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Feb
26
2019
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Mater artium natura

 

Tipico panorama murgiano (foto mia)

 

Con il termine di “prato” si intende comunemente un popolamento costituito in tutto o quasi da specie vegetali erbacee. Le praterie temperate normalmente si trovano all’interno dei continenti, lontano dall’influsso dei venti ricchi di umidità provenienti dai mari, in zone che hanno inverni freddi ed estati calde e precipitazioni scarse durante tutto l’anno. Quindi in Italia dovremmo trovarle quasi solo nelle zone interne, delle Alpi e dell’Appennino. I nostri prati aridi hanno, al contrario, un’estensione molto più vasta, perché spesso si sono sviluppati – come prati secondari – in aree coperte un tempo da boschi che sono stati distrutti dall’uomo in tempi più o meno remoti.

Tra questi prati aridi, quello a me geograficamente più vicino sono le Murge, una parte di Puglia poco conosciuta e non turistica, a suo modo ricca di sorprese. Le Murge sono un altipiano carsico che si estende tra la Puglia centrale e la Basilicata orientale. Si tratta di prati secondari, in parte spietrati e coltivati. Le Murge sono in una condizione intermedia, tra prato e pascolo, con specie erbacee sfalciate nel periodo primaverile-estivo, per essere poi utilizzate durante il resto dell’anno come aree di pascolo per il bestiame. In queste formazioni vegetali, oltre alle specie seminate – prevalentemente cereali – si insediano piante erbacee spontanee che contribuiscono a formare un ambiente seminaturale. Una peculiarità delle Murge è la scarsità di acqua, non strettamente connessa ad una bassa piovosità (spesso inferiore a 500 mm annui) ma anche dovuta alla composizione litologica e chimica del terreno.

Il censimento floristico delle Murge ha portato al rinvenimento di oltre un migliaio di specie. Tra queste, ci sono entità vegetali poco comuni, autentici tesori che impreziosiscono l’altopiano, in alcuni casi vere e proprie rarità floristiche di straordinario interesse scientifico e fitogeografico. Gli ambienti carsici murgiani sono inoltre caratterizzati da doline, inghiottitoi, canyon e grotte di origine carsica. Si tratta di substrati altamente permeabili in cui l’acqua s’infila rapidamente nel sottosuolo. Per questo motivo sono frequenti gli ambienti rupestri che, con le loro caratteristiche estremamente conservative, permettono la sopravvivenza di molte specie vegetali rare, nonostante le vicissitudini geologiche e climatologiche del passato, rappresentando così delle isole floristiche dove sono rimaste accantonate specie relitte, reminiscenze di una flora arcaica oggi quasi del tutto scomparsa. In particolare, le pareti verticali a strapiombo delle gravine offrono asilo a numerose entità vegetali dai colori vivaci e di incomparabile bellezza, che erompono quasi per miracolo da ogni più piccola fessura ove si è potuto raccogliere un po’ di terriccio. Ad entità a diffusione tirrenico-occidentale, si aggiungono specie a irradiazione mediterraneo-orientale (es. Balcani); per cui le Murge sono un confine biologico di grande importanza, un territorio di incontro in cui le specie vegetali orientali si mescolano con quelle occidentali, dando origine ad una flora di grande ricchezza e varietà.

Un’altra caratteristica delle Murge è il limitato sviluppo, la degradazione o la completa assenza del suolo. I prati aridi murgiani sono presenti in zone in cui affiorano rocce calcaree o dolomitiche, su aree caratterizzate dall’assenza di scorrimento idrico superficiale dovuta a fenomeni di tipo carsico. La scarsità di risorse nutritive disponibili nel terreno, causata anche da fattori climatici e dal continuo disturbo antropico, rendono impossibile la ripresa del bosco, che scompare o diviene rado. Dove la roccia è affiorante, se il suolo è presente, esso richiede generalmente tempi lunghissimi per formarsi e, qualora venga eroso, si riforma difficilmente. Inoltre, la composizione chimica dei calcari murgiani inibisce i processi pedogenetici. A questo contribuiscono le attività umane connesse alle pratiche agricole e silvo-pastorali, che rendono brulle in modo permanente queste aree un tempo boschive. Infine, il pascolo intensivo e i ripetuti incendi, spesso di natura dolosa, facilitano il denudamento dei versanti e l’erosione del suolo.

 

Adattamenti ecologici della vegetazione murgiana

A causa delle alte temperature estive, degli alti livelli di irraggiamento e di scarsità idrica stagionale, le Murge sono un ambiente difficile per le piante. Le strategie adottate da queste per vivere in tali condizioni sono essenzialmente di due tipi: temporali e morfologiche. La specializzazione temporale più spinta è quella delle specie erbacee annuali a ciclo breve, dette terofite, che trascorrono la stagione avversa sotto forma di seme, germogliano, crescono, fioriscono e fruttificano nell’arco di poche settimane, pochi mesi al massimo, approfittando della breve stagione umida (primavera e, in parte, autunno). D’altra parte, gli adattamenti di tipo morfologico sono mirati a limitare la traspirazione attraverso gli stomi delle foglie, con la riduzione della superficie fogliare o con l’abbondante presenza di peli che ricoprono la superficie fogliare. I feltri lanosi di peli che ricoprono fusti e foglie (detti tomentosi) hanno anche la funzione di proteggere dall’eccessiva irradiazione solare che, oltre a favorire l’evaporazione, potrebbe danneggiare i tessuti a causa i raggi ultravioletti.

