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Set
30
2016
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L’arsenale vegetale del viandante

Santiago

 

Dal XI secolo dopo Cristo e durante tutto il Medioevo, Santiago di Compostela fu meta di un importante pellegrinaggio. Allora, più di cinquecentomila pellegrini si mettevano ogni anno in viaggio, a piedi, verso Santiago. Venivano da ogni parte d’Europa. Si recavano in Spagna per rendere omaggio alla tomba dell’apostolo San Giacomo. Alla fine del XVI secolo, mentre le guerre di religione ostacolavano seriamente il pellegrinaggio, il vescovo di Santiago fece nascondere le spoglie dell’apostolo per proteggerle. I sacri resti furono scoperti per caso soltanto verso la fine del XIX secolo.

 

Dall’incipit de “La Via Lattea”, di Luis Buñuel

 

 

Compito principale del pellegrino era, per l’appunto, quello di camminare. Se era abbiente, poteva decidere di compiere il tragitto a cavallo ma la maggior parte di loro aveva come unico mezzo le gambe. I pellegrini avevano una duplice natura: da una parte erano rispettati, in quanto la Chiesa avrebbe scomunicato coloro che si fossero permessi di attaccare un pellegino, dall’altra erano temuti perché la maggior parte di essi faceva il percorso a scopo penitenziale e probabilmente per peccati che non si potevano lavar via con semplici preghiere. Tra di loro si potevano quindi nascondere criminali, emarginati, invasati e persino futuri santi.

Era quindi fondamentale distinguere un pellegrino da un semplice viandante. In realtà, non era moto difficile fare questa distinzione perché i pellegrini autentici erano facilmente riconoscibili per particolari segni. Il più famoso, ancora oggi, è il guscio della capasanta atlantica (“concha de Santiago” o, in nomenclatura binomia, Pecten jacobaeus), che i pellegrini in viaggio vero Santiago de Compostela contrasegnavano con una croce e tenevano in bella vista, a dimostrare il loro status; poi c’erano le credenziali con i vari timbri che testimoniavano il loro passaggio da chiese e locande, ma ciò che li rendeva riconoscibili era soprattutto il loro abbigliamento, quasi una divisa, di solito marrone, con un gran cappello a larghe falde (“petaso”), un mantello (“pellegrina o cappa”), una piccola bisaccia (“scarsella”) di pelle di animale, un bastone (“bordone”) al quale spesso veniva legata una zucca secca (“calabaza”) a mo’ di borraccia e a volte anche il guscio della capasanta che, oltre ad essere la ID card del pellegrino, fungeva anche da cucchiaio e piattino, e il cui nome deriva appunto da “cappa” (la veste del pellegrino).

Nondimeno, l’arsenale vegetale delle varie regioni attraversate era di primaria importanza per il pellegrino; e questo per varie ragioni.

 

  • Il bordone. Prima dei moderni bastoncini telescopici di progettazione teutonica, mutuati dal nordic walking, il pellegrino camminava appoggiandosi ad un bastone massiccio e leggero, e dalla impugnatura ricurva, chiamato “bordone”. Esso veniva consegnato al pellegrino durante l’investitura ufficiale. Era solitamente di legno di noce, nocciolo, faggio o ciliegio, abbastanza resistenti ed elastici. I bastoncini telescopici presentano numerosi vantaggi, dalla leggerezza alla facilitazione della camminata, ma volete mettere l’effetto psicologico sugli altri pellegrini di un bastone come quello di Gandalf e l’effetto deterrente di un buon colpo assestato di bordone su animali selvatici e persone moleste? Il bordone simboleggiava inoltre la Trinità quale “terzo piede”, cui il pellegrino si appoggia. Il nome deriverebbe da “burdònem” (una varietà di mulo selvatico, povero, umile e resistente). La forma del bordone ricorda un pastorale da vescovo (“baculum”), e d è anche un simbolo della leggendaria battaglia, legata alle tradizioni carolinge, del Rio Cea presso Sahagùn, dove Carlo Magno si scontrò con l’africano Aigolando e le lance dei caduti cristiani rimaste piantate nel terreno fiorirono sulle rive di un fiume.

 

  • Non si vive però di solo spirito: il pellegrino aveva bisogno di energia terrena. Il “menù del pellegrino” (molto diverso da quello delle odierne locande presenti lungo il Cammino) era solitamente povero, quindi a base di zuppe e minestre come ad esempio: la paniccia, a base di cereali e legumi, il macco, una vellutata fatta con legumi secchi. Solo se si aveva qualche soldo in più, c’erano salumi, formaggi e frittatine. L’alimento principe era il pane, grazie anche alla sua capacità di conservazione. Non doveva essere bianco perché era simbolo di mollezza, mentre era molto diffusa la sua variante nera, chiamata pane “della penitenza”, fatto con grano tenero, segale, spelta, orzo, crusca di frumento, farina di fave e di castagne. I pellegrini che venivano accolti nelle case si dovevano accontentare di qualche tazza di pulmentum. Questo minestrone era fatto con verdure di stagione (molto usata la borragine), cereali e legumi, condito con un po’ di lardo a pezzetti e qualche acciuga.

