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Lug
15
2014
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Articoli vegetal-popolari

Ferula01

Oltre ad essere da sempre state essenziali fonti alimentri, le piante sono state da sempre materiale di partenza per tantissimi medicinali, nati proprio dall’uso che delle piante facevano le popolazioni locali, spesso per alleviare le fatiche e i dolori quotidiani. L’economia essenziale praticata dalla civiltà agricola e pastorale nei secoli passati, che con intelligenza utilizzava tutto quanto poteva risultare utile nella vita quotidiana, aveva infatti cercato di valorizzare tutte le piante. A seconda del posto in cui si viveva, si utilizzavano le piante endemiche, cioè quelle che crescevano in quei determinati posti, come materiale di partenza per costruire gli oggetti necessari al duro lavoro quotidiano. Le piante costituivano materiale strutturale di partenza per costruire abitazioni, mobili e attrezzi; oppure manufatti molto particolari, come vedremo fra un po’.

Ci sono tantissimi esempi ma vorrei descriverne due, proprio perché ho conosciuto personalmente le persone che utilizzavano queste piante e perché fanno parte delle tradizioni delle regioni a me più vicine: Puglia e Basilicata. Racconti, commenti, immagini e video di questo post sono quindi frutto di esperienza diretta. Si tratta di due esempi meno conosciuti e probabilmente più umili dei soliti che si trovano in letteraturama non per questo meno facili da eseguire. Per questo ho ritenuto importante divulgarli qui.

 

La ginestra odorosa (Spartium junceum L.) è una pianta della famiglia delle Fabaceae, tipica degli ambienti di gariga e di macchia mediterranea. Ha fusti di colore verde intenso su cui sono inserite piccolissime foglie dello stesso colore. I fiori sono di colore giallo intenso e molto profumati, simili a quelli del glicine, della robinia e della cassia. Per le sue caratteristiche di robustezza e al tempo stesso flessibilità, unite ad una forte tolleranza ad aridità, alte temperature e forte irraggiamento, riesce a sopravvivere negli ambienti più impervi, come i versanti calanchiferi della Basilicata. La ginestra, nel linguaggio popolare, viene anche detta “frusta di Cristo”, per la forma e la consistenza dei suoi fusti lunghi, sottili e flessibili.

 

Ginestra01

 

Leopardi decantò la coraggiosa e allo stesso tempo fragile resistenza che la ginestra oppone alla lava del Vesuvio, il monte sterminatore, simbolo della natura crudele e distruttiva. Nella sua visione, la pianta coraggiosamente risorgeva sulla lava impietrata, e con la fragranza dei suoi arbusti sembrava rallegrare le lande desolate; il destino della ginestra era però tragicamente segnato da eruzioni ricorrenti, diventando così simbolo della condizione umana, che si piega, non si spezza e ogni volta deve ricominciare. Ma passiamo agli aspetti pratici, decisamente meno esistenziali.

In passato, la lavorazione della ginestra era un vero e proprio mestiere. Da quanto emerge dai racconti degli anziani sugli antichi mestieri, raccolti nella pubblicazione “Dai mestieri del passato un’opportunità per il futuro”, il mestiere della tessitrice di ginestre era una delle attività più affascinanti. Un lavoro che vanta sicure radici italo-greche e fu una delle principali occupazioni in molte comunità di cultura “arbereshe” italo-albanesi, e ancora praticate negli anni del dopoguerra. La tessitrice, prima di eseguire la sua opera al telaio, doveva procurarsi la materia prima attraverso un lungo processo di lavorazione che andava dalla raccolta della ginestra, alla macerazione, alla filatura, e finalmente alla tessitura. La ginestra, pianta coriacea ed arbustiva, veniva bollita con l’aggiunta di cenere e soda caustica per ammorbidirne gli steli e veniva poi messa al macero per ammorbidirne completamente la fibra. Sugli steli macerati si cospargeva della sabbia per separare la fibra dal canupolo, strappando con decisione per rafforzarla e privarla delle parti legnose e infine veniva battuta con delle mazze di legno. Per sbiancare la fibra, la battitura veniva intervallata con frequenti sciacqui. Dopo essere state lavate e asciugate, le fibre venivano ripulite e selezionate per la filatura; quest’ultima era la fase più difficile e consisteva nel trasformare la fibra in filato.

