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Feb
12
2013
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Coccoooo… cocco bello, cocco fresco

Questo articolo e’ stato scritto, in occasione del Darwin day 2013,  per il Carnevale della Biodiversita’ – ottava edizione, dal tema: “L’isola che c’è”. Per la rassegna completa di tutti i blog e post che partecipano al Carnevale vai sul blog Leucophaea, di Marco Ferrari.

 

 

Domenica, 7 ottobre 1492

[…] In questo giorno al levar del sole, la caravella Niña, che precedeva le altre perché più spedita, e tutte andavano a gara per vedere terra per primi […]

 

Giovedì, 11 ottobre 1492

 […] Videro gabbiani e un giunco verde vicino alla nave. Quelli della caravella Pinta scorsero un altro piccolo tronco, intagliato a quanto sembrava con ferro, e un pezzo di altra canna e altra erba, di quella di terra e una piccola tavola. Quelli della caravella Niña videro anche altri segnali di terra e un piccolo ramoscello carico di rose canine. Visti che ebbero questi segnali, tutti si rincuorarono e andarono lieti. […]

 

Venerdì, 12 ottobre 1492

 […] Alle due, passata la mezzanotte, apparve terra […] Giunti a terra, videro alberi verdissimi, molte fonti e frutti di varie sorte. […]

 

 

E’ così che Cristoforo Colombo raccontava, nel suo diario di bordo, l’approdo alle sue agognate Indie, che però non erano “altro” che S. Salvador e isole annesse (Cuba e Haiti). Un errore di poche migliaia di chilometri ma giustificabile per le conoscenze dell’epoca, che segnò l’arrivo dell’uomo occidentale in America. Nonostante non fosse un botanico, Colombo era un grande osservatore e quindi notò immediatamente la ricchezza e la diversità delle nuove terre, sia in senso di biodiversità che di diversità rispetto alle piante che conosceva, e ne faceva riferimento spesso nelle pagine del suo diario.

 

Non soltanto Colombo, ma anche molti altri navigatori di quel periodo facevano ben attenzione agli uccelli e ai vegetali che galleggiavano in acqua. In condizioni di scarsità di provviste e di acqua, con ciurme malate ed esasperate, spesso veri e propri covi di criminali, prive di medicinali e di donne, l’avvistamento della terra era di primaria importanza, se non altro per la vita stessa dell’ammiraglio e per le eventuali ricompense di regnanti finanziatori seduti sulle comode poltrone dei loro regni. E così, l’occhio del navigante era ben allenato a individuare subito uccelli di terra ma che di giorno andavano in mare per cibarsi, come gabbiani e cormorani, e a discernere una semplice erbetta galleggiante di alghe morte da residui di piante provenienti dalla costa. Questi erano infatti chiari segnali del vicino approdo. Ed è qui che entriamo in scena noi. Perché tra questi residui galleggianti ci sono i più grandi semi del mondo: le noci di cocco. I primi esploratori spagnoli le chiamarono “coco”, che significa “faccia di scimmia“, perché le tre tacche (occhi) sul dado peloso assomigliano un po’ alla testa e alla faccia pelosa di una scimmia.

 

La noce di cocco più comune è il seme della palma da cocco (Cocos nucifera), ma ce n’è anche un’altra un po’ meno conosciuta che è il seme della Lodoicea maldivica seychellarum, il cui trinomio topografico mi instilla inspiegabilmente un’incredibile invidia. Il seme di quest’ultima palma è il più grande e pesante in assoluto, ha una forma bifida e ricorda il bacino di una donna (da cui anche l’altro bel nome di Lodoicea callypige, cioè “dalle belle natiche”, di rimembranza ellenistica). Prima del 1800 si pensava che i semi giungessero dagli abissi marini e che si trattasse dei frutti di un albero che cresceva sotto la superficie del mare, conosciuto anche in Occidente come “cocco di mare” (“coco de mer” in francese). L’unico problema è che il seme maturo di Lodoicea non ha un mallo molto sviluppato (il mallo è il mesocarpo polposo tipico di una drupa, presente anche nelle nostre noci), ha un peso specifico maggiore di quello dell’acqua marina, e quindi non galleggia molto e non è trasportato dalle correnti marine se non per poche centinaia di metri. Per cui, dimentichiamocelo per ora.

