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Giu
21
2011
6

Alieni alimentari

Questo post partecipa alla IV edizione del Carnevale della Diversità, ospitato questa volta sul bellissimo blog Erba Volant, curato da Renato Bruni.

Quelli elencati sul post-it qui sopra sono solo alcuni degli “alieni vegetali” che ormai fanno parte della nostra alimentazione.

Cristoforo Colombo, che, memore degli esploratori della via della seta e dei racconti di Marco Polo, sperava di tornare dai suoi viaggi con carichi di preziose spezie, portò in compenso altri prodotti, inizialmente (per sua sfortuna) sottovalutati. Infatti, la colonizzazione europea delle Americhe ebbe, tra le numerose conseguenze, anche quella del trasferimento di piante ed animali dal Nuovo Mondo al Vecchio Mondo, che alterò il quadro botanico, ma anche quello zoologico.

Se facciamo un salto indietro nel tempo, nell’antica Roma, alla base dell’alimentazione c’era la polenta, ma la puls (polenta) romana era preparata con farina di farro e cotta in acqua e sale, e non a base di mais, arrivato dal Messico. Col trascorrere del tempo e l’incontro con altre civiltà la cucina romana divenne più ricca; iniziarono ad essere consumati pesce, vino, olio, ortaggi e vari tipi di carne. Durante la conquista della Spagna, i Romani conobbero il coniglio, originario dal Nord Africa, e iniziarono ad allevarlo in Italia; inoltre, in Asia, avevano scoperto la ciliegia, l’albicocca e la pesca (i cui nome scientifici, Prunus armeniaca e Prunus persica, appunto, ricordano la loro origine “orientale”), il cocomero, il limone (che, “memore” delle condizioni meteorologiche stabili tipiche dei suoi areali di origine tropicali, è in grado di fiorire quasi tutto l’anno); e dall’Africa avevano importato il melone.

Gli ingredienti alla base della cucina dei Romani erano pane, vino, pesce, selvaggina, formaggio, fichi, olive, verdure e spezie (ruta, coriandolo, cumino, finocchio selvatico, menta, carote, pepe, sedano, rucola, aglio,lattuga, timo, cipolle, prezzemolo, ortica, rape) miele e sale per esaltare il gusto dei cibi, cereali, ortaggi, frutta (molte mele), pesci e crostacei (spesso in salamoia), carne di pollo, maiale, fagiani e funghi, olio e aceto, e tanti formaggi alle erbe. La bevanda base era il vino, ma anche la birra andava forte.

Era poi prassi abituale dei Romani utilizzare diverse salse per coprire i sapori che talvolta non dovevano essere dei migliori (niente frigoriferi e il sale costava!). Fra le tante la più utilizzata era senz’altro il garum, una salsa a base di pesce che si presentava come un liquido quasi dorato dal sapore piuttosto forte ed acidulo. Veniva utilizzato su quasi tutti i piatti, ma occorreva saperlo dosare. Il garum veniva persino aggiunto all’acqua per renderla più saporita e dissetante soprattutto d’estate. Il garum si otteneva con un procedimento simile a quello odierno per le acciughe sotto sale con la differenza che il pesce veniva più volte rimescolato per far sì che venisse macerato. Oltre al sale si aggiungeva olio, vino, aceto e varie erbe; la mistura si lasciava poi a riposo per una notte in un recipiente di terracotta e quindi veniva fatta fermentare all’aperto, esposta al sole e rimescolata di tanto in tanto, per due o tre mesi; a questo punto la parte liquida si era ridotta e la si filtrava utilizzando un cestino. La parte solida non veniva gettata, ma era utilizzata come cibo prendendo il nome di allec. La sua preparazione la potete vedere nel video qui sotto.

 


 

Insomma, anche se si pensa che l’alimentazione dei Romani fosse simile alla nostra, in realtà ne sono cambiate di cose da allora. Il perché lo sapete: sono arrivati gli alieni.

Soffermiamoci di più su alcuni di essi; su quelli le cui storie sono le più curiose. “Alieni” che hanno cambiato l’alimentazione ma anche la storia dell’umanità in modo più o meno determinante.

MAIS

In ordine di tempo, è stato probabilmente il primo cereale utilizzato per l’alimentazione umana, come testimoniano alcuni rinvenimenti datati 7200 a.C. nella Tehuacan Valley, in Messico. In seguito arrivò anche in Ecuador, Perù e Cile, dove gli Inca lo mischiavano al sangue di lama per farne una specie di sanguinaccio da usare come bevanda rituale. Si espanse poi in altre zone del Nord America e divenne un alimento fondamentale anche per i pellerossa. I Navaho cospargevano i neonati di polline di mais perché lo consideravano sacro. Sempre gli Inca, fermentavano la sua farina per produrre chicha, una bevanda alcolica che adoravano bere in simpatiche tazze costituite dai teschi dei nemici uccisi in battaglia.

Il suo precursore è una pianta selvatica (il teosinte, una pianta selvatica che cresce nella Sierra Madre messicana), che al mais assomiglia poco o niente! (vedi figura in basso) Nel 2004, biologi dell’Università della California hanno identificato un gene che sembrerebbe essere stato fondamentale nel consentire ai primissimi agricoltori, 7.000 anni fa, di trasformare il teosinte nel mais. Questo gene (“barren stalk 1”) regola lo sviluppo delle ramificazioni secondarie nelle piante, e presumibilmente ha permesso ai coltivatori mesoamericani di trasformare selettivamente il cespuglioso teosinte nel moderno mais a stelo lungo.

Fu importato in Europa il mais dopo il 1492. La facilità della coltivazione e l’ottima resa ne favorirono la diffusione fino a diventare in alcuni paesi una monocoltura. Nel frattempo, dilagava negli Stati Uniti, dove veniva mangiato sotto forma di porridge, spesso condito con sciroppo di acero, e i suoi semi persino usati come “contatori” durante le votazioni politiche o come “pedina” nei giochi da tavolo (a mo’ dei fagioli usati per la tombola nostrana). I pionieri americani solevano somministrare ai loro pargoli una sana e leggera colazione a base di mais bollito in melassa, olio di orso e carne fritta nel grasso, ma, si sa, avevano bisogno di energia per costruire un nuovo Stato.

In Italia, l’ambasciatore Pietro Martire d’Angera introdusse il mais in Pianura Padana nel 1494, dove fu inventata la polenta, che, come ancora oggi, veniva cotta nei paioli, a fuoco lento. Nel 1937 Elvehiem intuì che la Pellagra (molto diffusa anche in Pianura Padana fino al 1940 circa) era dovuta alla carenza della vitamina PP (niacina, o nicotinammide adenina dinucleotide, o NADH) causata da una dieta troppo basata sul mais, e al fatto che il mais non contenesse questa vitamina. Il mais, infatti, come molti altri cereali, è povero di lisina e triptofano. Quest’ultimo è un precursore della vitamina PP. Si notò anche che era sufficiente l’apporto di una piccola quantità di proteine di origine animale, che contengono sia il triptofano che la vitamina PP, per avere un giusto apporto (come ad esempio nella polenta e osei originaria della Val Brembana, o nel mais e fagioli nelle popolazioni del Centro America e del Sud America!). Inoltre, in Centro America, il mais veniva trattato con calce viva o con ceneri alcaline di vegetali, particolare che era purtroppo sfuggito a chi aveva portato e diffuso questo cereale in Europa.

Il procedimento non aveva avuto una spiegazione scientifica fino a quando non si dimostrò, alcuni anni fa, che il mais contiene fattori che intralciano ed impediscono l’utilizzazione della vitamina PP (comunque presente nel mais stesso sotto forma di un precursore, la trigonellina) e con questa vitamina formano un complesso resistente agli enzimi digestivi denominato niacinogeno. In pratica, il mais non contiene vitamina PP biodisponibile, mentre contiene una antivitamina PP. Il trattamento con alcali non solo induce la formazione della vitamina PP dalla trigonellina, ma impedisce il formarsi del niacinogeno, per cui nel mais trattato con alcali vi sono quantità di vitamina PP sufficienti al fabbisogno umano. Inoltre il trattamento con alcali rende biodisponibile la lisina contenuta nel mais e distrugge anche alcune micotossine presenti. A dimostrazione di come necessità diventi ricetta, la pratica di usare sistematicamente alcali nella dieta si è diffusa ed è stata incorporata nella ricetta per la preparazione alimentare del mais e soprattutto delle tortillas e delle tacos.

Figura 1. (a sinistra) Pannocchia di teosinte, di un ibrido teosinte-mais e del mais
(fonte: http://www.exploratorium.edu/gardening/control/seeds/images/Maize-teosinte_sml.gif)
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(a destra) Cespuglio di teosinte (fonte: http://www.matrifocus.com/LAM06/images/teosinte.gif).