Un’altra caratteristica della vegetazione delle Murge è di presentare aree, per lo più piccole ma numerosissime, interamente occupate da piante annue, nane e precoci. Le radure nella macchia e le piccole aiuole naturali di terra tra le rocce nude sono le stazioni predilette di varie specie di piccole dimensioni e di altre che, normalmente, raggiungerebbero dimensioni maggiori, ma che invece rimangono nane pur fiorendo e fruttificando, e muoiono senza avere raggiunto la loro statura normale. Successivamente, nelle stesse stazioni alla vegetazione nana subentra una nuova generazione di piante di maggiori dimensioni, che cancella qualsiasi traccia della precedente.

L’insieme di questa vegetazione annua, nana, precoce e fugacissima viene detta “microflora mediterranea precoce. Il “nanismo” è un fenomeno biologico di adattamento all’ambiente causato dal fatto che nei luoghi dove si sviluppa la microflora non vi sono piante perenni, perciò il terreno è adatto, quando sopraggiungono le prime piogge autunnali, al germogliamento di un gran numero di semi. In questo terreno libero da competitori, le giovani piante si sviluppano bene da principio, ma ben presto comincia la competizione: viene a mancare lo spazio ed il nutrimento e le piante arrestano il loro accrescimento. Mentre le specie normalmente piccole hanno, nel frattempo, acquistato il loro sviluppo completo, quelle appartenenti alla microflora si bloccano prima di averlo raggiunto. Tuttavia, anche queste ultime possono fiorire e fruttificare, perché le vicine, piccole anch’esse, non competono con loro né per la luce, né per lo spazio, né tantomeno per i nutrienti del suolo. Terminato il ciclo vegetativo di questa microflora precoce, germogliano e si sviluppano altre specie, più tardive, le cui giovani piantine crescono tra le piante nane in fiore e in frutto, e producono una seconda vegetazione, più ricca. Anche quest’ultima è annuale e termina il suo ciclo prima della calura estiva, lasciando libero il terreno fino all’epoca in cui inizia il nuovo germogliamento dei semi.

 

Schema illustrante l’evoluzione della vegetazione mediterranea e submediterranea (fonte: Quaderni Habitat n. 12).

 

Utilizzi pratici delle specie vegetali murgiane

Ho già parlato qualche anno fa dell’uso pratico di due specie tipiche delle Murge: la ginestra odorosa (Spartium junceum) per fabbricare contenitori detti “grilli” e la ferula (Ferula communis) per costruire sgabelli detti “firlizze. In realtà, però, sono tante le specie che venivano usato a scopo artigianale, edule e medicinale. Nelle piane di Altamura e Gravina, fino al secolo scorso, ogni persona conosceva almeno 30 piante di uso pratico. Oggi si cerca di recuperare questo patrimonio culturale ma, come accade per una lingua persa, è difficile trasmettere di nuovo queste conoscenze alle nuove generazioni.

Varie specie di asfodelo (Asphodelus spp.), frequenti nei pascoli impoveriti rimasti a lungo incolti, erano utilizzate in per intrecciare i caratteristici cesti per il pane (panieri) e canestri (corbule), decorati con motivi geometrici ottenuti dall’alternanza di fibre più chiare (prelevate all’interno della pianta) e più scure (all’esterno). Per preparare i manufatti i fusti di asfodelo, sradicati e raccolti in fasci all’inizio della primavera, erano esposti al sole per circa venti giorni, quindi tagliati in listarelle ed essiccati all’aria. Prima di essere lavorati, venivano posti a bagno per alcune ore. I tuberi di asfodelo venivano lessati, sminuzzati e applicati sulla pelle per lenire gli arrossamenti.

 

Cesto realizzato con asfodeli (fonte: Quaderni Habitat n. 12).

 

Le foglie del cardo mariano (Silybum marianum), eliminate le spine, erano cotte in brodo; i fusti più giovani venivano privati della cuticola, tagliati a pezzetti, quindi lessati o fritti; i capolini, privati delle parti fibrose e spinose, erano cucinati come i carciofi. I frutti (acheni) erano usati per curare i disturbi del fegato perché contenenti silimarina. L’elicriso (Helichrysum italicum), pianta aromatica dalle proprietà antinfiammatorie, era comunemente utilizzato come digestivo in campo veterinario. La stramma (Ampelodesmos mauritanicus), anche conosciuta come “tagliamani”, era adoperata per intrecciare funi, cesti per il pesce e recipienti per granaglie e ortaggi, e per impagliare damigiane, fiaschi e sedie. Con le sue lunghe infiorescenze, si realizzavano torce e la copertura di capanne rustiche. È documentato l’antichissimo uso di questa pianta per legare la vite, come attesta il nome greco: “ampelodesmos” (da “ampelos” = vite, e “desmòs” = legaccio). E, tra le specie eduli, le immancabili la cicoria comune (Cichorium intybus), sivone (Sonchus oleraceus), la rucola (Eruca vesicaria) e la borragine (Borago officinalis), raccolte e mangiate abbondantemente ancora oggi.

