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Giu
04
2016
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Dendrolatria

Maggio Accettura

“Cesare ordinò che questa selva venisse abbattuta a colpi d’ascia; (…) i soldati erano convinti che, se avessero percosso i sacri tronchi, le scuri sarebbero tornate indietro colpendoli. Cesare – non appena vide che le coorti erano avviluppate come da una sorta di profondo torpore – per primo ebbe l’ardire di dar di piglio ad una bipenne e di calarla con forza su un’alta quercia; così poi parlò tenendo il ferro ancora affondato nel tronco che aveva contaminato: ‘Ormai, perché nessuno di voi abbia la più piccola esitazione ad abbattere il bosco, credete pure che sia io a compiere la profanazione’. (…) Piombarono a terra gli orni, furono abbattuti gli elci pieni di nodi, e le querce di Dodòna, gli ontani. (…) Le popolazioni galliche, a tale spettacolo, emisero gemiti…”

Lucano, “Pharsalia” (Libro I)

 

La storia dei culti e riti arborei è tipica di alcune località del Mediterraneo, soprattutto nell’Italia meridionale e in alcune zone del Lazio. In particolare, il Maggio di Accettura è considerato tra le feste più belle del Mediterraneo. Nel suo nucleo centrale e primario, il Maggio si presenta come la manifestazione viva e dinamica di un rito antichissimo, che rivela uno stretto rapporto tra ambiente naturale e dimensione culturale e religiosa. Infatti, nonostante la festività sia in concomitanza con quella di San Giuliano, patrono di Accettura, e attinga al repertorio folkloristico mediterraneo, essa si svolge recuperando i temi di un repertorio culturale celtico precedente, di origine precristiana.

Alcuni suggeriscono un’origine longobarda del rito arboreo, avvalorata dal fatto che nel V sec. D.C. i Longobardi avevano scelto Benevento come loro capitale nel sud Italia. Di sicuro, però, è certo che i Celti basavano la loro religione sul culto di alcune varietà di alberi. Agli alberi, a mo’ dei moderni ex voto (metalli più o meno preziosi forgiati a forma di cuori di Gesù e organi malati, strumenti medici, attrezzi ortopedici, tavolette dipinte, banconote, ecc.), agli alberi venerati venivano indirizzate offerte in ferro, come ferri di cavallo e chiodi, dal momento che il ferro era un metallo raro e prezioso per i Celti. Per questo, i soldati romani e i sacerdoti cristiani che conquistavano i territori dei Celti erano soliti abbattere un numero enorme di alberi ritenuti sacri, per segnare il trionfo di Roma o del cristianesimo sulle tradizioni locali [chi ha visto Avatar, ricorderà una scena del genere!]. Personalmente, credo che questo senso di rispetto per gli alberi e per l’ambiente sia ancora molto inculcato nei cittadini dei paesi nordeuropei, ma non so però se questo sia retaggio delle antiche religioni pagane.

San Giuliano

 

Per i Celti, il luogo sacro della loro religione non era una chiesa ma il nemeton. I nemeta erano posti in aree naturali, nei siti ove si credeva fosse più forte era la corrente energetica sotterranea, una forza primeva, benefica e rigeneratrice. I sacerdoti celti, i Druidi, secondo gli storici latini Plinio e Lucano, non si incontravano in costruzioni o luoghi chiusi ma ponevano spesso i loro santuari all’interno dei querceti, nelle radure delle foreste e anche in isole o sopra colline o enormi tumuli. Qui credevano fosse possibile il passaggio dimensionale tra l’energia divina e gli umani. Infatti, l’etimologia della parola “druido” potrebbe derivare dal gaelico “duir”, o dal greco “drus”, cioè “quercia”.