PATATA

La patata bianca era già nota e coltivata nel 3000 a.C. dagli Atzechi e dagli Inca, che ne facevano una polpa a freddo, poi lasciata essiccare sotto il sole (chuño). La pianta, originaria di Perù, Bolivia e Messico, arrivò in Spagna nel 1538 con Pedro de Cieza de León, di ritorno dalla Colombia, per poi diffondersi in tutta Europa. Come evidenziato dagli antropologi Bernard Wood e Alison Brooks, era un alimento di importanza fondamentale per le popolazioni dei climi troppo freddi o aridi, dove la frutta era meno abbondante o inesistente, e dove la patata fungeva per così dire da “frutto sotterraneo” (in realtà è un tubero, cioè un fusto modificato sotterraneo). All’inizio in Spagna la pianta venne presa in considerazione solamente in virtù dei suoi bellissimi fiori, delicatamente profumati, bianchi, rosa e violetti e ciò spinse i botanici spagnoli ad inviare alcuni tuberi ai colleghi di varie zone dell’Europa, così da essere presente negli orti botanici e nei giardini. Nel 1743, quindi molto tempo dopo che la patata era stata introdotta in Europa, Federico II il Grande, re di Prussia, donò al ricco agricoltore Wilhem Kolberg un carro di patate, che fu portato al mercato di Prenzlau a suon di tamburo. I membri del Consiglio cittadino spiegarono al popolo di che cosa si trattava e tentarono di indurne l’uso alimentare. Tuttavia, vuoi per superstizione vuoi per paura, le patate non ebbero un grande successo. Gli agricoltori, giustamente, dicevano: “Se neppure i cani mangiano questo nuovo frutto, che giovamento ne avremo noi?”. Ma nel 1745 il Re di Prussia tornò all’assalto con una caparbia tutta tedesca e arrivò ad emettere una ordinanza veramente dura: tre mesi di carcere a chi non coltivava il nuovo vegetale. Questa nuova imposizione ebbe i suoi risultati, anche perché contemporaneamente si imparò a bollire e ad arrostire il tubero prima di mangiarlo; e così i tedeschi diventarono e rimasero dei grandi mangiatori di patate. Nel 1756, la Prussia era in guerra con Austria, Russia, Francia e Svezia, i Prussiani rischiavano di morir di fame; l’imperatore Federico II il Grande mangiò allora patate lesse davanti al suo popolo; fu così che i Prussiani si convinsero a mangiarne durante tutta la guerra e, una volta vinta la fame, vinsero anche la guerra. Ma la grande carestia irlandese (1845-1849) fu causata da una patologia delle patate causata da un fungo, la peronospora, che raggiunse il paese nell’autunno del 1845 distruggendo un terzo circa del raccolto della stagione e l’intero raccolto del 1846. Gli irlandesi emigrarono soprattutto negli Stati Uniti, plasmandone profondamente la loro cultura (e dando fortunatamente origine alla country music e al bluegrass).

POMODORO

Il pomodoro, originario dell’America Centrale,contrariamente a quanto si pensa, venne utilizzato come alimento molti secoli dopo la sua importazione in Europa. Intorno al Settecento il pomodoro vedeva infatti uno scarso utilizzo in gastronomia, sebbene qualche cuoco cominciasse a consigliarlo, ad esempio Francesco Gaudentio, fondatore di una mensa per gesuiti a Roma, che per primo nel 1705 offriva una ricetta per cuocere i pomodori. Fu soltanto fra il Settecento e l’Ottocento che gastronomi e cuochi, da Vincenzo Corrado a Francesco Leopardi lo adottarono nelle loro ricette. Fino al 1800, infatti, la nostra pasta era quindi sfortunatamente condita solo con formaggio, spezie o ingredienti dolci.

Nella lingua della tribù Nahua del Messico la pianta veniva denominata “tomatl” e questo ci fornisce un prezioso indizio sulla regione di cui è originario il pomodoro. Esso fu importato in Europa dagli spagnoli dopo la conquista dell’America ed inizialmente le sue piante furono utilizzate solo come ornamento. Per molto tempo i pomodori furono considerati cibi insalubri (anche un po’ a ragione, considerando tutti i metaboliti secondari, a volte anche irritanti o allergenici, presenti in questa specie!), tanto che la loro penetrazione nelle abitudini gastronomiche fu lentissima.

I primi ad accorgersi che il pomodoro era un ottimo alimento sono stati i contadini dell’Italia Meridionale, della Spagna e di altri paesi mediterranei, i quali lo aggiungevano, con aromi vari, al tradizionale pane e cipolla. La nostra panzanella ci ricorda quindi il primo modo in cui è stato gustato questo ortaggio. La pianta in Italia venne denominata come mala aurea (mela d’oro) oppure poma amoris (mela d’amore). Questi nomi furono usati fino al diciannovesimo secolo; alla fine ebbe il sopravvento il nome di pomodoro, chiaramente derivato dalla “mela d’oro”. Se pasta al sugo, pizza e focacce, pomodori ripieni, insalate di cipolla, ecc. ecc. esistono, è grazie al pomodoro.

CACAO

La pianta del cacao è un altro alieno alimentare proveniente dal Sud America, originaria dei bacini del Rio delle Amazzoni e dell’Orinoco. I primi a coltivarlo furono i Maya e furono loro a portarlo con sé quando emigrarono nello Yucatán. Alla famiglia reale azteca piaceva molto una bevanda amara (che disgustò i conquistadores spagnoli), preparata mescolando semi di cacao macinati con mais fermentato e peperoncino, e servita poi in tazze d’oro. Addirittura, i semi e i frutti erano usati come mezzo di scambio, come se fossero soldi: si poteva comprare un coniglio con 10 chicchi e una cortigiana con 12 (solo due chicchi di differenza!? Capisco la fame, ma a questo punto la scelta non si pone). Si racconta che l’imperatore Montezuma II, per aumentare il suo vigore sessuale, si facesse servire tutti i giorni non meno di 50 coppe di cioccolato schiumoso. Era bevuto durante le cerimonie, le cene importanti, le riunioni e gli spettacoli artistici e rituali.

Cioccolato” è un termine onomatopeico e deriva dalla parola atzeca xocolatl, dove atle significava “acqua” e xoc sta per il rumore che la bevanda faceva quando viene sbattuta nel recipiente in cui si preparava. Gli atzechi facevano risalire l’origine del cacao a Quetzalcóatl – il dio serpente piumato – il quale, come narra la leggenda, offrì loro questa pianta per alleviare le loro fatiche e rallegrare il loro riposo. Il botanico e viaggiatore Girolamo Benzoni, nella sua “Historia del Mondo Nuovo” (1572), racconta: “ Gli Aztechi fanno seccare i semi sul fuoco o in una ciotola di terra. Poi li rompono tra due pietre e li riducono in polvere che versano in bicchieri ricavati da zucche. Poi li umidificano a poco a poco con acqua e spesso vi aggiungono del pepe, quindi bevono il preparato.” La bevanda veniva poi mescolata con una frusta affinché il grasso del cacao che risaliva in superficie, potesse essere ben miscelato e formare una bella schiuma. Inoltre, gli Aztechi aggiungevano spezie e aromi, come peperoncino e anice, e a volte coloravano il liquido con n colorante rosso (il rocu), affinché assumesse l‘apparenza del sangue che si beveva durante i sacrifici umani (il pensiero andava sempre là). Non ci sorprende quindi che il cacao fosse così popolare presso una popolazione avvezza a compiere sacrifici umani in onore delle divinità!

Fu il conquistatore spagnolo Hernán Cortés (noto per le barbare persecuzioni a danno degli indigeni americani) a introdurre in Europa il cacao. Il cacao arrivò in Spagna agl’inizi del 1500, dove fu mantenuto segreto per 100 anni perché gli Spagnoli erano gelosi della cioccolata calda. Un po’ alla volta la bevanda si diffuse in Europa, specialmente nelle tavole dei ricchi. Da allora il cacao è entrato di prepotenza nell’alimentazione e nella vita della società occidentale, generando un giro di affari annuo che oggi si attesta intorno ai 100 milioni di dollari. Si deve all’Olandese Coenrad Van Houten l’invenzione della polvere di cacao, egli concepisce una pressa idraulica che consente di estrarre “l’olio” di cacao. Il residuo secco chiamato panello, viene poi frantumato e polverizzato. Van Houten depose il brevetto nel 1828 e mise a punto il processo del “dutching”, in cui i sali alcalini, introdotti nella pasta prima della compressione, rendono la polvere facilmente solubile e meno acida. Fatto curioso: il primo libro sulla storia, uso e ricette sul cacao è stato scritto nel 1667 dallo storico italiano Antonio Colmenero Ledesma e si intitolava “Della Cioccolata: Discorso Diviso in Quattro Parti”. Il cioccolato è un alimento energetico e quindi, già a partire dagli anni ‘40, era somministrato come integratore (con aggiunta di ferro e vitamine A, B1, B2, C, and D; il prodotto si chiamava “Bosco”) da usare al posto del latte per bambini sotto-peso. Seguì l’Ovomaltina, che oltre alle vitamine e al ferro, conteneva anche proteine, calcio e fosforo.

Cacao, patate, pomodori, mais sono soltanto alcuni degli esempi, forse tra i più eclatanti, di alimenti che sono passati dal Nuovo al Vecchio Mondo, ma vi sono innumerevoli altri casi di alimenti che sono passati da un continente all’altro portando ad una infinita varietà di consumi. Altrettanti prodotti, se non di più, hanno seguito il percorso inverso e sono passati dal Vecchio al Nuovo Mondo, come ad esempio il frumento, il riso, l’aglio. Alieni che vanno, alieni che vengono.

 

Grazie a loro, ho scritto:

Colonizzazione europea delle Americhe. http://it.wikipedia.org/wiki/Colonizzazione_europea_delle_Americhe

Dal teosinte al mais. Le Scienze on-line. http://lescienze.espresso.repubblica.it/articolo/Dal_teosinte_al_mais/1285446

Dalla Via delle Spezie alle alghe asiatiche, la sicurezza degli alimenti d’oltre frontiera. ARPA Rivista N. 5 e 6 settembre-dicembre 2007. http://www.arpa.emr.it/documenti/arparivista/pdf2007_5e6/ScorzielloAR5e6_08.pdf

Encyclopedia of kitchen history. Mary Ellen Snodgrass .Taylor & Francis Group. New York, London.

http://www.infotdgeova.it/varie/nutella.php

L’arrivo del cacao in Europa e la sua diffusione. http://www.pizza-planet.it/index.php?option=com_content&view=article&id=78:-larrivo-del-cacao-in-europa-e-la-sua-diffusione-parte-3&catid=47:cioccolatiamo&Itemid=199

Le ricette degli antichi Romani. http://guide.supereva.it/mangiar_bene/interventi/2003/03/130908.shtml

Paesaggi agrari e nuove tecnologie nella Scienza e nello Spettacolo: possibili scenari futuri per il dialogo interculturale. RELAZIONE FINALE “GIORNATA MONDIALE DELL’ALIMENTAZIONE”: “Colture e Culture alimentari. Immagini per la conoscenza e la solidarietà dei popoli”. Roma, 6 Dicembre 2005.

