La belle verte » 2013 » giugno
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Giu
17
2013
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Evoluzione accidentale

I rapporti tra geni, organismo e ambiente sono relazioni reciproche in cui tutti e tre gli elementi sono sia cause che effetti. Geni e ambiente sono entrambi cause degli organismi che, a loro volta, sono cause degli ambienti, così che i geni diventano anch’essi cause dell’ambiente mediate dagli organismi.

 

Partiamo da questa affermazione di Lewontin e consideriamo per un attimo le piante. Sono state per lo più loro a modificare l’ambiente in senso lato. Sembrerà scontato, ma l’ossigeno atmosferico, con il conseguente aumento esponenziale del metabolismo aerobio, è stato per lo più opera loro. Il suolo è una matrice complessa formata di frammenti roccia madre originaria, proveniente dal basso, e di residui – vegetali soprattutto – che cadono dall’alto. Esso non esisterebbe senza le piante; si è formato soltanto a partire della comparsa della vita sulle terre emerse. Senza le piante, il mondo sarebbe molto diverso da quello che noi conosciamo, anzi non ci saremmo nemmeno noi a contemplarlo. A sua volta, l’ambiente, così plasmato dalle piante, ha cambiato loro stesse e gli altri organismi viventi mediante un vero e proprio pressing ambientale che ha portato, in un modo o nell’altro, alla diversificazione delle forme di vita. Non sappiamo ancora bene in che misura ci sia stata una vera e propria selezione naturale che ha determinato tutto questo e se questa abbia sfruttato per lo più la variabilità intrinseca degli esseri viventi.

Studiare gli organismi viventi è difficile. Come dice Lewontin, gli organismi sono il punto di connessione di un gran numero di forze debolmente determinanti, nessuna delle quali è però dominante. In un organismo, poi, la separazione tra cause ed effetti risuta problematica. E, cosa ancora più importante, i processi organici hanno una loro contingenza storica che impedisce qualsiasi spiegazione universale. Gould avrebbe insistito sul fatto che è impossibile capire la situazione degli organismi viventi senza tener conto della loro storia, semplicemente perchè l’evoluzione è un processo contingente e probabilistico proprio perché le condizioni ambientali sono imprevedibili su larga scala, dominate dal caos. Ancora peggio, il risultato dell’evoluzione può anche cambiare anche quando le condizioni esterne sono stabili, un po’ come un mattone può cadere da un grattacielo sulla testa di un passante piuttosto che su quella di un altro. Questo spiazza non solo coloro che hanno una visione teleonomica e creazionistica della vita, ma anche gli stessi evoluzionisti, che tendono a spiegare i caratteri degli organismi in termini di adattamento. Pensare che ogni differenza tra le specie debba essere la conseguenza di forze selettive diverse, che hanno operato su di esse, è in parte sbagliato. Popolazioni di individui soggette a identiche condizioni selettive possono giungere infatti a punti finali dell’evoluzione diversi; di conseguenza, la speciazione potrebbe anche avvenire non per forza per motivi di adattamento.

Pensare all’evoluzione mi riporta il pensiero ad un giochetto baristico, antenato dei videogiochi, in voga quando ero piccolo: un tabellone con delle palline e dei buchi, in cui bisognava portare la biglia alla fine del percorso evitando che questa finisse nei fori, spostando il tabellone con delle leve esterne (e con qualche leggera spinta seguita da medicazioni alla spalla). Piccolissime differenze, molte dovute all’abilità previsionale e motoria dell’accanito fanciullo, ma molte delle quali completamente causali, portavano ad un risultato piuttosto che ad un altro. Similmente, nell’evoluzione i risultati alternativi dello stesso processo selettivo possono essere determinati da condizioni genetiche iniziali anche solo leggermente diverse. E appunto, gli anglosassoni, hanno coniato il termine “evolutionary accidents”. Tra questi c’è anche la ben nota deriva genetica, che avviene nelle piccole popolazioni.

Gli schemi di variazione degli organismi ci sembrano complessi probabilmente perché non siamo ancora in grado di comprendere a fondo tutti i processi che stanno alla loro base. Torniamo per un attimo alle piante. La competizione tra le piante non è così ovvia come avviene per gli animali, dove la competizione è più che altro di tipo comportamentale. L’analogo del comportamento animale nelle piante è la crescita; e la maggior parte delle piante mostra un certo grado di plasticità fenotipica, che tende ad essere ottimale per un dato microhabitat. La plasticità fenotipica può essere definita come il cambiamento del fenotipo espresso da un genotipo in funzione dell’ambiente, ma ci sono molte piante che hanno uno schema di sviluppo fisso e quindi non mostrano molta plasticità. Lo stesso Darwin non diede molto peso alle relazioni reciproche con l’ambiente e sul suo effetto “armonizzante” sulle piante. In assenza di una teoria dell’ereditarietà, questa direzione di studio lo avrebbe condotto pericolosamente vicino al lamarckismo. E’ stato probbilmente da questo trascuratezza originale che le piante hanno fornito poche informazioni nela teoria della selezione naturale e non hanno suscitato molto interesse nella formulazione di questa.

COMMENTI 0   |   Scritto da Horty in:  Scienza e fantascienza |
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