 

  • Camminare ogni giorno a tappe forzate sfiniva il corpo, per cui bisognava curarsi. Nel corso dei secoli, lungo le vie del Cammino erano sorti ricoveri ed ospedali, i monasteri davano sollievo ed aiuto. I primi ospizi furono costruiti nei passaggi difficili del percorso come i passi di Somport, Roncisvalle e O Cebreiro. Era una farmacopea naturale che traeva da erbe ed arbusti le essenze per preparare medicinali per ogni malanno e malattia. Chi si metteva in marcia sovente conosceva un ricettario di “pronto soccorso” per una serie di malanni che andavano dalle artriti alle punture di insetti, dalle varici ed ulcere alla sciatica, dalle bronchiti alle ferite ed alle piaghe, dalla pelle secca alle bruciature solari e dovute al fuoco. La ruta (Ruta graveolens) era un rimedio contro la nausea e gli svenimenti. Per la artriti c’era la verbena (Verbena officinalis); contro l’asma la celidonia (Chelidonium majus) e l’origano. La prima era una specie di farmaco ad ampio spettro, utilizzata anche per bronchiti, calli e catarro. In caso di cadute, c’era la coda di cavallo (Equisetum telmateia) mentre per i calli, che potevano diventare un vero tormento per dei pellegrini, oltre alla celidonia veniva usata l’erba di S. Giovanni (Sedum telephium maximum) ma anche lavanda, cardo e menta. Rimedio fondamentale per la stanchezza era l’agrimonia (Agrimonia eupatoria) o l’acetosella (Oxalis acetosella), che i pellegrini chiamavano anche “alleluja”. Contro il catarro, oltre alla celidonia venivano usati l’origano e la beccabunga (Veronica becunga). In caso di contusioni e lividi il rimedio era (e lo è stato a lungo) la cipolla bianca o rossa (Allium cepa): una volta arrostita, le si toglieva la pelle e si mettevano i pezzi tritati in un panno o una tela sull’ematoma, tenendovela per una notte. Se il problema erano le gengive deboli (scorbuto dovuto a poca vitamina C), si usava la corteccia di Alnus glutinosa, ossia l’ontano, mentre se sanguinavano c’era la potentilla. Di queste ultime due piante, si cuocevano le foglie e lo stelo fresco in mezzo litro d’acqua per cinque minuti, poi facevano dei risciacqui. Usate come gargarismo, erano un buon rimedio anche per liberarsi dalle spine rimaste in gola. Strada facendo, si raccoglievano le more (Rubus fruticosus) come sollievo alla fatica del viaggio, mentre la sera, per recuperare le forze, i pellegrini mescolavano le more mature al vino rosso, un’antica versione della sangria. Per le piaghe si usavano due rimedi opposti: il metodo “sacro”, l’erba di San Giacomo (Senecio jacobea; vedi il punto successivo) e quello “profano”, cioè l’ombelico di Venere (Ombelicus rupestris), quet’ultimo utilizzato per curare l’epilessia e dalle presute proprietà afrodisiache. Per le punture di insetti si usavano la dulcamara (Solanum dulcamara) e la melissa (Melissa officinalis), ma per le parti delicate si preferiva l’anterisco, o cerfoglio dei prati (Anthriscus sylvestris). Dell’olivo (Olea europaea), astringente, febbrifugo, purgante ed emoliente, veniva utilizzato l’estratto dal frutto spremuto: erano sufficienti alcune gocce, pure o diluite con acqua, per liberarsi da insetti e moscerini entrati negli occhi, contro le bruciature solari e per guarire i geloni.

 

  • Così come il Cammino di Santiago finisce alla tomba di San Giacomo, l’iter stellarum, ossia il cammino delle stelle, è la via che conduce gli uomini all’Aldilà, e costituisce l’ultima prova che l’uomo, pellegrino della vita, deve compiere prima che il suo compito sia terminato. Tanto era viva questa metafora del pellegrinaggio come bilancio dell’esistenza che i pellegrini, visitata Compostella, a volte raggiungevano sull’Atlantico la vicina Finis Terrae per avere la visione dell’estremo limite dell’Europa, l’orlo del mondo conosciuto secondo i Romani. La tradizione ha costellato questo mito di semplici leggende come quella dell’erba di San Giacomo, una pianta spontanea e comune chiamata anche matricale selvatico o senecio di San Giacomo (Senecio jacobaea, o Jacobaea vulgaris). Si racconta che San Giacomo, patrono dei pellegrini, l’abbia lasciata lungo i bordi di ogni strada dove era passato perché servisse da medicina ai viandanti. Infatti medica le ferite ed è, sotto forma d’impiastro, benefico per l’angina, le piaghe, le fistole e il dolore.

