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Apr
19
2015
1

Ancora sulla gestione sostenibile degli oliveti

Pubblico qui due brevi saggi appena scritti che spero possano servire in un periodo così difficile per l’olivicoltura meridionale.

 

Funghi

[In figura: funghi colturabili in un suolo di un oliveto gestito in modo sostenibile (sinistra) e in uno gestito secondo tecniche convenzionali (destra). Le piastre si riferiscono alla tessa diluizione di suolo (10-2). Si noti l’elevato numero di unità formanti colonie nella piastra di sinistra.]

 

 

Caratteristiche dei suoli dal punto di vista della sostanza organica e della fertilità microbiologica negli oliveti

 

Il principio chiave del concetto di sostenibilità è quello di soddisfare le esigenze del presente senza compromettere le necessità delle generazioni future. Se le risorse naturali, come suolo, acqua e sostanze nutritive vengono utilizzate a un ritmo più veloce di quello con cui sono reintegrati, il sistema di gestione dell’agroecosistema diventa quindi insostenibile. Un altro concetto alla base della sostenibilità è quello di mantenere un elevato livello di biodiversità anche attraverso l’adozione di tecniche di difesa fitosanitaria sostenibili (lotta integrata) per ridurre al minimo i rischi per la salute umana e per l’ambiente (direttiva UE 128/2009). Vigneti e frutteti sono alcune delle colture più importanti ed estese degli agro-ecosistemi mediterranei.

Le lavorazioni del suolo, in qualità di tecnica di aridocoltura, rappresentano la modalità di gestione del suolo più diffusa negli oliveti mediterranei. Gli svantaggi connessi alle lavorazioni continue del suolo, quali la degradazione e l’impoverimento dei suoli, sono ormai acclarate. Per queste ragioni, queste pratiche agronomiche tradizionali dovrebbero evolvere in una gestione nel suo complesso più sostenibile, volta ad incrementare il tenore di sostanza organica del suolo. In condizioni climatiche semi-aride, l’applicazione di fonti diversificate di sostanza organica può essere un fattore chiave per migliorare la qualità e la fertilità del suolo e per preservare le risorse naturali, principalmente suolo e acqua, evitando di conseguenza effetti negativi sull’ambiente. Inoltre, le pratiche agricole possono svolgere un ruolo importante nel sequestro del carbonio. Lo stock di carbonio può essere visto come misura del contributo relativo alla biomassa al ciclo del carbonio. La capacità di immagazzinare carbonio organico di un suolo (suolo visto come sink di carbonio e non come source che libera CO2 in atmosfera) dipende in larga misura dalle proprietà pedoclimatiche ma è bene ricordare che il sistema di coltivazione può svolgere un ruolo considerevole. Insieme con la gestione del suolo, un altro punto critico per una olivicoltura sostenibile riguarda la progettazione dell’impianto di irrigazione, che influenza una serie di parametri, quali l’efficienza dell’uso dell’acqua da parte delle piante, la qualità della produzione, e il contenimento dei patogeni. L’obiettivo finale delle sperimentazioni condotte negli ultimi anni (vedere bibliografia) è stato quindi quello di incoraggiare gli agricoltori ad adottare un sistema agricolo sostenibile nel suo complesso, allo scopo di promuovere la produzione di frutta di buona qualità senza determinare effetti negativi sull’ambiente.

L’olivo può essere considerato una specie paradigmatica per gli agro-ecosistemi mediterranei. Nei sistemi di allevamento tradizionali, adottati dalla maggioranza degli agricoltori del Sud Italia, la frequente lavorazione del terreno aumenta i fenomeni di erosione e di perdita di fertilità del suolo, e spesso riduce la diversità e la complessità microbica del suolo, che contribuiscono fortemente alla fertilità globale di un suolo. Le pratiche di gestione agronomica sostenibili, d’altro canto, stimolano e selezionano naturalmente i microrganismi del suolo che benefici per le piante, quali quelli coinvolti nei cicli dl carbonio e dell’azoto (che in linea di massima determinano la quantità e la disponibilità di macronutrienti disponibili per le piante) e quelli che promuovono la crescita delle piante e/o che fungono da deterrenti contro i microrganismi patogeni (per attacco diretto contro i patogeni, produzione di antibiotici naturali, effetti di stimolazione delle difese endogene e “sistema immunitario” delle piante).