Storia dell’alimentazione. http://www.delfo.forli-cesena.it/dirdisei/ipertesti/ipersito/Alimentazione/HTML/storia_alimentazione_1.htm

COMMENTI 6   |   Scritto da Horty in:  Senza categoria |
Giu
10
2011
0

Di fiore in fiore

 

[il miele è] la sostanza dolce naturale che le api (Apis mellifera) producono dal nettare di piante o dalle secrezioni provenienti da parti vive di piante o dalle sostanze secrete da insetti succhiatori che si trovano su parti vive di piante che esse bottinano, trasformano, combinandole con sostanze specifiche proprie, depositano, disidratano, immagazzinano e lasciano maturare nei favi dell’alveare”.

(D.L. 21 maggio 2004, n. 179)

Le materie prime impiegate dall’ape per l’elaborazione del miele sono sostanzialmente il nettare e la melata, dove per melata si intende l’insieme delle sostanze secrete da insetti succhiatori (principalmente emitteri), che si trovano su parti vive di piante o dalle secrezioni provenienti da parti vive di piante. Sia il nettare che la melata sono raccolti dalle api per fare il miele.

Il nettare è la secrezione zuccherina, più o meno vischiosa, prodotta da particolari tessuti specializzati chiamati “nettàri”, che normalmente si trovano alla base dei fiori, tuttavia la loro posizione sulla pianta può essere molto varia e possiamo incontrare i nettàri anche in altre parti non riproduttive della pianta come le foglie, il tronco, i piccioli, ecc. Si parla di nettàri fiorali ed extrafiorali a seconda che siano portati dal fiore o che si trovino in altre parti.

Figura 1. Goccia di nettare che fuoriesce da un nettario di cactus (Glandulicactus wrightii).

I nettàri extrafiorali di molte piante sono reputati avere una funzione di ricompensa per alcune specie di formiche (Video 1), che così non si avvicinano al nettare dei fiori e allo stesso tempo fungono da deterrente per gli insetti fitofagi (soprattutto quelli che si nutrono di boccioli fiorali) poiché secernono composti a loro sgradevoli (Heil et al., 2009). Le specie vegetali che producono più nettare extrafiorale sono quelle che più ospitano queste specie di formiche. La presenza di questa simbiosi mutualistica, in cui sia piante che formiche ricevono vantaggi, aumenta il tasso riproduttivo della pianta del 49% e riduce l’erbivoria del 62%, anche se queste due variabili non sembrano essere strettamente correlati (Trager et al., 2010). Le formiche sono inoltre utili per trasportare e quindi disseminare i semi di alcune piante poiché le loro colonie tendono a nidificare nelle vicinanze delle fonti alimentari, in questo caso la pianta che produce nettare. Nel nido conservano il cibo, eliminano i detriti e defecano, aumentando così la quantità di nutrienti a disposizione delle radici delle piante ospitanti.



Video 1. Formiche che visitano i nettàri extrafiorali.


Da un punto di vista evolutivo, i primi nettàri che si conoscono sono quelli rinvenuti nella felce Pteridium aquilinum, dove hanno la funzione di attrarre le formiche, con conseguente scoraggiamento di eventuali predatori. I nettàri non sono sempre strutture con una medesima origine anatomica e funzione; dal punto di vista filogenetico, i diversi tipi di nettari sono spesso strutture analoghe (strutture che compiono il medesimo scopo ma con un’origine embrionale diversa) ma non omologhe (aventi la medesima origine). Essi rappresentano il risultato di una interazione tra pianta e animale che può essere sia volta ad attrarre che a scoraggiare l’animale stesso.

I nettàri sono, in generale, caratterizzati da un’epidermide e da un parenchima specializzato. In alcuni casi gli stomi del nettario perdono la capacità di schiudersi e perciò vengono considerati stomi modificati che permettono una secrezione continua del nettare. Al tessuto di cui è composto il nettario viene dato il nome di “nettarifero” e le sue cellule, specialmente quelle del parenchima, sono spesso piccole e hanno un grosso nucleo. In altri casi, la fuoriuscita del nettare dalle cellule del nettario può avvenire attraverso aperture simili agli stomi, attraverso i peli ghiandolari o la cuticola, che si rompe in seguito al rigonfiamento dei tessuti sottostanti.

Molto probabilmente in origine i nettàri erano assimilabili alle ghiandole che avevano il compito di eliminare all’esterno sostanze presenti in eccesso nel vegetale, principalmente zuccheri prodotti dalla fotosintesi. Erano quindi una specie di “cloaca”. Queste soluzioni zuccherine attiravano però anche gli insetti impollinatori, e quindi l’evoluzione ha fatto in modo che nella maggioranza dei casi i nettàri si venissero a trovare nei fiori; in tal modo gli insetti volando di fiore in fiore per nutrirsi di nettare si sporcavano di polline, favorendo la fecondazione incrociata delle piante.

 

La faccenda è affascinante:

1) I nettàri sono stomi modificati che compaiono con una funzione secretoria.

2) Il nettare attirava alcune formiche, i quali ne respingevano altri dannosi per le piante. E’ nata così una forma di simbiosi mutualistica, con vantaggi da entrambe le parti.

3) Altri insetti, questa volta impollinatori, si cibavano del nettare presente nei fiori e si sporcavano di polline. Si è stabilita una seconda simbiosi mutualistica.

4) I nettàri, derivanti dagli stomi, sono stati cooptati per la nuova funzione di ghiandole di escrezione escrezione (cambio di funzione: ex-aptation n.1!), poi sono diventati “attrattori” di formiche (ex-aptation n.2!!). In seguito, con un’altra ex-aptation (n.3!!!), sono diventati organi utili per l’impollinazione.

5) Stabilitasi la simbiosi mutualistica – spesso stretta e obbligata per molte specie vegetali – fiori e insetti si sono co-evoluti: l’ambiente ha selezionato le caratteristiche favorevoli per migliorare la simbiosi.

 

Riguardo a quest’ultimo punto, gli esempi di co-evoluzione sono sorprendenti e coinvolgono tutti i sensi degli insetti:

1) Olfatto. Alcuni lepidotteri sono in grado di cambiare preferenze olfattive quando una specie vegetale è più abbondante. Cioè, preferiscono l’odore del nettare dei fiori appartenenti alla specie meno abbondante, anche se il nettare in questione contiene meno energia. In questo modo favoriscono sempre l’impollinazione della specie meno abbondante, che ne ha per così dire più “bisogno” (Riffell et al., 2008).

2) Gas-recettori. I fiori di una pianta affine al pomodoro sono in grado di emettere fino a 200 ppm di CO2 al di sopra i livelli ambientali durante l’antesi (schiusura del fiore), quando il nettare è più abbondante. Tali variazioni sono percepite da alcuni recettori sulle antenne del lepidottero impollinatore (Goyret et al., 2008).

3) Termorecettori. Alcuni impollinatori preferiscono i fiori con il nettare più caldo, in quanto ciò permette di non far abbassare troppo la temperatura corporea quando sono posati sul fiore. Non raffreddando troppo i loro muscoli, come corridori di una maratona, possono riprendere il volo più facilmente, con ovvi vantaggi in termini di velocità e fuga dai predatori (quando ci si ferma per mangiare c’è maggiore pericolo di essere mangiati!). Se la temperatura ambientale sale però oltre i 34°C, questa preferenza per il nettare caldo sparisce, dal momento che comunque non si raffreddano più di tanto (Norgate et al., 2010).

4) Vista. I bombi, insetti impollinatori come le api, hanno una maggiore preferenza per il colori delle corolle dei fiori che producono più nettare. Continuano a preferirli anche se questi vengono privati del polline (Raine e Chittka, 2007). Cioè significa che i tratti fiorali possono guidare l’evoluzione per la preferenza degli insetti di alcuni colori piuttosto che di altri. Tornando alle api, Schemske and Bradshaw (1999) hanno osservato che esse preferiscono i fiori grandi e con bassi livelli di antocianine (pigmenti blu-rossi) e carotenoidi (giallo-arancio), mentre i colibrì (uccelli che si comportano come gli insetti impollinatori ma che si nutrono anche di polline! Un esempio di convergenza evolutiva?) preferiscono i fiori ricchi di nettare e con alti livelli di antocianine. Il bello è che a seconda che prevalgano api o colibrì, i fiori sono sottoposti a una diversa selezione. Le mutazioni dei fiori considerate (spesso monogeniche) sarebbero quindi selezionate sulla base della prevalenza di un impollinatore rispetto ad un altro.

5) Feromoni + vista. Molte orchidee imitano alla perfezione i feromoni femminili degli insetti impollinatori che, attirati dal profumo, si posano sull’orchidea e tentano di “accoppiarsi con essa”. Infatti i fiori delle orchidee imitano quasi alla perfezione l’addome della femmina dell’insetto impollinatore. Così il maschio si lancia sul labello dell’orchidea (un petalo modificato che funge quasi da pista di atterraggio per l’impollinatore) e tenta di accoppiarsi. Il labello, a questo punto, si capovolge, portando il maschio dell’impollinatore proprio nelle sacche del polline, che ricopre la vespa.