Scalata

 

Ad Accettura, la festa primaverile parte dal sabato precedente la Pentecoste fino al martedì successivo. La coincidenza con la Pentecoste e il significato simbolico riguardante fecondazione e la fertilità non è casuale. Già presso gli Ebrei, la festa della Pentecoste era inizialmente una gioiosa festa agricola chiamata “festa della mietitura” (Es 23,16) o “festa dei primi frutti” (Nm 28,26). Si celebrava il cinquantesimo giorno dopo la Pasqua e indicava l’inizio della mietitura del grano. Siamo quindi ben lontani dal significo della liturgia cristiana, che celebra la discesa dello Spirito Santo nel Cenacolo, sugli Apostoli e la Vergine.

La festa segue sulle orme di un antico rito propiziatorio, con due momenti topici: il trasporto in paese la domenica di Pentecoste di un agrifoglio (la “cima“, la sposa) a spalla per circa 15 chilometri dal bosco di Gallipoli Cognato. Lo stesso giorno, un cerro (il “maggio“, lo sposo) di quasi 30 metri, scelto nel bosco di Montepiano, è sollevato e trasportato da decine di coppie di buoi (anch’essi di estremo interesse, data la loro somiglianza agli uri, antenati estinti degli odierni buoi ma molto piu’ grossi, feroci ed agili). Il lunedì successivo è un giorno di preparazione, mentre l’attesa cresce fino al martedì successivo, quando in paese avviene l’innesto della cima sul maggio, che celebra così l’unione del maschio e della femmina. Il culmine, tra canti e balli, avviene con l’innalzamento del Maggio, cui segue la scalata fino alla cima da parte di coraggiosi boscaioli. Solo i più abili e coraggiosi, di solito giovanotti, si arrampicano fino alla cima per prendere i premi della cuccagna e conquistare così il cuore delle fidanzate. Anche questo rientra nel tema della fertilità e del risveglio della natura in cui si svolge la festa.

Sociale

 

Dal punto di vista antropologico, sociologio, di identità collettiva e di coesione sociale, la festa del Maggio ha una valenza di indubbio valore, ed è stupefacente che sia preservata fino ad oggi una festa della natura, legata ad antichissimi culti agrari.

Nodi

Innesto

 

Quello che ci interessa di più in questo blog è però l’aspetto botanico della festa, anch’esso molto interessante. Come mostrato nelle foto, l’innesto tra agrifoglio e cerro è infatti frutto di mastria boscaiola mllenaria, così come anche il cordame e i sui nodi sapienti, la deposizione la disposizione delle pietre per mantenere in piedi il Maggio issato, l’agghindamento dell’agrifoglio-sposa. Non meno importanti sono gli aspetti legati alla conservazione perché gli alberi non sono risorse infinite su scala umana, soprattutto i cerri maestosi e gli agrifogli aggraziati, a crescita lenta. E su questo dovremmo riflettere attentamente. L’esperienza ci dice che riti e pratiche che coinvolgono esseri viventi – penso ad esempio alle corride, agli animali negli zoo e nei circi, alla sperimentazione sugli animali, al consumo di carne, al taglio indiscriminato delle foreste – hanno cambiato forma oppure sono molto più regolamentate che in passato a causa di una maggiore sensibilizzazione. La festa stessa del Maggio si è modificata nel tempo; ora ad esempio non c’è più la pratica dello “sparo del Maggio” che, prima di essere scalato, veniva preso di mira dalle doppiette dei cacciatori per colpire agnelli, polli e capretti appesi vivi alla cima. Probabilmente, quando ci si accorgerà che i cerri e gli agrifogli monumentali cominceranno a scarseggiare e che sono importanti per l’equilibrio del bosco, la festa cambierà forma ma non per questo necessariamente il suo significato.

 

Grazie a loro, ho scritto:

Culti arborei in Basilicata. http://tracieloemandarini.blogspot.it/2007/07/culti-arborei-in-basilicata.html

Vincenzo M. Spera. L’ambigua e seducente “inventio” dell’origine arcaica delle feste popolari. Il caso del “Maggio di Accettura”. http://www.accetturaonline.it/blog/wp-content/uploads/2015/07/L_ambigua-e-seducente-inventio-dell-origine-arcaica-delle-feste-popolari.pdf

http://www.ilmaggiodiaccettura.it/home_page_ilmaggiodiaccettura

 

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