Attualmente, nella comunità scientifica c’è un particolare interesse nella conservazione della biodiversità e nel suo ruolo nel mantenimento della funzionalità degli agro-ecosistemi. La comunità microbica del suolo, che comprende batteri, funghi, protozoi e alghe unicellulari, è coinvolta in vari processi fondamentali, quali la decomposizione e il ciclo della sostanza organica, la regolazione della disponibilità dei nutrienti, la formazione delle micorrize, la produzione di sostanze biologicamente attive e la promozione della qualità chimico-fisica del suolo. I microrganismi sono quindi in grado di influenzare la qualità del suolo e la crescita delle piante regolando la disponibilità e il riciclo degli elementi nutritivi. Per questo motivo, la complessità microbica di un suolo costituisce un indice di fertilità attendibile. I batteri sono gli organismi più numerosi del suolo. Infatti, un grammo di suolo può contenere anche miliardi di batteri. D’altra parte, i funghi che vivono nel suolo sono spesso i microrganismi dominanti in termini di biomassa (fino al 70-80% ella biomassa del terreno). La diversità microbica del suolo è alla base del ruolo fondamentale svolto dai microrganismi per il funzionamento degli ecosistemi terrestri. Infatti, maggiore è il grado di biodiversità intra o interspecifica e funzionale di un agro-ecosistema, maggiore sarà la tolleranza di quest’ultimo alle perturbazioni e la sua resilienza (intesa come capacità di ripresa in seguito ad un disturbo) a fattori ambientali sfavorevoli. Ciò si riflette anche in un aumento della tolleranza delle piante a vari stress ambientali (carenza di acqua e di nutrienti, condizioni climatiche sfavorevoli, comparsa di malattie, ecc.). Gli strati di suolo più superficiali rivestono in questo un’importanza fondamentale, considerando che la biodiversità microbica e il numero di microrganismi sono elevati soprattutto nei primi 20-30 cm di suolo, cioè in quel sottile strato sul Pianeta che ci permette di vivere.

La composizione, la complessità, la diversità genetica e l’utilizzazione dei nutrienti delle comunità microbiche del suolo sono fortemente influenzate da un sistema di gestione sostenibile. Nel caso degli oliveti, dopo diversi anni di gestione sostenibile (che ha previsto irrigazione a goccia, copertura del suolo con colture erbacee spontanee, fertilizzazione guidata e riciclo in campo del materiale di potatura), i risultati ottenuti mediante tecniche microbiologiche tradizionali e molecolari hanno mostrato differenze significative rispetto al sistema di gestione convenzionale, evidenziando una mFunghi colturabili in un suolo di un oliveto gestito in modo sostenibile (sinistra) e in uno gestito secondo tecniche convenzionali (destra). Le piastre si riferiscono alla tessa diluizione di suolo (10-2). Si noti l’elevato numero di unità formanti colonie nella piastra di sinistra. ntraaggiore diversità (genetica, funzionale e metabolica) e una maggiore quantità di specie microbiche, effetti dovuti soprattutto all’applicazione periodica di sostanza organica prodotta in situ. Le analisi microbiologiche hanno permesso di rilevare cambiamenti significativi, di tipo qualitativo e quantitativo, delle comunità microbiche del suolo in risposta alle pratiche colturali sostenibili adottate. I risultati degli studi condotti nell’ultimo decennio hanno evidenziato che:

  • la modalità di gestione del terreno ha un effetto significativo sulla numerosità e la biodiversità delle popolazioni fungine e batterica del suolo;
  • la popolazione fungina è più sensibile ai cambiamenti di gestione del suolo degli oliveti rispetto a quella batterica;
  • in mancanza di frequenti perturbazioni dovute all’azione antropica si crea un ambiente più favorevole allo sviluppo delle popolazioni microbiche;
  • la diversificazione delle comunità microbiche è sicuramente esaltata dalla pratica di apportare al terreno materiale organico di diversa qualità, dalle colture spontanee dell’inerbimento ai residui di potatura.

Questi risultati confermano la necessità di incoraggiare gli agricoltori a praticare la gestione del suolo sulla base di input di materia organica associati a lavorazioni minime del terreno (minimum tillage) al fine di migliorare la fertilità microbiologica del suolo. Le pratiche di gestione sostenibili sono quindi una misura efficace per gestire il suolo degli oliveti. Le informazioni ottenute da recenti studi (vedere bibliografia) potrebbero così essere di riferimento per gli olivicoltori che intendano scegliere tecniche e strategie di gestione del suolo più idonee alla gestione degli oliveti e alla conservazione delle risorse naturali.