Video 2. L’incredibile varietà degli insetti impollinatori.
Gli studi della co-evoluzione piante-impollinatori sono ancora all’inizio e non si sono ancora raggiunte conclusione definitive, semmai ce ne siano in campo scientifico. Una delle teorie più accreditate, ma lungi dall’essere completamente dimostrata, è il modello concettuale di Grant–Stebbins. In poche parole, il modello afferma che se partiamo da due diversi impollinatori (A e B) e due popolazioni di una stessa specie vegetale (C), e per qualsiasi motivo A comincia a frequentare una popolazione e B un’altra, essi indurranno diverse pressioni selettive sulle due popolazioni, al punto tale che esse si isoleranno sempre più dal punto di vista riproduttivo, fino a formare due nuove specie vegetali (D e E). La struttura della comunità delle specie di impollinatori diventa così una delle maggiori cause di speciazione nelle piante. Si potrebbe così spiegare l’enorme radiazione delle Angiosperme (piante a fiore), che ammontano oggi a più di 250.000 specie. Se a tutto questo aggiungiamo anche l’influenza degli insetti, quali le formiche “scaccia-fitofagi”, che interagiscono con le altri componenti del sistema, e l’influenza dei fattori ambientali elencati prima, il quadro diventa a dir poco irrisolvibile!

Il tasso di secrezione di nettare risulta essere costante fino al raggiungimento di una specifica quantità di secreto; raggiunto tale livello, il fiore cessa la propria attività secernente, almeno fino alla rimozione del nettare da parte di un impollinatore. La cessazione della secrezione da parte del fiore avviene una volta che esso è stato impollinato e fecondato. Nel caso ciò non avvenga, la secrezione cessa al termine della antesi. La produzione di nettare e il suo eventuale riassorbimento hanno un alto costo energetico per la pianta; per tale ragione è poco comune da parte dei fiori il riassorbimento del nettare secreto. Nonostante ciò vi sono alcune specie vegetali che riescono a modulare la viscosità del proprio nettare mediante rilascio o riassorbimento di zuccheri.

Alla base dell’origine della secrezione del nettare agiscono complessi processi. I fattori che influiscono sulla secrezione nettarifera sono interni, collegati all’anatomia, alla fisiologia e alla genetica della pianta (Hampton et al., 2010; Radhika et al., 2010), altri esterni, di notevole importanza poiché suscettibili di ridurre o favorire la secrezione nettarifera, fino a divenire fattori limitanti, quali temperatura, vento, umidità, altitudine, irraggiamento solare, ecc. Vi sono, quindi, piante poco o niente nettarifere e piante normalmente considerate nettarifere che secernono più o meno nettare. Infine, alcune piante secernono il nettare per tutta la giornata, mentre altre solo al mattino o alla sera (ad esempio, i fiori dello zucchino durante l’estate sono nettariferi solo fino alle 10 del mattino). Naturalmente, le api, potendo scegliere, preferiscono i fiori che possono offrire le maggiori quantità alla concentrazione più elevata.



Video 3. Impollinazione delle orchidee.

Può anche accadere che un fiore, pur essendo nettarifero, sia troppo corto e quindi che l’apparato boccale delle api non riesca a raggiungere il nettare. Talvolta, per ovviare a questo inconveniente, le api riescono a succhiarlo dall’esterno. Normalmente, più un fiore viene visitato e più nettare produce. Quando un fiore viene visitato, viene marcato con una sostanza repellente che le api sono in grado di individuare in volo e questo permette di lasciar passare un certo lasso di tempo tra una bottinatura e l’altra.

L’apparato boccale masticatore-succhiatore delle api, altamente specializzato, consente di succhiare il nettare. La muscolatura della faringe con la dilatazione e la contrazione della cavità pre-orale che funge da pompa, consente il risucchio del nettare o il suo rigurgito. Il liquido così succhiato giunge alla borsa melaria, che consiste in una dilatazione dell’esofago dove viene accumulato. Si calcola che per trasportare un litro di nettare sono necessari almeno 25.000 viaggi!!! La borsa melaria è separata dal resto del canale digerente da una valvola speciale che ha la funzione di far passare nell’intestino vero e proprio solo la quantità di nettare necessaria all’alimentazione dell’ape, e di filtrare il nettare dalle impurità che potrebbe contenere.

Il nettare che sgorga dai nettàri è in stretta relazione con la linfa elaborata dai vasi cribrosi (succo floematico), con cui i nettàri sono in collegamento. La composizione del nettare è simile per quanto riguarda i costituenti principali, quali acqua e zuccheri, a quella della linfa; tuttavia, il tenore in acqua è molto variabile, e quindi varia anche la concentrazione totale degli zuccheri, che oscilla tra il 5 e l’80%. La parte fondamentale del nettare è rappresentata dai carboidrati (saccarosio in primis), ma esso contiene anche aminoacidi, enzimi, sali minerali (potassio soprattutto), acidi organici, pigmenti, sostanze aromatiche e vitamine.

That’s all!

 

Grazie a loro ho scritto:


(le pubblicazioni elecate sono reperibili gratuitamente on-line sui siti delle riviste PNAS e PLoS ONE):

Goyret et al. (2008) Context- and scale-dependent effects of floral CO2 on nectar foraging by Manduca sexta. PNAS, vol. 105, no. 9:4565-4570

Hampton et al. (2010) Identification of Differential Gene Expression in Brassica rapa Nectaries through Expressed Sequence Tag Analysis. PLoS ONE, vol. 5, no. 1:e8782

Harder and Barrett (2006) Ecology and Evolution of Flowers. Oxford University Press, Great Clarendon Street, Oxford, UK

http://www.cactus-art.biz/note-book/Dictionary/Dictionary_N/dictionary_nectary.htm

http://www.storialibera.it/controevoluzione/selezione_naturale_03.php

Norgate et al. (2010) Ambient Temperature Influences Australian Native Stingless Bee (Trigona carbonaria) Preference for Warm Nectar. PLoS ONE, vol. 5, no. 8:e12000

Radhika et al. (2010) The Role of Jasmonates in Floral Nectar Secretion. PLoS ONE, vol. 5, no. 2:e9265

Riffell et al. (2008) Behavioral consequences of innate preferences and olfactory learning in hawkmoth–flower interactions. PNAS, vol. 105, no. 9:3404-3409

Rodríguez-Gironés and Llandres (2008) Resource Competition Triggers the Co-Evolution of Long Tongues and Deep Corolla Tubes. PLoS ONE, vol. 3, no. 8:e2992

Schemske e Bradshaw (1999) Pollinator preference and the evolution of floral traits in monkeyflowers (Mimulus). PNAS, vol. 96, no. 21:11910–11915

Strada (2011) “L’affascinante mondo della api”. Tesi di laurea, Corso di Laurea in Scienze della Formazione Primaria, A.A. 2010/2011.

Trager et al. (2010) Benefits for Plants in Ant-Plant Protective Mutualisms: A Meta-Analysis. PLoS ONE, vol. 5, no. 12:e14308

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Giu
08
2011
0

Carnevale della biodiversità – IV edizione


CARNEVALE DELLA BIODIVERSITA’ – IV EDIZIONE

La terza edizione del Carnevale della Biodiversità si è rivelata di livello molto elevato, e come organizzatori siamo quindi decisamente contenti.

Abbiamo deciso di rimetterci in moto anche stavolta per “generare” una quarta edizione che si apre con alcune novità: prima di tutto il comitato centrale – Livio, Lisa e Marco – ha chiesto a un ospite (nel senso di host, non di guest) di prendersi carico del Carnevale stesso e commentare quindi con sapienza i post che saranno pubblicati. E che ospite: si tratta infatti di Renato Bruni titolare del blog Erba Volant, uno dei migliori dell’intera blogosfera italiana, per la botanica o non solo.

L’argomento su cui graviteranno i post di questa edizione è decisamente interessante, e siamo sicuri che ancora una volta solleticherà la vostra curiosità e fantasia. Eccolo:

“Alieni fra noi”


Come per la terza edizione, visto che i blogger che ci chiedono di aderire sono sempre più numerosi, questa volta non vi anticipiamo l’elenco dei partecipanti in modo da lasciare una porta aperta ai ritardatari: se vi va di partecipare scriveteci!

Naturalmente valgono ancora le “solite” regole per la partecipazione che riteniamo essere state utili sia per la coordinazione dell’iniziativa che per la qualità dei post:

1. I post devono essere pubblicati tutti insieme il 22 Giugno, non prima e non dopo, per consentire una più semplice fruizione ai lettori

2. I post devono essere inviati a Renato Bruni ([email protected]) entro e non oltre il 20 Giugno in modo da avere il tempo di redigere la review.

3. I post devono essere di tenore scientifico anche se in tono divulgativo, e devono avere come argomento il tema proposto. Esperienze personali, aneddoti e didattica sono sicuramente interessanti, ma non sono pertinenti con i propositi del Carnevale.

4. I contributi devono essere originali, scritti per l’occasione, in modo da non scoraggiare i lettori con una “minestra riscaldata”. Ovviamente la proprietà intellettuale del post rimane esclusivamente del blogger che poi può disporne come vuole.

5. Il post dovrà contenere il logo del carnevale in modo da rendere il contributo riconoscibile come parte dell’iniziativa e un link alla review, che comparirà in rete alla mezzanotte del 21 Giugno sul blog Erba Volant.

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Giu
06
2011
0

I biocombustibili

Pubblico un mio articolo sui combustibili prodotti da biomassa rinnovabile. Non sono un esperto in materia e quindi mi scuso per le eventuali imprecisioni. Ho pensato però che forse vi potrebbe interessare. Se volete citarlo o riportarne delle parti non ci sono problemi, basta però che prima mi avvisiate.



