La belle verte » 2013 » maggio
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Mag
11
2013
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Sensi dalla forma

Esseri informi, incolori, sacchi di visceri messi su alla meglio, popolavano l’ambiente tutt’intorno, senza darsi il minimo pensiero di cosa fare di se stessi, di come esprimersi e rappresentarsi in una forma stabile e compiuta e tale da arricchire le possibilità visive di chiunque le vedesse. Vanno, vengono, un po’ affondano, e un po’ emergono, in quello spazio tra aria e acqua e scoglio, girano distratti, danno volta; e noi intanto, io e lei e tutti coloro che erano intenti a spremere una forma di noi stessi, stiamo lì a sgobbare nella nostra buia fatica”.

Così la vista, la nostra vista, che noi oscuratamente aspettavamo, fu la vista che gli altri ebbero di noi. In un modo o nell’altro, la rande rivoluzione era avvenuta: tutt’a un tratto intorno a noi s’aprirono gli occhi e cornee e iridi e pupille: occhi tumidi e slavati di polpi e di seppie, occhi attoniti e gelatinosi di orate e triglie, occhi sporgenti e peduncolari di gamberi e aragoste, occhi gonfi e sfaccendati di mosche e di formiche”.

(Italo Calvino, “La spirale“)


In questo racconto, è spiegato in modo esemplare, ma al contempo poetico, il procedere cieco dell’evoluzione di un ipotetico mollusco privo di conchiglia, il quale, spinto dal desiderio di conquistare una “mollusca”, comincia a “fare” ciecamente qualcosa. Quel qualcosa era una conchiglia, che però nessun altro mollusco poteva vedere, loro compresi, perché privi di vista. La vista compare quasi come “sottoprodotto”, come stimolo cieco (caso) ma rinforzato (necessità) per vedere la conchiglia e riceverne i suoi segnali. O forse, non così teleonomicamente, perché è un vantaggio pratico accorgersi della conchiglia di un mollusco della stessa o di un’altra specie.

Lo stesso avviene per le piante e per ogni altro organismo vivente. In fin dei conti, l’impollinazione entomofila è un sottoprodotto del colore antocianico/flavonoico di molti fiori, il rosso delle foglie autunnali costituisce un segnale che indica “buona salute” agli eventuali patogeni desiderosi di infettare, la forma a mo’ di pista di atterraggio del labello delle orchidee permette l’atterraggio di imenotteri maschi ingrifati e inconsapevolmente impollinanti, i microorganismi che vivono sulle radici sono attratti da specifici essudati ma a loro volta modificano la rizosfera, in cui vivono. E il nostro “fare” quotidiano è rivolto a noi e a chi ci è vicino, o “serve” invece da stimolo invece per altre specie?

Tutte queste relazioni più o meno biologicamente simbiontiche sono anche vicendevoli – tutto funziona cioè anche in “modalità viceversa” – sono più che altro interazioni in una fitta rete che si autorinforza e si autostimola, popolata da organismi che lanciano ami in un oceano di tentativi e che solo qualche volta hanno successo, e che hanno come unica spinta quella di propagare i propri geni in un futuro incerto e ostile, probabilmente – e non lo dico con dispiacere o delusione – senza alcuna finalità.

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