 

 

La fillosfera e sua importanza per le difese naturali delle piante di olivo

 

L’interfaccia tra la parte aerea delle piante e l’atmosfera (fillosfera per le foglie e carposfera per i frutti) costituisce un habitat molto specifico per i microrganismi epifiti ed è normalmente colonizzata da una varietà di batteri, lieviti e funghi. Sia nella fillosfera che nella carposfera, i batteri sono di gran lunga gli organismi più numerosi, essendo spesso riscontrati a livelli di 106-107 cellule/cm2. I microrganismi che vivono in questo particolare micro-ambiente rispondono positivamente, sia in termini di abbondanza che di diversità microbica, alle differenti pratiche di gestione (lavorazione del suolo, irrigazione, concimazione, potatura) degli agro-ecosistemi. Partendo da questa base, recentemente sono state caratterizzare le comunità batteriche della fillosfera e della carposfera in piante di olivo mature sottoposte a due diversi sistemi di gestione (sostenibile e convenzionale) per diversi anni. La gestione sostenibile ha previsto la non lavorazione del suolo e apporti di sostanza organica provenienti da diverse fonti (irrigazione a goccia con acque reflue, inerbimento e residui di potatura).

Dalle indagini molecolari effettuate, è emerso che una gestione sostenibile del suolo ha modificato significativamente la composizione della comunità batteriche della fillosfera e della carposfera, aumentandone la biodiversità. Questo risultato è in linea con precedenti studi sulle comunità microbiche del suolo effettuate nello stesso agro-ecosistema. Oltre ai batteri epifiti, è stato riscontrato che i batteri endofiti presenti nei frutti (mesocarpo) del trattamento sostenibile sono stati in grado di sintetizzare alcuni fitormoni che agiscono come fattori di crescita per le piante (es. auxine e citochinine) e di produrre enzimi specifici coinvolti nella resistenza delle piante di olivo verso i principali agenti patogeni fungini di questa coltura. I microrganismi che vivono all’interno o sulla parte aerea delle piante, molti dei quali ancora poco studiati e/o sconosciuti, potrebbero quindi avere un ruolo analogo a quelli dei microrganismi che vivono nel nostro intestino (da 1,0 a 1,5 kg in una persona di corporatura media), i quali hanno un ruolo chiave nella stimolazione del sistema immunitario umano e contribuiscono alla protezione dell’organismo contro virus e batteri patogeni. Una gestione sostenibile dell’oliveto ha quindi un ruolo fondamentale per il benessere delle piante anche da questo punto di vista.

 

 

Grazie a loro, ho scritto:

 

Casacchia T, Briccoli Bati C, Sofo A, Dichio B, Motta F, Xiloyannis C (2010) Long-term consequences of tillage, organic amendments, residue management and localized irrigation on selected soil micro-flora groups in a Mediterranean apricot orchard. Acta Horticulturae 862: 447-452. ISBN: 978-90-6605-356-4

Pascazio S, Crecchio C, Ricciuti P, Palese AM, Xioyannis C, Sofo A. Changes in phyllosphere and carposphere bacterial communities in olive plants managed with different cultivation practices. In stampa.

Sofo A, Celano G, Ricciuti P, Curci M, Dichio B, Xiloyannis C, Crecchio C (2010) Changes in composition and activity of soil microbial communities in peach and kiwifruit Mediterranean orchards under an innovative management system. Soil Research 48 (3): 266-273.

Sofo A, Ciarfaglia A, Scopa A, Camele I, Curci M, Crecchio C, Xiloyannis C, Palese AM (2014) Soil microbial diversity and activity in a Mediterranean olive orchard managed by a set of sustainable agricultural practices. Soil, Use and Management 30 (1): 160-167.

Sofo A, Palese AM, Casacchia T, Celano G, Ricciuti P, Curci M, Crecchio C, Xiloyannis C (2010) Genetic, functional, and metabolic responses of soil microbiota in a sustainable olive orchard. Soil Science 175 (2): 81-88.