Tra la vegetazione delle Murge si trovano molte piante mediterranee, il cui areale, caratterizzato da maggiore umidità, si sovrappone spesso a quello dei prati secchi. Tra quelle utili, ricordiamo il corbezzolo (Arbutus unedo), di cui ho già parlato, il pungitopo (Ruscus aculeatus), le cui foglie appuntite e sclerotizzate allontanavano i topi dalle derrate alimentari, e varie specie di ginepro (Juniperus spp.), dalle proprietà diuretiche, queste ultime due trattate in un post di qualche anno fa. In particolare, il ginepro era usato per produrre carbone, scolpire statue, bastoni e piccoli oggetti (come anche si faceva con il legno di mirtoMyrtus communis), e il suo legno veniva distillato per produrre l’olio di Cadé, usato per curare le malattie della pelle a causa delle sue proprietà disinfettanti e vulnerarie. E ancora, l’erica arborea (Erica arborea) e la fillirea (Phyllirea spp.), usate in passato per la produzione di carbone e di scope, e le cui fascine di rami servivano per coprire i tetti e le pareti delle case povere, l’euforbia arborea (Euphorbia dendroides), il cui lattice velenoso un tempo era sfruttato per la cattura dei pesci, buttando i rami della pianta negli specchi di acqua dolce, e l’asparago selvatico (Asparagus acutifolius), dai turioni commestibilei e dalle proprietà diuretiche. Quest’ultimo cresce soprattutto in prossimità delle zone più secche e brulle, come ad esempio nelle fessure dei muretti a secco, che sono un segno distintivo delle Murge, e sotto i tronchi di grani alberi (olivo, carrubo, ecc.). Infine, una specie dal nome molto evocativo, nonché ingrediente magico e alimento principale dei Puffi, è la salsapariglia, o strappabraghe (Smilax aspera), a causa del fusto legnoso, molto ramificato e ingarbugliato, glabro, tenace e provvisto di spine rivolte all’indietro, presenti anche sul bordo e sulle nervature delle foglie, i cui frutti (e in minor misura le radici) hanno proprietà depurative grazie all’alto contenuto di saponine.

 

Puffo che mangia una foglia di salsapariglia (copyright: Peyo).

 

Prima di concludere questo lungo articolo, vorrei citare due specie che ho ritrovato spesso sulle Murge (sto pensando in questo momento che dovrei camminare più spesso per campagne e mi sto riproponendo di farlo): la marruca (Paliurus spina-christi) e il lumino greco (Ballota acetabulosa). La prima, parente del giuggiolo (Ziziphus jujuba), è un arbusto spinoso, il cui nome scientifico indica che i suoi rami sarebbero serviti per costruire la corona di spine di Gesù. Di sicuro, i rami più vigorosi e dritti della marruca erano utilizzati per appendere i grappoli d’uva e i pomodori da conservare per l’autunno e i primi mesi invernali, e per costruire siepi impenetrabili per recintare i campi a difesa dal bestiame al pascolo. Inoltre, i frutti, edibili e dal sapore di mela secca, erano tostati e macinati per produrre un surrogato del caffè, e hanno proprietà diuretiche, ipoglicemizzante e anticolesterolemiche.

 

Corona di spine (copyright: Orto Botanico di Napoli).

 

La seconda pianta, il lumino greco, è ancora più curiosa: i suoi calici imbutiformi delle infiorescenze essiccate erano infatti utilizzati, prima dell’avvento dell’elettricità, a mo’ di stoppini vegetali per alimentare lampade e lumini. I calici venivano bagnati nell’olio e appoggiati capovolto in un piccolo contenitore in terracotta contenente una parte di olio e due parti di acqua, e poi accesi.

Anche se il lumino è greco, piuttosto direi: “mater artium necessitas”.

 

Infiorescenze essiccate del lumino greco (fonte qui).

 

Grazie a loro, ho scritto:

Appunti personali.

Cifarelli S (2016). La pianta dei lumini. https://biodiversitapuglia.it/la-pianta-dei-lumini/

Medagli P, Gambetta F (2015) Le piante del Parco. Collana Parcomurgia.

Paliurus spina-christi. https://it.wikipedia.org/wiki/Paliurus_spina-christi

Quaderni Habitat n. 12 (2009) I prati aridi. Coperture erbacee in condizioni critiche. Ministero dell’Ambiente.

Quaderni Habitat n. 6 (2008) La macchia mediterranea. Formazioni sempreverdi costiere. Ministero dell’Ambiente.

Signorile L (2018) I muretti a secco riconosciuti Patrimonio dell’Umanità. http://www.nationalgeographic.it/popoli-culture/2018/11/29/news/i_muretti_a_secco_sono_diventati_patrimonio_dell_umanita_-4209119/

 

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