 

La noce di cocco “classica” (quella, per intenderci, di Cocos nucifera, di cui da ora in poi parleremo) ha invece di un mallo fibroso molto leggero, resistente e ricco di aria che avvolge la noce, permettendo il suo galleggiamento per periodi di tempo molto lunghi e il trasporto mediante le correnti acquatiche (idrocoria). L’acqua marina, che distrugge la maggior parte degli altri semi, impiega molto tempo prima di penetrare nel mallo e nel guscio legnoso delle noci di cocco, le quali possono tranquillamente resistere fino a tre mesi in mare, a volte trasportate per centinaia di chilometri. Superato il punto di risacca delle spiagge di altre isole, i simpatici semini, sotto l’acqua piovana, germinano. E, dopo alcuni anni, il ciclo lentamente ricomincia. I frutti sono talmente duri e pesanti (fino a 2 chili e 30 cm di altezza) che ogni anno fanno fuori circa 1000 incauti turisti (non oso pensare ai possibili epigrammi), molti più delle vittime degli squali ad esempio.

 

 

Noci di cocco (in alto) di Lodoicea callypige e (in basso) di Cocos nucifera.

 

 

Come negli animali, anche tra le piante ci sono specie a strategia r e specie a strategia K . Le prime sono di solito annuali e monocarpiche adattate a riprodursi rapidamente e a colonizzare habitat nuovi e spesso transitori, dove la competizione è bassa. Le seconde hanno una vita più lunga, sono spesso perenni e policarpiche, e conservano una parte della loro energia per la loro crescita vegetativa. Nel nostro caso, con frutti grandi e numerosi, ci troviamo di fronte ad una specie a strategia K, per nulla affatto pioniera, in grado di crescere velocemente come una palma sa fare, ma solo in determinate condizioni di luce, acqua e temperatura; quindi abbastanza esigente.

 

Molte specie vegetali sono in grado di disperdersi per mezzo dell’acqua. E’ noto che la vita terrestre, e questo vale anche per le piante, derivi dall’acqua. Per questo, le prime piante eterosporee (con gameti “maschili” e “femminili” diversi in forma, dimensione e disposizione) avevano megaspore femminili che si disperdevano efficientemente attraverso l’acqua. Le felci che vivevano nelle paludi del Carbonifero (350 milioni di anni fa) si propagavano presumibilmente per idrocoria. Ad esempio, Lepidocarpon , una felce arborea che raggiugeva dimensioni imponenti (fino a 40 m di altezza), estintasi alla fine del Carbonifero, aveva una megaspora che funzionava prima da paracadute e poi, una volta in acqua, era trasportata dal vento come una vela (e la vela era un organo dal leggiadro e semplice nome di “lepidostrobofillo”).

 

Megasporangio di Lepidocarpon. Fonte: http://www.ucmp.berkeley.edu/IB181/VPL/Lyco/Lyco3.html

 

 

I discendenti tuttora viventi di queste felci arboree, appartenenti al genere Isoetales, presentano poche specie che vivono in zone umide con ruscellamento. Ancora oggi, molte specie di felci sono prevalentemente acquatiche o perlomeno idrofile. Molti sono i generi di piante acquatiche che si riproducono vegetativamente per frammentazione, quali Elodea, Hydrilla e Lagariosiphon, tristemente diventate “erbacce acquatiche” dopo la loro introduzione in nuovi ambienti da parte dell’uomo, ma l’idrocoria, cioè la dispersione di semi e frutti per mezzo dell’acqua, è tipica di poche specie.

 