Sofo A, Palese AM, Casacchia T, Dichio B, Xiloyannis C (2012) Sustainable fruit production in Mediterranean orchards subjected to drought stress. In: Ahmad P, Prasad MNV, “Abiotic Stress Responses in Plants. Metabolism, Productivity and Sustainability”. Springer, New York, USA. Pp. 105-129. ISBN 978-1-4614-0633-4.

Sofo A, Palese AM, Casacchia T, Xiloyannis C (2014) Sustainable soil management in olive orchards: effects on telluric microorganisms. In: Parvaiz A, Rasool S, “Emerging Technologies and Management of Crop Stress Tolerance: Volume 2 – A Sustainable Approach”. ISBN: 978-0-12-800875-1. Academic Press, USA. Pp. 471-484.

 

COMMENTI 1   |   Scritto da Horty in:  Scienza e fantascienza |
Apr
05
2015
0

Appunti sulla Xylella

 

Il problema del disseccamento degli olivi sta interessando una crescente area della Puglia ma è seguito con attenzione anche a livello nazionale ed europeo. Il disseccamento è stato associato alla presenza di un batterio (Xylella fastidiosa) all’interno del legno delle piante. Per fronteggiare l’emergenza fitosanitaria è stato emanato un piano di interventi che prevede l’estirpazione di piante di olivo ultracentenarie con grave impatto sull’economia degli olivicoltori oltre che sul paesaggio. A capo del suddetto piano il Commissario Delegato “alla Xylella” Dr. Giuseppe Silletti.

Il Prof. Xiloyannis è stato coinvolto in quanto esperto della gestione sostenibile dei frutteti e degli oliveti, egli ha sottolineato la necessità di adottare anche nelle aree colpite dal disseccamento le tecniche sostenibili di coltivazione per ripristinare la fertilità del terreno attraverso l’incremento del contenuto di carbonio e della biodiversità microbica. Infatti, attualmente nelle aree interessate prevale una gestione “molto semplificata” con massicce dosi di diserbanti e lavorazioni del terreno. Il Prof. Xiloyannis ha evidenziato che una gestione sostenibile renderebbe il sistema oliveto più sano e ricco di microrganismi, questo rinforzerebbe gli olivi che potrebbero meglio tollerare la presenza del batterio salvaguardando un patrimonio naturale.

Il video integrale di “Fuori Tg3” del 1 aprile 2015, in cui Xiloyannis e Silletti sono messi a confronto, riassume due punti di vista radicalmente diversi. Xiloyannis afferma: “I terreni del Salento come quello della Basilicata sono sterili, privi di vita, depauperati da anni e anni di utilizzo sfrenato della chimica”. La situazione, come spesso accade in questi casi, è confusa, tra diversi punti di vista, guerra chimica vs adozione di metodi agronomici sostenibili, agricoltura convenzionale vs agricoltura biologica, mancanza di coordinamento tra strutture di ricerca potenzialmente in grado di arginare il problema, ipotesi complottistiche, ecc. ecc.

Come avveniva per le epidemie di peste nera di manzoniana memoria, durante le quali si brancolava nel buio e nessuno avrebbe pensato a un batterio con una pulce come vettore, nel caso della Xylella non si riescono ancora a comprendere vari aspetti, quali le modalità di contagio del batterio, le dinamiche del vettore (Cicaline, famiglia Cicadellidae), come è stato importato il patogeno, cosa si può effettivamente fare e la possibile evoluzione positiva o negativa del fenomeno epidemico nel tempo.

Si è parlato e scritto molto sull’argomento, sia sulla stampa divulgativa che su quella specializzata e sui quotidiani nazionali e locali. Riporto qui in basso un interessante dibattito sul web tratto dal forum di Acta Plantarum, un sito molto interessante sul mondo vegetale che consiglio vivamente. Lungi dall’esporre soluzioni definitive al omplesso problema della Xylella, spero possa servire per avere un’idea un po’ più esaustiva sull’argomento e per fornire alcuni spunti ai lettori. Ah, dimenticavo, “horty 72” sono io!