I biocombustibili: vantaggi, problematiche e reali possibilità di diffusione

I problemi di inquinamento atmosferico legati al traffico veicolare e al riscaldamento, la necessità di ridurre i gas serra con la ratifica del protocollo di Kyoto ed il crescente prezzo del petrolio hanno recentemente fatto sì che economisti, media, politici e associazioni di consumatori si interessassero dei biocombustibili. La bioenergia, ossia l’energia generata dalla biomassa rinnovabile (piante viventi e componenti della pianta), è stata definita come una delle armi chiave nella battaglia contro il riscaldamento del pianeta. La possibile realizzazione di un ciclo integrato fra produzione di biodiesel e colture ad essa dedicate, rappresenta una interessante prospettiva nella necessaria riconversione del nostro sistema energetico-produttivo verso la sostenibilità ambientale. La diffusione dei biocombustibili è in rapida crescita in tutto il mondo (+25,7% nell’UE a 25, durante il 2004) [1]. La delibera C.I.P.E. del 19/11/98 sancisce la necessità di incentivare la produzione agricola destinata alla produzione di biocarburanti, che dovranno essere obbligatoriamente miscelati nelle varie benzine in commercio. A tal fine sono da prevedersi specifiche misure di compensazione, agevolazioni ed incentivi per tali produzioni agricole non alimentari per la produzione di biocarburanti e biocombustibili, a cui anche l’Italia dovrà necessariamente prendere parte. Secondo alcuni, solo un prezzo del petrolio costantemente superiore ai 70 dollari al barile renderebbe i biocombustibili un’alternativa economicamente efficiente, mentre secondo altri con un prezzo del petrolio a 50 dollari al barile i biocombustibili sono già più economici della benzina e del diesel, anche scontando i sussidi di cui godono [2]. La loro reale diffusione dipenderà tuttavia dall’effettiva capacità produttiva nel lungo periodo e dall’abilità dell’offerta nel seguire la domanda, dai costi associati alla messa a coltura di vaste aree agricole sempre meno fertili e dalla capacità delle biotecnologie nell’aumentare la produttività dei raccolti. I motori diesel, presentati per la prima volta all’Esposizione Universale di Parigi del 1900, sono stati originalmente disegnati per funzionare con olio vegetale di arachidi puro e il gasolio di origine fossile usato oggi era solamente un sostituto povero dell’originale carburante pensato da Rudolf Diesel. Nel 1911, Diesel disse: “Il motore diesel può essere alimentato ad olio vegetale e questo potrebbe anche aiutare lo sviluppo dell’agricoltura nei paesi che ne faranno uso”, e nel 1912: “L’uso di olio vegetale come carburante potrebbe sembrare insignificante oggi, ma tali olii potrebbero diventare, nel corso del tempo, tanto importanti quanto lo sono ora il petrolio e i prodotti derivati dal carbone” [3].


Differenze tra bioetanolo e biodiesel

I biocombustibili sono idrocarburi ottenuti dalla lavorazione di materie prime vegetali. Si trovano in forma liquida (etanolo e biodiesel) o gassosa (idrogeno e biogas). Quelli in forma gassosa non sono ancora diffusi perché non possono essere usati dal parco auto in circolazione e necessitano di una specifica rete di distribuzione. Pertanto, quelli più facilmente utilizzabili a breve periodo sono i soli biocombustibili in forma liquida. L’aspetto più interessante è che si tratta di prodotti rinnovabili, in quanto di origine agricola, e che possiamo quindi considerare come una particolare forma di utilizzo indiretta dell’energia solare.

Bioetanolo

Il bioetanolo è ottenuto attraverso la fermentazione degli zuccheri ricavati da qualunque materia prima vegetale che contiene o che può essere trasformata in zuccheri, come l’amido e la cellulosa. La produzione di etanolo da cellulosa è però ancora in fase sperimentale. La condizione principale per utilizzare l’alcool a 90° è quello di usarlo puro, ovvero senza miscelarlo alla benzina proprio perché l’alta percentuale di acqua va a stratificarsi nel serbatoio ingolfando ad un certo punto la carburazione. Usato tal quale invece non provoca problemi particolari e può essere utilizzato su tutte le auto che montano una centralina ECU a tre vie (praticamente tutte le auto catalizzate), o sonda Lambda che rilevando il quantitativo di ossigeno nei gas di scarico vanno a correggere in automatico i parametri di carburazione settando al meglio la combustione. Con l’alcool etilico a 95° (o superiore) la quantità di acqua presente riesce a miscelarsi nella benzina, e questo mix può alimentare tranquillamente il motore senza modifica alcuna fino ad una certa percentuale di alcool (massimo 20% nella miscela alcol-benzina). L’etanolo viene spesso trasformato in etil-terziario butil-etere, un composto organico derivante dagli alcoli etilico e isobutilico che può essere utilizzato per aumentare il numero di ottano in alcune benzine. L’ETBE offre inoltre gli stessi o persino maggiori benefici di qualità dell’aria dell’etanolo.

In Brasile, il crescente prezzo del petrolio e la disponibilità di vastissime coltivazioni di canna da zucchero dalle quali ricavare bioetanolo, hanno incentivato la produzione di auto con motore appositamente progettato. Sebbene durante gli anni ’80 l’aumento del prezzo della canna da zucchero abbia rallentato la tendenza, il Brasile è ancora il maggior produttore e utilizzatore di bioetanolo, con 14 miliardi di litri (30% del consumo nazionale di carburanti) e le vetture flex-fuel (a benzina-etanolo) vendute nei primi mesi del 2006 ammontano a 1.300.000 (80% di tutte le auto) [1]. In questa classifica, seguono Stati Uniti con 12 miliardi (2% del consumo nazionale di carburanti), Cina con 3 miliardi ed Europa con 600 milioni. In Europa, i Paesi leader in termini di produzione di bioetanolo sono Francia (2.500.000 hl), Spagna (3.000.000 hl) e Svezia (580.000 hl), seguiti di Germania e Regno Unito [1].

Biodiesel

Il biodiesel è un combustibile ottenuto da olii vegetali, animali o di scarto; normalmente viene utilizzato in miscela col gasolio tradizionale in tutti i motori Diesel del mercato, senza alcuna modifica. Inoltre, anche i sottoprodotti animali non destinati al consumo umano sono sempre più spesso per la produzione di biogas e biodiesel. Purché usato in miscela, al limite anche in percentuali molto elevate, il biodiesel non comporta particolari difficoltà ai motori disponibili sulle nostre vetture. Non si riscontrano, inoltre, problemi a carico di altri sistemi connessi al motore (ad esempio il circuito di lubrificazione), né si sono mai rilevati fenomeni di corrosione a danno di parti meccaniche o plastiche delle autovetture.

Le materie prime più utilizzate sono l’olio di colza, di girasole, di soia, di palma e di oliva. Se si considera l’olio di colza, in Europa centrale da 1 ha di terreno si ottengono 1,2 t di olio, che vengono interamente trasformate in biodiesel. Come sottoprodotto della macinazione della colza, si ottengono inoltre circa 2 t di mangime ad alto valore proteico, mentre dall’esterificazione dell’olio si ricavano 100 kg di glicerolo e circa 30 kg di concime potassico [4]. Il biodiesel può essere prodotto anche utilizzando grassi od oli alimentari di rifiuto. Da 1 t di questi si ricava quasi 1 t di biodiesel, a seconda della quantità di scorie presenti nella materia prima. La maggior quota di grasso alimentare di rifiuto deriva da fritture, per lo più di ristoranti e alberghi (che usano in media circa 200 litri d’olio alla settimana e il cui smaltimento dovrebbero altrimenti pagare). Questi vengono per la maggior parte già raccolti e riutilizzati dalle fabbriche di mangimi. Le quantità di grassi e oli di rifiuto domestico rimangono invece inutilizzate e vengono solitamente eliminate negli scarichi domestici, causando l’inquinamento del sistema delle acque di scarico. Tra tutti i possessori di automobili che negli Stati Uniti stanno affrontando e subendo l’aumento del prezzo del carburante, alcuni hanno scelto di usare olio vegetale riciclato. I possessori di queste “auto vegetali” concordano sul fatto che il biodiesel commerciale sia una buona fonte di energia rinnovabile, ma sostengono non sia altrettanto economico ed ecocompatibile quanto l’olio vegetale usato. Per usare gli olii vegetali riciclati però, è indispensabile che essi subiscano un processo di transesterificazione per evitare che, combusti in un motore diesel, liberino nell’aria diossine cancerogene. Questa alternativa sta prendendo piede soprattutto tra coloro che, per lavoro, devono coprire lunghe distanze [5]. A questo proposito è anche possibile acquistare un kit, Greasecar Vegetable Fuel Systems, per far funzionare la propria auto con olio vegetale [6].