 

  • Infine, la calabaza. La maggior parte delle zucche coltivate oggi sono originarie dell’America Centrale. Vi sono però specie che provengono in particolare dall’Asia tropicale, conosciute per questo motivo come zucche indiane. Erano queste le uniche zucche presenti in Europa prima della scoperta dell’America, da dove invece provengono le zucche del genere Cucurbita. La zucca a fiasco (o zucca dei pellegrini, zucca da vino, zucca dei pescatori, zucca bottiglia, cocozza o zucca lagenaria; Lagenaria siceraria (Molina) Standl., 1930) era appunto una di queste zucche indiane. Della lagenaria parlarono infatti Columella e Plinio. Della Lagenaria siceraria esistono e si coltivano numerose varietà, che si distinguono tra loro per la forma dei loro frutti (vedi foto qui in basso; fonte: Cretti, 2010). La Lagenaria siceraria a fiasco è la più tipica e caratteristica – per intenderci, la calabaza del pellegrino – con la parte basale arrotondata (15-20 cm di diametro) e il collo rigonfio.

 

Zucca Lagenaria

 

I frutti della diverse varietà di Lagenaria sicerariam, dalle forme così insolite, sono a volte commestibili allo stato fresco, inizialmente di colore verde chiaro, di consistenza tenera, ma la cui buccia diventa ben presto durissima, coriacea ed impermeabile, anche se piuttosto sottile. Una volta maturi ed essiccati, diventano leggerissimi, con interno cavo, scarsa polpa e semi coriacei. Possono essere così usati per realizzare contenitori per acqua e liquidi in genere, nonché simpatiche suppellettili, strumenti musicali ed oggetti di vario tipo, tra cui anche i “koteka”, degli astucci penici (o coprifallo), che in alcuni gruppi etnici fungono da marcatore sociale. Se l’obiettivo è mangiarle, le lagenarie, al pari delle zucchine e simili, possono essere consumate cotte in minestroni (ricordo varietà squisite coltivate in Sila) o possono essere conservate sotto aceto. Si predilige in cucina l’utilizzo dei frutti più giovani, i quali tra l’altro presentano un elevato grado di delicatezza e di succosità.

E’ stato inoltre dimostrato che gli estratti del frutto di lagenaria hanno diverse proprietà: epatoprotettiva, antiossidante, antiperglicemica, immunostimolante, antiperlipidica e cardiotonica. Il succo del frutto ha inoltre una attività diuretica comparabile a quella del principio attivo furosemide a concentrazione di 20 mg/kg. Tra le cucurbitacee, il frutto di questa specie ha alti livelli di colina, un precursore dei fosfolipidi costituenti le membrane biologiche delle cellule (in particolare, la fosfatidilcolina è abbondantemente presente nell’encefalo); d’altro canto, i semi contengono elevati livelli di acidi grassi omega. Habitur Raman (2003), in un suo articolo dallo stile prettamente indiano, tra lo scientifico e la leggenda, conclude un suo articolo sulla lagenaria e altre cucurbitacee in questo modo: “Invece di ingerire pillole di vitamine o integratori, una fetta di lagenaria, una fetta di melone e una manciata di semi di zucca sono sufficienti a mantenere un buono stato di salute. Una tazza di succo di anguria al mattino e un’insalata mista con fette di lagenaria […] sono sufficienti per star bene”.

 

 

Grazie a loro, ho scritto:

 

Cretti L (2010) La lagenaria, un’insolita zucca dai molteplici utilizzi. Vita in Campagna 12: 20-21

Deshpande JR, Choudhari AA, Mishra MR, Meghre VS, Wadodkar SG, Dorle AK (2008) Beneficial effects of Lagenaria siceraria (Mol.) Standley fruit epicarp in animal models. Indian Journal of Experimental Biology 46: 234-242

Erboristeria degli antichi pellegrini. http://www.camminodiassisi.it/erboristeria-degli-antichi-pellegrini.html

Vademecum per pellegrini della Via Francigena e oltre a cura di Monica D’Atti – Edizione 2016. http://www.confraternitadisanjacopo.it/Francigena/esperienza/vademecum.pdf

Ghule BV, Ghante MH, Yeole PG, Saoji AN (2007) Diuretic activity of Lagenaria siceraria fruit extracts in rats. Indian Journal of Pharmaceutical Sciences 69 (6): 817-819

Habitur Rahman AS (2003) Bootle gourd (Lagenaria siceraria) – A vegetable for good health. Natural Product Radiance 2 (3): 249-256

Il cibo dei pellegrini, cosa mangiavano lungo la Via Francigena? http://www.lacucinaitaliana.it/news/in-primo-piano/il-cibo-dei-pellegrini-cosa-mangiavano-pellegrini-lungo-la-via-francigena/

Lagenaria siceraria. https://it.wikipedia.org/wiki/Lagenaria_siceraria

Mugarza J. Guia de las plantas medicinales del Camino de Santiago. Ediciones de librerìa San Antonio.

Santi e simboli – Giacomo il Pellegrino. http://santiesimboli.blogspot.it/2012/07/giacomo-il-pellegrino.html

Wang HX, Ng TB (2000) Lagenin, a novel ribosome-inactivating protein with ribonucleolytic activity from bottle gourd (Lagenaria siceraria) seeds. Life Sciences 67(21): 2631-2638

COMMENTI 1   |   Scritto da Horty in:  PersonaliScienza e fantascienza |
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