 

 

 

Xylella fastidiosa

da egidio » 01 apr 2015, 13:11

Siamo tutti preoccupati per la sorte degli Ulivi del Salento, senza contare che la fitopatologia potrebbe allargarsi ad altre zone. Oggi al TG3 ne hanno trattato: era presente il responsabile del progetto emergenziale attuato dal ministero competente; era altresì intervistato un docente di Unibas, prof. Cristos Xiloyannis. Quello che è emerso nei quindici minuti (‘fuoritg’) è contraddittorio e insufficiente a capire: il Ministero pare essere partito per la eradicazione in toto di piante infette assieme all’uso massiccio di ‘insetticidi’ (contro il vettore del bacillo); peraltro il prof. Xiloyannis (una qual radice simile nei nomi del ‘nostro’ e del ‘bacillo’?!) sembrava sostenere un punto di vista assai diverso: lui puntava sulla natura ‘degenerata’ del suolo nei terreni agricoli pugliesi, diventato inerte per opere agroculturali dannose e inconsulte! Sembrava parlare la lingua dei biodinamici….Emergeva anche, dal dibattito, la mancata certezza che la Xylella fosse la causa unica dei disseccamenti degli alberi e comunque la possibilità di combattere la stessa con interventi meno ‘invasivi’.
Sarebbe opportuno che gli apisti pugliesi ci tenessero informati sul procedere degli eventi…
egidio

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Re: Xylella fastidiosa

da Garabombo » 01 apr 2015, 13:31

Quanto di più aggiornato ed equilibrato sul tema l’ho letto qui:

http://www.tela-botanica.org/actu/article6741.html

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Un alito può trapiantare / il mio seme lontano”
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Re: Xylella fastidiosa

da egidio » 01 apr 2015, 13:41

…ottimo: ma, se ho letto bene, nessuno pare allargare l’orizzonte fitopatologico verso i confini superati da Xiloyannis.
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Re: Xylella fastidiosa

da horty72 » 02 apr 2015, 12:32

Più che la lingua dei “biodinamici”, mi sembrava che Xiloyannis affermasse delle sacrosante verità di agronomia di base. Nel senso, va bene che si parla di “emergenza”, ma è anche vero che molti agricoltori non applicano nei loro campi tecniche di gestione sostenibile. Vogliono solo ottenere il raccolto, spesso svendendolo a produttori toscani (quanti autocarri pieni di olive e di mosto vediamo nelle nostre campagne in autunno?) e infischiandosene della fertilità dei loro suoli e della salvaguardia ambientale. Il solo fatto di metterli davanti a una situazione in cui devono curare i loro oliveti li scoraggia e li innervosisce perché vedono soldi che se ne vanno (non pensano che dopo 10-15 anni di gestione sostenibile di un oliveto, recupererebbero tutto quello che hanno speso inizialmente e anche di più). In agroecosistemi “deboli” o mal gestiti, la capacità di resilienza è minima e non mi sorprende che qualsiasi patogeno con un certo grado di “pericolosità” attecchisca. Se un suolo è mal gestito, la povertà microbiologica e la perdita di biodiversità microbica favoriscono la prevalenza di poche specie invasive, soprattutto se queste non hanno più nemici naturali o non ne hanno mai avuti perché esotici, come nel caso di Xylella. Del resto, biologicamente, si sa bene che dopo un incremento dell’epidemia iniziale, si arriva quasi sempre ad un equilibrio, in cui le piante si difendono sempre meglio dal patogeno e quest’ultimo diviene meno virulento, quasi per sua convenienza (ricordiamo l’AIDS degli anni ’80). Creare l’emergenza Xylella è inutile, servirebbe solo ad attuare costose misure agronomiche, per alcuni però molto “convenienti”: commercianti di veleni e macchine agricole, forze armate varie e agricoltori compresi (risarcimenti?). La Xylella è polifaga, non trovando olivi attaccherebbe altre specie, pronta a ritornare subito dopo sugli olivi. Inoltre, non si sa ancora se la Xylella si trasmette anche via polline, come accade per molti patogeni, per cui le misure drastiche sarebbero ancora più inutili. Personalmente, mi batterei molto di più sulla prevenzione della malattia piuttosto che fare una guerra chimica capeggiata da un generale con tanto di gradi e stellette. Naturalmente, questa è solo la mia opinione. Ciao.

