Germany.

Darwin C (1881) L’ azione dei vermi. Editore Mimesis

Hillel D (2004) Enzyclopedia of soild in the environment. Volume 1 Academic Press; 1 edition

King C. La “grande idea del suolo” di Darwin. Earthlearningidea – http://www.earthlearningidea.com/

Nutricato S. Nessuno tocchi il lombrico. http://www.supermeteo.com/lombrichi.php

Jay Gould S (1984) Quando i cavalli avevano le dita. Capitolo: Lombrichi per un secolo, e per tutte le stagioni. Fetrinelli

van Breemen N, Buurman P (2003) Soil Formation – second edition. Kluwer Academic Publishers

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