La ginestra veniva utilizzata anche per costruire dei piccoli cestini che venivano utilizzati, soprattutto ma non solo, per contenere fichi da far poi essiccare al sole: i cosiddetti “grilli”. I fichi secchi erano una fonte di energia e sali minerali efficace e “portatile”, dal momento che all’epoca non c’erano merendine e altri dolcetti come fonti di zucchero. Questi cestini si costruiscono con un particolare tipo di ginestra, la ginestra odorosa (Spartium junceum). Come spiegano i più anziani, i fili di ginestra vanno bagnati per facilitarne l’intreccio che poi darà origine al grillo. Ecco le fasi della lavorazione,  illustrate dalle sapienti e laboriose mani di nonno Paolo (grazie alla dott.ssa Maria Delorenzo per avermi dato il permesso di pubblicare questa parte della sua tesi):

 

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FASE 1. Costruire una base composta da tre rami spessi di ginestra su cui andranno ricamate le trame del cestino utilizzando i fusti più sottili della stessa ginestra.

 

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FASE 2. Dopo aver avvolto i fusti sottili intorno a rami più grossi, che conferiscono spessore e robustezza, intrecciare le fibre di ginestra intorno alla base.

 

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FASE 3. Controllare che la struttura sia ben compatta.

 

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FASE 4. Battere con le mani sulla struttura del “grillo” per appiattirlo.

 

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FASE 5. Controllare che la trama sia intrecciata in modo equilibrato.

 

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FASE 6. Intrecciare le foglie di ginestra fino a creare il bordo del cestino.

 

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FASE 7. Stringere le foglie del bordo per compattarlo.

 

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FASE 8. Dopo aver completato l’intreccio delle foglie, tagliare quelle eccedenti.

 

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FASE 9. Lavoro concluso! Grande soddisfazione.

 

Il secondo esempio riguarda un tradizione dei pastori delle Murge, in Puglia. Qui il territorio è carsico e collinare, con una vegetazione che va dal querceto misto a pino silvestre e cipresso a vaste distese steppiche. Tra le piante erbacee più diffuse (e appariscenti) ci sono l’asfodelo e la ferula, insieme a caprifoglio, il biancospino, il pungitopo, il cisto, mirto, cappero, timo, salvia rosmarino e origano.

In particolare, la ferula (Ferula communis), volgarmente conosciuta come finocchiaccio o ferla, è poco appariscente in inverno, mentre in primavera, alla fioritura il fusto si allunga in uno scapo fiorale che raggiunge anche i 3 m e che persiste quando diventa ecco. I fiori a petali gialli, con fioritura in maggio e giugno, sono riuniti in numerose ombrelle che ricordano quelle del finocchio ma che non ne condividono l’odore. La perfida pianta, in un certo senso paradigmatica delle Murge, è tossica perché contiene principi attivi ad azione anticoagulante. Per questo, il bestiame non se ne ciba e le ferule arrivano a fioritura indisturbate, diventando così infestanti. Il fusto secco e tenace ella ferula ha la caratteristica di essere cavo all’interno e spugnoso, e quindi molto leggero. Allo stesso tempo è resistente.

 

Ferula02

 

Quando le piante si sono completamente seccate, sotto il sole caldo di giugno, i pastori e gli agricoltori tagliavano i fusti più doppi, parzialmente lignificati, con i quali si costruivano manufatti (ferlìzze”) utilizzati come sedie, tavolini, sgabelli e panchette. Per altri usi di questa pianta più o meno condivisibili ed educativi, vedete qua e anche qua. I pastori dovevano badare al gregge continuamente, spostandosi frequentemente. Niente di meglio quindi di una bella sediolina di ferula, piccola, leggera e funzionale su cui riposare le stanche membra durante i momenti di stanchezza. Potete trovare le istruzioni per la costruzione dei ferlìzze in questo sito, ma forse è meglio vedere all’opera un simpatico pastore delle Murge che li costruisce orgogliosamente e che ha concluso dicendoci “Qua siete tutti laureati ma anch’io, nel mio piccolo, ho insegnato qualcosa a voi e mi so far capire“. Si tratta di un video da me girato durante un’escursione nel Parco Nazionale dell’Alta Murgia (grazie alla dott.ssa Mirella Campochiaro che ci ha fatto da guida). L’audio non è un granché ma spero renda l’idea.

 


 

E ora tocca a voi: rimboccatevi la maniche!

 

 

 

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