I frutti e i semi dispersi in acqua sono relativamente grandi, e a volte molto grandi. Le noci di cocco siamesi di Lodoicea maldivica pesano tutte e due sui 15-30 chili e possono arrivare a mezzo metro di lunghezza, conquistando così il primato di frutto (e seme) più grande del mondo! Le più ordinarie noci di cocco di Cocos nucifera hanno un seme soltanto, ma comunque bello grosso. I frutti sono infatti drupe ovali voluminose, con tre spigoli arrotondati e sono provvisti di tre involucri: il più esterno è un’epidermide (epicarpo) liscia e sottile, inizialmente di colore verde, che a maturazione diventa prima giallastra e poi bruna; al di sotto di essa vi è lo spesso strato fibroso (mesocarpo) che racchiude al suo interno un endocarpo legnoso durissimo; nelle noci immature esso racchiude a sua volta l’endosperma oleoso (tessuto ricco di nutrienti destinato ad alimentare l’embrione), o mandorla – in pratica, quello tanto reclamizzato ad alta voce sulle bancarelle – cavo all’interno e ripieno di un succo opalescente lattiginoso, di sapore fresco e zuccherino (“succo di cocco”), che diminuisce in quantità man mano che il frutto matura e che l’italiano medio fa fuoriuscire infilzando con delicatezza un cacciavite in uno dei tre fori con l’aiuto di un martello. L’embrione è situato all’interno ad un’estremità della mandorla. I tre strati nel loro insieme costituiscono il frutto; l’endosperma e l’embrione rappresentano invece il seme. L’involucro legnoso durissimo presenta alla base tre pori dalla superficie morbida, detti occhi: è da uno di essi che il germoglio originatosi dall’embrione avrà la possibilità, perforandolo, di fuoriuscire dal guscio, dando così origine alla nuova plantula.

 

Anche da sola, la noce di cocco è contemporaneamente una bevanda, un alimento e una fibra. Fornisce acqua, latte e olio per cucinare. Il chiaro e dolciastro succo di cocco è una bevanda rinfrescante. Dal momento che questo fa parte dell’endosperma, il quale nutre l’embrione, il succo è ricco di fitormoni per la crescita (le citochinine e altri composti simili sono stati identificati per la prima volta proprio dal succo di cocco, e questo è spesso addizionato ai terreni di crescita usati nelle colture cellulari vegetali e nella micropropagazione). Il latte di cocco, un po’ come il nostrano di mandorla, si ottiene invece mescolando la polpa grattugiata con acqua e poi spremendo il tutto per far uscire il liquido; esso insaporisce e arricchisce zuppe, salse e impasti. Per estrarre l’olio dalle noci di cocco, usato direttamente per cucinare nei paesi tropicali e per preparare altri prodotti nei paesi occidentali, si deve spaccare la noce matura. Dopo essiccazione al sole, la polpa, detta copra, viene separata dal guscio per estrarne l’olio. Infine, le fibre dell’endocarpo legnoso, costituite da piccoli fili lignificati lunghi circa a 1 mm, una volta lavorate, raggiungono anche i 30 cm di lunghezza; sono leggere, elastiche e resistenti all’abrasione, e vengono utilizzate per fabbricare pennelli, scope e cordame.

 

Alcune specie idrocore: (a) Lodoicea maldivica, (b) Cocos nucifera, (c) Entada gigas. Fonte: Ingrouille e Eddie (2006).

 

 

Oltre alle noci di cocco, un altro caso di gigantismo è quello di Entada gigas, una pianta rampicante legnosa che produce legumi di 12 centimetri di larghezza e più di 1 m di lunghezza. Il frutto si rompe in segmenti fluttuanti, ciascuno contenente un grosso seme, che si riversano nei corsi d’acqua. Si suppone sia stata l’osservazione dei semi di Entada sulle spiagge delle Azzorre che abbia spinto Cristoforo Colombo a ipotizzare l’esistenza di un continente di là dall’Atlntico. Ancora oggi, gli inglesi chiamano quasi semi “seabens” perché arrivano sulle loro coste trasportati dalla corrente del Golfo.

 

Alcuni semi e frutti di piante idrocore galleggiano grazie alle della presenza di camere d’aria, come nel frutto di Xanthium o nel falso frutto di Atriplex. Il frutto-scatola (Barringtonia asiatica) del sud-est asiatico può rimanere a galla per almeno due anni ed è anche utilizzato come galleggiante per la pesca.

 

 

 

(In alto) Falso frutto di Atriplex halimus, munito di camere d’aria. Bari, 1 m, ott 2012. Foto di Vito Buono. (In basso) Frutto-scatola (Barringtonia asiatica). Foto di Barry Conn e Kipiro Damas (http://www.pngplants.org/PNGtrees/TreeDescriptions/Barringtonia_asiatica_L_Kurz.html).