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Re: Xylella fastidiosa

da egidio » 02 apr 2015, 14:20

Condivisibile in toto: quindi evviva Xiloyannis…speriamo che da quell’Unibas, vicina anche geograficamente, parta una battaglia autenticamente biologica ed agriculturale e soprattutto sostenibile…Purtroppo io, in buona compagnia, temo e prevedo che molti grossi guai alle colture (culture?) del pianeta stiano per travolgerci: basta aver girato un po’ per gli agroecosistemi per essere facili cassandre…o siamo tutti ciechi? La soluzione è, come già detto da troppe menti illuminate, in una decrescita razionale e consapevole e nella Biodinamica: l’alternativa è il collasso della Terra.
egidio

…’quando l’eccezionale è quotidianità, allora è in atto una rivoluzione’ ( Ernesto Che Guevara)

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Re: Xylella fastidiosa

da Vittorio Bica » 02 apr 2015, 16:17

Condivido l’opinione di horty72, più che ragionevole e anche autorevole, venendo proprio da un docente e ricercatore dell’UNIBAS. Benvenuto Adriano !
Come puoi del mondo tante cose sapere, e non sapere come fa la fogliuzza a tornar verde entro la scorza, ad affacciarsi, e tutta nova ridere al sol che la richiama? (Ada Negri, Pensiero d’Aprile, 1931)
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Re: Xylella fastidiosa

da dazos » 02 apr 2015, 17:09

Mi sono autocensurato
La versione edulcorata della risposta, che ora diventa un semplice parere, senza spinte emotive è questa

Mi permetto di far notare che la conoscenza del territorio e della sua realtà risulta fondamentale.
E lo dico con il cuore aperto di chi insieme ad altri si trova a subire con mestizia la tragica morte di alberi secolari.
Ma andiamo con ordine…
Dovremmo essere tutti d’accordo sulla necessità di sviluppare e pensare a nuove tecniche agricolturali ragionando nella logica di un’evoluzione delle tecniche di coltivazione in senso migliorativo ma mi permetto di avanzare alcune considerazioni.
Vivo nella cosiddetta Zona Rossa e l’olivicoltura si può definire a ragione tradizionale se dal settecento ad oggi è rimasta sostanzialmente immutata… La maggior parte (per non dire la totalità) della produzione locale è destinata al consumo interno (famigliare). La Puglia che esporta e svende per profitto è altra… L’olivicoltura tradizionale si svolge in piccoli appezzamenti di terreno spesso gestiti da contadini locali al solo fine di avere scorte d’olio per uso personale… Stiamo parlando di uliveti con esemplari che vanno dai 20 ai 100 – 200 anni che insistono su terreni ciclicamente sfruttati per porre in essere colture annuali di vario tipo (si fa così da secoli). Anzi la coltivazione e la sostenibilità di un uliveto comporta spese mediamente molto contenute.

AIDS o meglio dire HIV ha patogenicità ovviamente differente ma è interessante il paragone almeno sul piano sociologico. Ma per il resto il paragone mi pare un po’ deboluccio anche perché si può facilmente dimostrare che le condizioni di penetrazione di un patogeno dipendono da vari fattori sia negli animali che nelle piante.
Si può prevedere che passata la fase di massima virulenza la patogenicità cambierà stabilizzandosi (questo è vero per le specie selvatiche soggette all’infezione). Ma qui il problema è dato dal fatto che varietà come Ogliarola e Cellina di Nardò sembrano essere prive di qualsiasi carattere di resistenza alla Xylella mentre altre varietà sembrerebbero reggere piuttosto bene. Allora, si direbbe, è facile…sostituiamo la varietà! Ma ciò risulterebbe improponibile; basti pensare a quanto ci mette un albero d’ulivo a fruttificare a pieno regime…
Sul campo, la Xylella si combatte come meglio si può attuando tutte le misure ritenute necessarie.
Per questa gente sarebbe già un grande risarcimento riuscire a salvare gli alberi di proprietà cui spesso si è legati da affetto. Molti coltivatori locali son sprofondati nella più cupa depressione e disperazione. Molti coltivatori e proprietari non sono iscritti a nessuna delle associazioni di categoria e svolgono ordinariamente anche altri mestieri. A chi dovrebbero chiedere un risarcimento costoro?