Il biodiesel può essere utilizzato allo stato puro o ad alta concentrazione solo in motori modificati o espressamente concepiti. Tuttavia, miscele a bassa concentrazione, come l’E10, con il 10% di etanolo e il 90% di benzina, o il B5 e il B20, rispettivamente composte da 5% e 20% di biodiesel miscelato a diesel fossile, sono invece immediatamente utilizzabili dalle auto già in circolazione e, difatti, sono disponibili nella rete di distribuzione di numerosi paesi. Chimicamente, il biodiesel è una miscela di esteri metilici di acidi grassi (FAME: fatty acid methyl ester) ottenuta dalla reazione di transesterificazione di trigliceridi, i principali costituenti di oli e grassi, con metanolo e in presenza di un catalizzatore. La reazione produce inoltre glicerolo come sottoprodotto il quale, dopo la raffinazione, può essere venduto alle industrie farmaceutiche e cosmetiche. La produzione industriale del biodiesel avviene per via chimica, mediante catalizzatori alcalini (KOH, NaOH o CH3ONa). Sebbene efficiente in termini di resa e tempo di reazione, l’approccio chimico alla sintesi del biodiesel presenta diversi svantaggi perché il processo avviene a pressioni e temperature elevate e quindi si ha formazione di sottoprodotti che devono essere rimossi attraverso diversi passaggi di purificazione. Inoltre, sia la conduzione del processo di produzione che i successivi trattamenti di purificazione richiedono consumo di energia e questo va ad annullare parzialmente i vantaggi energetici ed ambientali derivanti dall’utilizzo del biodiesel. A causa degli svantaggi sopra elencati dei processi tradizionali, la ricerca scientifica ha rivolto la sua attenzione verso vie innovative per la produzione del biodiesel. Presso l’Università di Cagliari è attualmente in corso una ricerca a carattere industriale per la produzione di biodiesel mediante catalisi enzimatica con enzimi immobilizzati. Questo permetterebbe di operare a pressione atmosferica e temperatura ambiente, o comunque non troppo elevata, garantendo un basso consumo energetico e un elevata selettività e specificità [4]. Infine, uno studio della società di consulenza milanese “Ig partners” individua il futuro del biodiesel nell’olio di palma e in quello ricavato dai semi della jatropha, una pianta che cresce spontaneamente in Africa, Asia e centro-America [7]. Sembra che 1000 litri di biocarburante ricavato da olio di palma o di jatropha costano, rispettivamente, 520 e 320 euro contro i 551 necessari ad acquistare un’analoga quantità di gasolio tradizionale (Tabella 1); questo costituisce un risparmio notevole se se pensa che 1000 litri di biodiesel ricavato da colture “sovvenzionate” dalla UE costano oggi tra i 605 e i 750 euro [7].

Tabella 1: Costo dei biocombustibili e dell’equivalente combustibile fossile [2, 7].

Biocombustibile Origine Costo alla pompa (€/1000 litri)
Biocombustibile Fossile Differenza
Bioetanolo Raccolti di zucchero 1265 502 763
Raccolti di cellulosa 1448 502 946
Residui di cellulosa 1316 502 814
Canna da zucchero brasiliana 294 502 -208
Biodiesel Oli di semi 945 551 394
Oli usati/di scarto 454 551 -97
Olio di palma 520 551 -31
Olio di jatropha 350 551 -201

Al contrario del bioetanolo, il biodiesel è principalmente un prodotto europeo: primo produttore è la Germania, segue la Francia e poi l’Italia (Tabella 2). Si è stimato che nel 1999 erano in esercizio una novantina di impianti, per una produzione mondiale di circa 1,3 miliardi di litri di biocarburante [4].

Tabella 2: Biodiesel: produzione in migliaia di tonnellate [8].

2002 2003
Germania 450 715
Francia 366 357
Italia 210 273
Danimarca 10 14
Austria 25 32
Regno Unito 3 9
Spagna 0 6
Svezia 1 1
Totale UE 1.065 1.434


I vantaggi derivanti dall’utilizzo dei biocombustibili

I sostenitori dei biocombustibili ritengono che dalla diffusione di bioetanolo e biodiesel si ottengano tre grandi vantaggi: maggiore sicurezza energetica per la minore dipendenza dai paesi produttori di petrolio, ridotto impatto ambientale (in termini di emissioni di CO2 e di altri gas inquinanti) e, almeno in Europa, un più razionale impiego delle terre coltivabili. I biocombustibili sembrano essere dunque una fonte energetica a buon mercato, pulita, economica e rinnovabile. In realtà solo un’attenta analisi può confermare se i vantaggi sono effettivamente tali e, cosa ancora più importante, se i biocombustibili sono un’alternativa valida o, quantomeno, un complemento sostanziale dei combustibili fossili nel medio-lungo periodo.
I biocombustibili sono definiti “rinnovabili” non solo perché prodotti da fonti rinnovabili, ma anche per il fatto che le emissioni di CO2 derivanti dal loro utilizzo sono riassorbite, in tempi brevi, dalle colture da cui si ottiene la materia prima per la loro produzione. L’uso dei biocombustibili consente una riduzione significativa di emissioni inquinanti rispetto al diesel minerale di origine petrolifera. Il britannico Defra (Department of Environment, Food, Rural Affairs) stima che nel ciclo di vita di 1 t di biocombustibile si producano 0,9 t di CO2 contro le 3 t prodotte da benzina e diesel. La CO2 rilasciata durante la combustione, infatti, è stata sottratta dall’atmosfera al momento della crescita del vegetale, avvenuta mesi e non milioni di anni prima. Tuttavia, a parte l’etanolo derivato da cellulosa, direttamente impiegabile come combustibile, il ciclo non è completamente chiuso per l’energia necessaria nel processo di trasformazione (da qui le 0,9 t di CO2). I vantaggi sono quindi reali e immediatamente percepibili e per questo, nell’ambito delle strategie per il rispetto del protocollo di Kyoto, la Commissione europea si è impegnata a sostituire il 5% della domanda di combustibili fossili per autotrazione con biocombustibili. Per ottenere questo risultato ha previsto agevolazioni fiscali e sussidi e ha permesso coltivazioni per biocombustibili su quel 10% delle terre arabili che la Politica agricola comunitaria vieta di usare per raccolti alimentari (riferimento).

Fermo restando che il corretto calcolo dei benefici ambientali, in termini di riduzione delle emissioni inquinanti, derivanti dall’utilizzo del biodiesel è particolarmente complesso e dipende da diversi fattori (tipo di motori, condizioni di utilizzo, composizione qualitativa dei carburanti, ecc.), ci sono molti vantaggi rispetto al gasolio di origine petrolifera qui sotto elencati.

  1. Il bilancio in termini di emissioni di CO2, è nella realtà più favorevole di quanto si creda. in quanto il ciclo completo prevede un arricchimento organico del terreno e quindi un accumulo in esso di carbonio.
  2. Annullamento delle emissioni di biossido di zolfo (SO2) in quanto il biodiesel contiene zolfo solo in tracce (< 0.001%) [9].
  3. Diminuzione dell’emissione di altri gas serra nell’atmosfera, quali monossido di carbonio (CO) e ossidi di azoto (NOx) e diminuzione delle polveri sottili e del particolato incombusto. Questo però dipende molto dalla percentuale di presenza del biodiesel e dal tipo di motori usati.
  4. Non contiene benzene o altri componenti cancerogeni, quali idrocarburi policiclici aromatici (PAH), che sono componenti estremamente dannosi per l’uomo, con effetti citotossici, cancerogeni, mutagenici e respiratori cronici [10].
  5. Elevata biodegradabilità, data dalla sua catena lineare di atomi di carbonio con atomi di ossigeno ad un’estremità, e quindi facilmente attaccabile da parte dei microrganismi. Al contrario, il gasolio di origine fossile, che oltre a numerosi alcani ed alcheni a catena lunga (C10 – C20) privi di ossigeno, include anche idrocarburi ciclici alifatici, idrocarburi policiclici aromatici e alchilbenzeni, è in generale tossico per i microrganismi. Il biodiesel invece viene degradato per il 99,6% dopo 21 giorni e, in caso di dispersione accidentale, non inquina né acque né suolo.
  6. Possiede un alto potere lubrificante e diminuisce l’usura del motore.
  7. Presenta un elevato punto di infiammabilità (>1100°C), per cui non è classificato come materiale pericoloso ed è facile e sicuro da utilizzare.
  8. Non contiene metalli nocivi quali cadmio, piombo e vanadio.

Oltre al basso impatto ambientale il biodiesel ha anche un “basso impatto” sulla salute umana, così come è stato confermato da uno studio del Dipartimento di Tossicologia Ambientale della Università della California di Davis [11].
Particolarmente interessante è la possibilità di inserire le coltivazioni dedicate al biodiesel all’interno del ciclo agricolo alimentare senza competere con esso ma anzi creando una sinergia con quest’ultimo. Infatti:

  1. La possibilità di utilizzare come materia prima anche gli oli usati di frittura, consente di sottrarre ai rifiuti 500.000 t/anno di materiali per la cui depurazione si spendono 1.500.000 kWh/anno.
  2. Il riutilizzo previsto dei residui organici della raffinazione degli oli usati ed i fanghi del processo industriale insieme a rifiuti organici urbani per la produzione di compost di qualità consente di invertire il processo di desertificazione causato dall’agricoltura intensiva e di conseguire un aumento della produzione di biomassa, sia energetica che alimentare.
  3. L’aumento del contenuto organico dei terreni e la loro copertura con vegetazione per un periodo più lungo dell’anno, consente un suo arricchimento biologico e un conseguente risparmio di acqua per l’irrigazione
  4. La sottrazione di massa organica al ciclo dei rifiuti evita che questa venga incenerita emettendo CO2 e consente un beneficio energetico ben più significativo attraverso la produzione del biodiesel.
  5. E’ stato stimato che se si dedicasse a tale ciclo il 10% del territorio italiano si avrebbe una riduzione delle emissioni di CO2 di 54Mt/anno, pari ad oltre il 50% degli obiettivi complessivi italiani.

Per evitare però che gli svantaggi siano maggiori dei benefici, in questo tipo di produzione andrebbero evitate la coltivazione intensiva con eccessivo utilizzo di diserbanti e fitofarmaci.