 

 

Si stima che solo circa 250 specie sono regolarmente disperse nelle isole oceaniche mediante acqua ed è stato stimato che, dei 378 colonizzazioni vegetali originari delle isole Galapagos, solo il 9% sono idrocore (le restanti sono state trasportate dal vento o uccelli). Non è solo una questione di sopravvivenza durante il periodo di dispersione in mare. Stabilizzarsi nella zona intertidale, infatti, non è per nulla semplice. Per questo motivo, anche qui la selezione naturale si è scatenata: ad esempio, la mangrovia rossa (Rhizophora mangle) si aiuta con la viviparità, producendo una lunga piantina pendente prima che venga definitivamente rilasciata. Non si tratta di propaguli perché la riproduzione non è vegetativa, ma di vere e proprie piantine. Un meccanismo simile è presente nella Aegialitis (Plumbaginaceae). Quest’ultima è stata uno delle prime specie tropicali a raggiungere e Krakatoa dopo una catastrofica eruzione vulcanica avvenuta nell’agosto del 1883.

 

               

Giovani piantine pendenti (in alto) di mangrovia rossa (Rhizophora mangle) e (in basso) di Aegialitis.

 

 

Alcune piante acquatiche non sono strettamente idrocore ma ittiocore, cioè disperse dai pesci, o avicore, cioè diffuse da uccelli acquatici. I frutti dell’erba acquatica Glyceria, sono consumati da carpe; i frutti a forma di oliva della infestante acquatica Posidonia adottano la tattica “Pinocchio-style” e sono mangiati dai tonni nel Mediterraneo; e ancora, i peli sul frutto delle canne del genere Typha prevengono l’imbibizione prima della liberazione, ma in seguito permettono il galleggiamento in acqua, dove si aprono e affondano, per infine germinare (ma alcuni dei suoi semi appuntiti sono stati trovati aderenti alla pelle dei pesci).
I semi delle ninfee maturano nel frutto sott’acqua ma, quando rilasciati, riemergono a galla in massa, dove diventano appetibili per gli uccelli acquatici. Come per molti semi di piante terrestri, il passaggio attraverso l’intestino degli uccelli acquatici può agire come uno stimolante per la loro germinazione. In Nuphar, i frutti maturano sopra la superficie dell’acqua, ma sono poi i carpelli contenenti i semi che galleggiano come esche sulla superficie, dove sono mangiati dai pesci. Molti frutti delle piante acquatiche (alcune delle quali estinte, come Ceratophyllum e Trapa) sono duri e con escrescenze spinose, due caratteristiche che possono favorire la dormienza e la dispersione, nonché l’ancoraggio su substrati sono instabili. Le spine sui frutti della Victoria amazonica, le cui foglie galleggianti sono capaci di sorreggere un bambino, svolgono un ruolo diverso: quello della protezione dagli erbivori.

 

 

             

(In alto) Frutto-esca di Nuphar. (In basso) Victoria amazonica.

 

Anche senza citare i noti studi alle Galapagos di San Darwin, di cui oggi celebriamo il Natale (la mia teoria zichicca “scienza ≈ religione” prende sempre più piede), gli ecosistemi insulari sono sempre stati oggetto di particolare attenzione da parte di naturalisti ed ecologi. La discontinuità terra-acqua pone dei limiti ben precisi alla distribuzione delle specie rendendo le comunità insulari sostanzialmente chiuse ad interazioni ecologiche con l’esterno. La diversità nelle isole ha quindi delle caratteristiche molto interessanti; ed è per questo che sono state e sono da sempre molto studiate. L’immigrazione delle specie dalla terraferma all’isola diventa tanto più difficile quanto maggiore è la distanza dalla costa. Già nel 1967, MacArthur e Wilson avevano ipotizzato che il numero di specie presente su di un’isola variasse come risultato di due forze contrapposte. Da una parte, specie non ancora presenti sull’isola possono giungere sull’isola dalla terraferma (anche portate su un’isola da “zattere” naturali o artificiali), dall’altra le specie già presenti sull’isola possono estinguersi. Infatti, le popolazioni delle specie insulari sono in generale molto più piccole di quelle ospitate dalla terraferma e quindi soggette a una serie di problemi che le possono condurre più facilmente all’estinzione rispetto ai più fortunati cospecifici continentali. Ciò non è accaduto alla noce di cocco, che anzi si è diffusa enormemente in tutti i paesi tropicali e, almeno inizialmente, soprattutto nelle isole. Perché?

 

Di isola in isola per sua girovaga natura, la noce di cocco ha un areale genetico di origine pressoché sconosciuto. L’argomento è infatti ancora un mistero irrisolto, sia perché i frutti si disperdono per mezzo delle correnti, sia perché è stata diffusa dai popoli che colonizzarono le isole oceaniche.