Prevenzione o guerra chimica? E qui è il panico assoluto…. poiché né l’una né l’altra cosa sono risultate utili a breve- medio termine…

E’ facile osservare un albero in TV e poi dire maledetti salentini amanti della fitochimica e della maniacale distruzione del suolo senza sapere nemmeno cosa significa coltivare un ulivo e come si fa o perlomeno come lo si fa da queste parti…

Ahi noi…

Nessuno guarda a cosa c’è davanti ai suoi piedi: tutti guardano alle stelle.
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Re: Xylella fastidiosa

da egidio » 02 apr 2015, 17:51

…però io il nemico lo ravviso solo nel Bacillus: che ci siano punti di vista diversi mi sembra un arricchimento culturale e qualche speranza in più per la vittoria nella lotta (guerra). Che non è solo contro Xylella, ma anche contro politiche miopi, egoismi di categorie, ignoranza. Certo che la conoscenza del territorio e della sua realtà sarebbe essenziale, ma il mio atteggiamento nei confronti dei locali coltivatori è un po’ diverso…parlo, naturalmente, dei locali miei, quei viticoltori ebbri di aerosol sistemici che hanno sterminato quasi ogni famiglia di Insetti…e quindi di piccoli mammiferi, quindi di uccelli, quindi ….se vuoi venire qui a combattere questi novelli Untori alcuni fra noi ti accolgono a braccia aperte, anche se non…conosci la strada.
egidio

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Re: Xylella fastidiosa

da dazos » 02 apr 2015, 17:54

ma ho conosciuto i tuoi fratelli coltivatori di peschi e meli…
Io, re dei miopi tra miopi, nemici non ne vedo… opinioni appunto…

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Re: Xylella fastidiosa

da amelanchier » 03 apr 2015, 19:00

Intanto il ministro dell’agricoltura Francese ha emesso un decreto che vieta l’importazione di vegetali dalla Puglia.

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Re: Xylella fastidiosa

da horty72 » 05 apr 2015, 13:14

Effettivamente, è vero che le zone della Puglia che esportano e svendono per profitto sono altre (molte delle quali non solo in Salento ma nel Nord Barese), le quali però saranno presumibilmente prima o poi interessate dalla Xylella. Gli agricoltori salentini sono lasciati soli sia dall’università (dove sono gli arboricoltori, i fisiologi, gli agronomi, i chimici agrari dell’Università di Bari? E il CRA olivicoltura di Rende, l’ARPA Puglia, l’Istituto Agronomico Mediterraneo e la grande scuola di fitopatologi del CNR di Bari?) che dai tecnici specializzati, i quali dovrebbero invece svolgere funzione di ausilio e di trasferimento tecnologico agli agricoltori ma spesso rimangono dietro ad una scrivania.
Rimangono quindi la disperazione e le leggi che sopraggiungono dall’alto, come quella dell’UE, che considerano il Salento un piccolo puntino su una mappa e non considerano tutti gli altri aspetti sociali, culturali, agronomici di una terra così particolare. I piccoli proprietari terrieri salentini sono così in balia del primo arrivato. Non credo vogliano attuare una guerra chimica; vorrebbero trovare una soluzione ma sono spaesati. E’ proprio sul loro attaccamento al territorio e sul valore affettivo degli alberi di ulivo che gli agricoltori locali dovrebbero fare leva. L’epidemia, nella sua tragicità, potrebbe essere un modo per cambiare atteggiamento, per migliorare le tecniche agronomiche, per recuperare pratiche ormai in disuso (potatura di rimonda, lavorazioni del suolo sostenibili, ecc.), per uscire dal guscio della diffidenza e recuperare il senso di appartenenza ad una comunità, per fare pressione sui politici locali. Altrimenti, senza voler fare assolutamente considerazioni complottistiche che tanto girano sul web, mi sembra però che la situazione possa addirittura far comodo a molti.
Non so quanto sia diffuso ciò che ho visto nel documentario quando si parlava di coltivazioni biologiche di olivo: sembra che esse non siano state attaccate dal batterio; perché? Dipende dalla varietà o dalle tecniche di gestione che hanno utilizzato? Sono stati fatti studi sulla diffusione via polline del batterio, studi sulla resistenza delle diverse varietà? La Regione/Provincia ha stanziato fondi per progetti di ricerca mirati in mano a ricercatori competenti? Nel servizio al TG3 mi ha colpito Silletti, il quale non ha considerato minimamente il buono stato delle piante coltivate biologicamente, concentrandosi però sui pochi rametti secchi. Assurdo. Insomma, non credo che la soluzione sia inviare un esercito di forestali capeggiato da un Commissario in stellette. Semplicemente, non credo che questo risolverà il problema.

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