Gli svantaggi

Per valutare appieno i vantaggi ambientali, è necessario capire quale impatto avrebbe la trasformazione di vaste aree agricole e la conversione di altre zone, come pascoli o foreste, alla produzione di massa vegetale per biocombustibili. Infatti, così come ci sono le preoccupazioni riguardo il trascurabile impatto dell’emissione di gas ad effetto serra, ci sono ovvie maggiori preoccupazioni sulla potenziale e crescente distruzione di habitat e biodiversità. Di conseguenza, una gestione poco attenta della produzione fa poco nel ridurre le emissioni e può avere un impatto devastante sull’ambiente. La perdita di biodiversità e l’impatto negativo sul ciclo del carbonio, nonché l’eccessivo sfruttamento di terre marginali con rischio di desertificazione, potrebbero annullare ogni beneficio ambientale e peggiorare ancora più la situazione attuale. La questione è dunque se e come sia possibile espandere la produzione senza incorrere in questi danni e quale possa essere l’apporto delle biotecnologie alla soluzione del problema.

E’ quindi necessario analizzare l’intera filiera produttiva, considerando ad esempio gli aspetti logistici e i flussi di prodotto da e nella catena (appezzamento-centro di stoccaggio-oleificio-azienda), le caratteristiche qualitative dell’olio grezzo, gli aspetti correlati al marketing, l’analisi economica dei costi di produzione e di trasporto tenendo conto dei vincoli posti dall’ambiente di coltivazione e delle produzioni che si possono ottenere. Un recente studio sulla Produzione ed utilizzo del biodiesel in aree risicole: logistica ed aspetti tecnico-economici [12] ha mostrato ad esempio che le basse rese del colza ad ettaro, dovute anche ai terreni non adatti e agli andamenti climatici avversi, non consentono alla filiera di costituire una valida alternativa nelle attuali condizioni di mercato dei prodotti e dei fattori.

In occasione della pubblicazione del Piano di Azione della Biomassa da parte della Commissione europea [13], l’organizzazione BirdLife International ha avvertito l’UE che sarebbe opportuno mettere in atto delle severe misure di salvaguardia dell’ambiente. Se ciò non avvenisse, le riduzioni delle emissioni di gas sarebbero irrilevanti e, di contro, si avrebbero dei gravi impatti sull’ambiente [14]. Sebbene la bioenergia potrebbe divenire la sorgente chiave dell’energia del futuro, ci sono delle serie preoccupazioni che il Piano di Azioni della Biomassa dell’UE non possa garantire adeguate misure di sicurezza ambientali e sociali. Queste misure dovrebbero essere applicate sia alla bioenergia importata che a quella prodotta in Europa, includendo controlli sul bilancio di gas ad effetto serra sui raccolti. A causa del loro alto livello di input durante le fasi di coltivazione e di trasformazione, avverte BirdLife, certi sistemi di produzione della biomassa avrebbero livelli di emissione di gas serra che non sono poi tanto più bassi rispetto a quelli causati dai combustibili fossili. Inoltre, l’impatto della produzione di biomassa sulla biodiversità, acqua e terra dovrebbe essere seriamente presa in considerazione. Questo è anche il maggior problema dei tropici, dove milioni di ettari di foresta sono già stati convertiti in soia, canna da zucchero e piantagioni di palma da olio, per la produzione di biodiesel a buon mercato per i paesi occidentali. Solo in Europa, per perseguire gli obiettivi proposti entro il 2020, sarà necessario un aumento della superficie dedicata a colture da cui ricavare biocombustibili dai 3.900.000 ha del 2005 ai 9.400.000 ha nel 2010 [8].

Infine, in considerazione delle agevolazioni fiscali di cui gode il biodiesel e delle conseguenti truffe che potrebbero essere attuate, particolarmente rigoroso deve essere il controllo di tutte le fasi che lo interessano, dall’arrivo, allo stoccaggio, fino alla miscelazione con il gasolio. Di conseguenza devono essere realizzati appositi circuiti dedicati al suo trattamento.


Le reali possibilità di diffusione

La produttività per i biocarburanti varia da 1,2 a 5,9 tonnellate equivalenti di petrolio (Tep) a ettaro, in funzione del tipo di coltura e del rendimento del processo [8]. Se si considerano i costi alla pompa, senza tasse, nell’Europa a quindici solo i alcuni dei biocombustibili attualmente disponibili (oli usati o di scarto, olio di palma e olio di jatropha) sono competitivi con quelli fossili tradizionali (Tabella 1).

Solo con un prezzo della CO2 emessa in eccesso rispetto ai parametri di Kyoto superiore a 229 euro per tonnellata, i biocombustibili diventerebbero economicamente convenienti. Il problema consiste nel fatto che attualmente il prezzo dei permessi nello European Emission Market è pari a circa 20 euro per tonnellata: i sussidi ai biocombustibili, con lo scopo di ridurre le emissioni di CO2, non sarebbero dunque efficienti. Altri motivi potrebbero però spingere i governi a continuare nella politica dei sussidi ai biocombustibili. In tal caso, lo strumento più efficiente sarebbe l’esenzione fiscale [2]. Ci sono tuttavia due problemi: da un punto di vista statico, le tasse non sono sufficientemente alte da coprire la differenza di costo e sono pertanto necessari sussidi mirati; da un punto di vista di medio-lungo periodo, ci si deve chiedere se la perdita di gettito fiscale che ne deriva è realmente sostenibile. A meno di drastiche riduzioni di costo, oppure di importazioni dal Brasile di bioetanolo, il solo attualmente competitivo, la diffusione sussidiata dei biocombustibili non sembra né praticabile né efficiente.

Nonostante il parco macchine europeo rifletta una preferenza per i veicoli diesel, l’Europa ha maggiore capacità di produrre bioetanolo che biodiesel: la produzione di bioetanolo richiede infatti, a parità di produzione, meno superficie agricola e offre un margine maggiore di riduzione dei costi grazie alle economie di scala. Per facilitare la diffusione del bioetanolo sarebbe quindi necessario incentivare la produzione europea e l’importazione di bioetanolo dai paesi terzi [13]. Alti provvedimenti importanti a livello europeo, previsti dal Piano di Azione della Biomassa 2005, sarebbero la modifica della norma europea EN14214 al fine di favorire l’impiego di una gamma più ampia di oli vegetali per la produzione di biodiesel, l’uso unicamente dei biocarburanti ricavati da colture conformi a requisiti minimi di sostenibilità, il mantenimento delle condizioni di accesso al mercato non meno favorevoli di quelle previste dagli accordi commerciali attualmente vigenti per il bioetanolo d’importazione, il potenziamento degli accordi di libero scambio con i paesi produttori di etanolo e il sostegno ai paesi in via di sviluppo che desiderano produrre biocarburanti [13].


La situazione in Italia

La terza posizione dell’Italia nella classifica di produttori di biodiesel non è un dato molto lusinghiero come potrebbe sembrare a prima vista: le sette aziende attive, con una capacità di 800.000 t devono infatti comprare all’estero la maggior parte delle materie agricole necessarie [8]. Il Governo, già dalla Finanziaria 2005, ha inoltre ridotto da 300.000 (previsto dalla Finanziaria 2001) a 200.000 t il tetto massimo defiscalizzato (in Francia sono 500.000 t), senza però agire sugli incentivi. Le industrie che producono biodiesel sono così “costrette” a venderlo alle società petrolifere che così lo miscelano (al 5%) come lubrificante a basso costo con il gasolio tradizionale. La Finanziaria 2006 lascia immutato il tetto massimo di biodiesel esente da accisa ma introduce l’importante vincolo (comma 421) di usare una quota parte di 20.000 t mediante la sottoscrizione di appositi contratti di coltivazione, realizzati nell’ambito di contratti quadro o intese di filiera. Questo provvedimento arginerebbe l’importazione di materia prima dall’estero (ora pari al 66% del totale). Inoltre, sempre nella Finanziaria 2006 è introdotto il riconoscimento della cessione di energia elettrica ottenuta da “biocombustibili agroforestali” quale attività connessa (come definita dal Dlgs 228 del 2001) e ciò consente al produttore di inquadrare i ricavi nel reddito catastale pur mantenendo la qualifica agricola.

Attualmente, in Italia la distribuzione di un gasolio al 5% di contenuto di biodiesel è la massima concentrazione oggi ammessa dalla legge e, come fonti di trigliceridi per la produzione di biodiesel, sono stati finora utilizzati olii provenienti da piante facilmente coltivabili, quali girasole, colza e soia [15]. Oggi in Italia la vendita di biodiesel puro è talmente costosa da divenire di fatto impraticabile [16]. L’UE ha infatti recentemente approvato una disposizione (protocollo numero 501PC0813) che ammette una tassa ridotta solo sul biodiesel mischiato al gasolio (al 5% come additivo o al 25% come combustibile per autotrazione di mezzi pubblici). Per utilizzarlo puro si dovrebbe pagare la tassa sui carburanti e in questo modo il prezzo diventerebbe proibitivo. Nella disposizione inviata dall’Italia, oltre a impedire di fatto la vendita del biodiesel puro si escludono dal mercato i piccoli produttori italiani di biocarburante che non hanno le autorizzazioni e le tecnologie per miscelare biodiesel e gasolio e quindi dovranno vendere tutta la loro produzione alle grandi raffinerie. Quando per promuoverne l’uso e la diffusione bisognerebbe invece puntare all’azzeramento dell’accisa (quota significativa delle tasse sui combustibili).

Anche se in Italia il settore dei trasporti su strada è responsabile di oltre il 90% delle emissioni di benzene, secondo dati di fonte Cives [17], sono solo 41.000 i veicoli elettrici venduti, di cui circa la metà sono biciclette a pedalata assistita. Nonostante tutto, qualche timido accenno all’uso di biocombustibili si nota anche da noi. A titolo di esempio, l’AMSA (Azienda Milanese Servizi Ambientali) ha iniziato a convertire a biodiesel la propria flotta nel 2000 e a partire dal 2003 ha esteso l’utilizzo di miscela biodiesel/gasolio (con impiego di gasolio desolforato) a tutto il parco automezzi. Nel periodo 2000-2003 gli automezzi AMSA alimentati a biodiesel hanno percorso 29.150.000 km nell’ambito urbano milanese evitando, nell’arco di 4 anni, l’emissione di oltre 4.300 t di anidride carbonica proveniente dai combustibili fossili [18]. Anche l’Api (Anonima Petroli Italiana SpA) sta puntando sul biodiesel, perseguendo la strada dello sviluppo sostenibile e conducendo ricerche sul miglioramento dell’efficienza energetica e sull’utilizzo di combustibili sempre meno inquinanti [19].

L’Italia, inoltre, non ha ancora presentato all’UE alcun resoconto nazionale, né nel 2004 né nel 2005, sulla messa in atto della Direttiva europea 2003/30/EC del 8 Maggio 2003 sulla promozione e l’uso dei biocarburanti e di altri carburanti rinnovabili per il trasporto [20], quando quasi tutti gli altri stati membri lo hanno già fatto. Eppure le potenzialità per la produzione di biodiesel ci sarebbero, soprattutto utilizzando colture dedicate a soia e girasole, le più adatte ai nostri climi. Si potrebbero ad esempio piantare oltre 500.000 ha di oleaginose a breve termine e oltre 1.000.000 ha a lungo termine; inoltre nel nostro Paese sono utilizzati solo il 10% delle aree a set aside per le coltivazioni no-food (contro il 20% in Germania e il 30% in Francia) [8]. In Italia ci sono attualmente sette impianti per la produzione di biodiesel con una capacità produttiva di circa 800.000 t ma importano la maggior parte della materia prima dall’estero.

Per quanto riguarda il bioetanolo, la Finanziaria 2005 ha inoltre stanziato per il bioetanolo un budget annuale di soli 73 milioni di euro. L’Agenzia della dogane, in attesa di un decreto che deve defiscalizzare 2.000.000 hl di etanolo per il biennio 2006-2007, ha nel frattempo concesso la defiscalizzazione di 160.000 ettanidri (1 ettanidro = 100 litri di alcool puro) di etanolo per la produzione di ETBE e 20.000 ettanidri per l’impiego in miscelazione diretta. Nel nostro Paese, sarebbe inoltre auspicabile dirigere i progetti di riconversione del settore saccarifero e le eccedenze vinicole verso la produzione di bioetanolo. Un azienda italiana, la Magneti Marelli, produce un motore chiamato Flex-Fuel che può funzionare totalmente ad alcool, a benzina o con qualsiasi miscela di questi due carburanti. Tale motore viene inoltre montato su varie marche di automobili tra cui la FIAT in Brasile e in Svezia ma non in Italia [21]. A seguito di direttive europee, è stato emanato un regolamento, il 96 del 20 febbraio 2004 [22], che addirittura reca agevolazioni fiscali per il bioetanolo di origine agricola (triennio 2003-2005). Mentre in Brasile e in Svezia si può già fare rifornimento di bioetanolo puro o in miscela con la benzina e in molti stati sono presenti sul territorio fondazioni, organizzazioni ed associazioni che promuovono l’uso di questo biocombustibile [23], in Italia questi progetti non sono mai partiti.

Al contrario dell’Italia, altri paesi europei si stanno muovendo. Fanno la parte del leone soprattutto la Germania e la Francia, che insieme producono quasi i due terzi dei biocombustibili continentali, grazie anche a pratiche di defiscalizzazione senza limitazione e a meccanismi di sgravio fiscale. Misure che ben si conciliano con la strategia di promozione del biologico adottata dalla UE. La Direttiva europea n.30 del 2003, inoltre, fissa al 20% la quota di combustibili tradizionali da sostituire con biocombustibili entro il 2020, con una progressione graduale dal 2% fissato per il 2006 al 5,75% nel 2010. Germania e Francia si sono adeguate, mentre in Italia [7].


Conclusioni

Il settore agricolo dei biocarburanti, da quanto abbiamo detto finora, appare in prevedibile espansione nel futuro prossimo ma finora, almeno in Italia, l’utilizzo dell’agroenergia non è ancora decollato. Il problema da affrontare non è però solo quello relativo alla quantità della produzione, ma, più in generale, quello di creare dei processi di filiera veri e propri, ben localizzati sul territorio, con una stretta connessione fra le fasi di produzione, lavorazione, trasformazione e distribuzione della biomassa vegetale e dei carburanti e combustibili da essa derivati. Solo in questo modo il biodiesel potrà essere, seppure in modalità da studiare attentamente a seconda dei casi, in grado di arricchire l’offerta di carburanti così da ampliarne le tipologie e aumentare l’efficacia della lotta contro diverse forme di inquinanti e di problemi associabili al traffico.

Le biomasse comprendono una gran quantità di materie eterogenee che non possono tutte essere considerate alla stessa maniera. L’opportunità di un loro utilizzo a fini energetici dovrebbe sempre essere sottoposta al vaglio preliminare di una analisi energetica comparativa con gli altri possibili utilizzi di questi materiali. In Italia, inoltre, le informazioni fornite agli agricoltori sulle grandi opportunità dei biocombustibili sono scarse, la filiera bioenergetica appare molto frammentata, la collaborazione dei privati è pochissima e non esiste un quadro normativo chiaro. Le biomasse, se opportunamente selezionate e rispettando le precauzioni segnalate, potrebbero offrire un importante contributo alla soluzione dei problemi derivanti dall’utilizzo dei combustibili fossili, costituendo così una fonte rinnovabile di energia. Tuttavia non tutte le biomasse offrono questi risultati positivi, ed in alcuni casi il loro utilizzo a fini energetici, dietro un apparente beneficio, può nascondere costi energetici ed ambientali che a prima vista potrebbero sfuggire.


Grazie a loro ho scritto:

  1. The biofuel boom, The Economist. 12 maggio 2005.
  2. Ryan L., F. Convery e S. Ferreira (2005) Stimulating the Use of Biofuels in the European Union: Implications for Climate, University College Dublin (disponibile on-line all’indirizzo: http://www.ucd.ie/pepweb/publications/workingpapers/04-08.pdf)
  3. Tickell J., K. Tickell e K. Roman (2000) From the Fryer to the Fuel Tank, the Complete Guide to Using Vegetable Oil an an Alternative Fuel. ISBN 0-9707227-0-2
  4. Salis A. (2005) Energia pulita: l’uso di enzimi immobilizzati nella produzione di biodiesel; Informazione 103: 29-31
  5. Allegato Business a Bangkok Post del 5 Giugno 2004 (disponibile on-line all’indirizzo: http://www.post-gazette.com/pg/04156/326689.stm)
  6. Disponibile on-line all’indirizzo www.greasecar.com
  7. Il Sole 24 Ore. Scienza, tecnologia, innovazione. 9 marzo 2006, n.19
  8. Il Sole 24Ore, Supplemento Agrisole. 16-22 dicembre 2005. Anno 10°, 49: 1-3
  9. Mittelbach M.P. e P. Tritthart (1988) Diesel fuel derived from vegetable oils, III: Emissions tests using methyl esters of used frying oil. Journal of the American Oil Chemists’ Society, Vol.65 (7): 1185
  10. Bunger J., J. Krahl, K. Baum, O. Schroder, M. Muller, G. Westphal, P. Ruhnau, T.G. Schulz e E. Hallier (2000) Cytotoxic and mutagenic effects, particle size and concentration analysis of diesel engine emissions using biodiesel and petrol diesel as fuel. Archives of toxicology 74(8): 490-498
  11. Disponibile on-line all’indirizzo: http://journeytoforever.org/biofuel_library/UCDavisSumm.html
  12. Brumati M. (2003) Produzione ed utilizzo del biodiesel in aree risicole: logistica ed aspetti tecnico-economici. Tesi di laurea, Università degli Studi di Torino, Facoltà di agraria, Anno Accademico 2002-2003
  13. Commissione delle Comunità europee. Comunicazione della Commissione: Piano d’azione per la biomassa 2005{SEC(2005) 1573} (disponibile on-line all’indirizzo: http://europa.eu.int/comm/energy/res/biomass_action_plan/green_electricity_en.htm)
  14. Disponibile on-line all’indirizzo www.birdlife.com
  15. Bona S., G. Mosca e T. Vamerali (1998) Oil crops for biodiesel production in Italy. Renewable Energy 16(1-4): 1053-1056
  16. Disponibile on-line all’indirizzo: http://www.laleva.cc/ambiente/vietato_biodiesel.html
  17. Cives (Commissione Italiana Veicoli Elettrici Stradali) (disponibile on-line all’indirizzo: http://www.ceiweb.it/CIVES/home.htm)
  18. ARPA Lombardia, Regione Lombardia, Segnali ambientali della Lombardia. Rapporto sullo Stato dell’Ambiente 2002.
  19. Disponibile on-line all’indirizzo: http://www.apioil.com/ita/pdf/api_ambiente/biodiesel.pdf
  20. Disponibile on-line all’indirizzo: http://europa.eu.int/comm/energy/res/legislation/biofuels_members_states_en.htm
  21. Disponibile on-line all’indirizzo: http://www.fiat.com.br
  22. Regolamento n. 96 del 20/02/2004, pubblicato sulla G.U. n. 87 del 18 aprile 2004, recante agevolazioni fiscali al bioetanolo di origine agricola, da adottare ai sensi dell’articolo 22 della legge 23 dicembre 2000, n. 388 (disponibile on-line all’indirizzo: www.agenziadogane.gov.it/italiano/cs/2004/10/01d.pdf)
  23. Associazione per i combustibili rinnovabili (disponibile on-line all’indirizzo: www.ethanolrfa.org); Organizzazione americana per lo sviluppo del bioetanolo quale carburante www.ethanol.org; Fondazione svedese per lo sviluppo dell’etanolo (www.nf-2000.org/secure/Other/S37.htm)
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