L’elevato dinamismo migratorio della palma da cocco ha fatto sì che il suo luogo d’origine sia ancora oggi uno dei grandi enigmi insoluti della biologia vegetale. Infatti, le sue fasi di diffusione, le vie migratorie, l’età e il luogo d’origine della palma da cocco non sono ricavabili con sicurezza partendo dalla distribuzione attuale. Si ritiene che sia originaria dell’arcipelago indo-malesiano e che nell’antichità si sia diffusa per mare nelle vicine isole del Pacifico, prima che l’uomo la trasportasse per distanze ancora maggiori, probabilmente a ovest, fino al sud dell’India e nello Sri Lanka e ad est nelle Isole Samoa. Negli ultimi 250 anni gli studiosi hanno proposto però anche teorie diverse, che prevedono l’origine in America Centrale, Polinesia, Fiji, ed altre aree ancora.

Gli europei (portoghesi e spagnoli) scoprirono per la prima volta il cocco esplorando le coste occidentali dell’America centro meridionale e dal 1525 cominciarono a coltivarlo diffondendolo altrove. Successivamente, l’ibridazione, la selezione e la diffusione da parte dell’uomo, ha dato alla vasta gamma di varietà e di distribuzione pantropicale che vediamo oggi.

Torniamo un attimo indietro: quindi in America il cocco era in qualche modo arrivato?

L’attestazione precolombiana del cocco in America centrale proviene da analisi dei microsatelliti del DNA delle popolazioni di palma da cocco in America Centrale e nel Pacifico. Sembra che in America la palma da cocco sia stata portata da popolazioni umane provenienti dal sud-est asiatico (il trasporto via mare effettivamente era difficile, data la lontananza!), il cui vasellame è stato ritrovato anche in Ecuador. Le analisi dei microsatelliti hanno dimostrato che il cocco americano è geneticamente più vicino a quello filippino rispetto a quello delle più vicine isole della Polinesia, rafforzando così le evidenze archeologiche.

 

 

Vasi a forma di casa: manufatto di origine sud-est asiatica ritrovati in Ecuador. Fonte: Baudouin & Lebrun (2009).

 

 

Questo per sud-est asiatico e America. Passiamo ora alla migrazione verso ovest. Analisi con marcatori RFLP, hanno confermato che le popolazioni di palma da cocco del sud-est asiatico e delle isole del Pacifico hanno più polimorfismi e sono quindi geneticamente più diverse, mentre le palme di India, Sri Lanka e Africa occidentale hanno caratteristiche genetiche più omogenee. Questo potrebbe significare che le zone di origine siano le prime e poi, per mano dell’uomo o per idrocoria, la specie si sia diffusa verso l’ovest.

 

In tutto questo marasma migratorio, intervengono le varietà nane (la palma da cocco “wild type” giunge anche a 25-30 metri di altezza), arrivate fino in Africa, e probabilmente introdotte all’inizio del 1900 dall’Asia e dal Pacifico. Si sarebbe trattato di pochi mutanti, considerando la bassa variabilità genetica di queste popolazioni. Il marasma migratorio della palma da cocco diventa manicomio allo stato puro se si considerano anche gli spostamenti tettonici e le isole più o meno temporanee che hanno fatto da ponte per la dispersione naturale di questa specie (se ne avete la forza, leggete il lavoro di Harries del 1990, sotto in bibliografia). Mentre il cocco viaggiava, infatti, i continenti si spostavano. Harries è però fortunatamente (per me) in accordo con altri botanici sul fatto che la palma da cocco sia stata coltivata per la prima volta proprio in Malesia, dove ha subito un vero programma empirico di miglioramento genetico da parte degli agricoltori locali.

 

Sfinito da cotanto girovagare non mi resta che consultare il lavoro di Gunn et al. (2011). L’articolo è recente (per molti revisori, segno incontrovertibile di garanzia). Qui, “nell’analisi genetica più ampia finora mai svolta” (umili, gli autori), sono state trovate prove di due distinte origini di coltivazione della palma di cocco: una nelle isole del sud-est asiatico, l’altra nei margini meridionali del subcontinente indiano. Nonostante il lungo e ampio movimento di palme dovuto agli uomini sia all’interno che tra questi bacini oceanici, le piante attuali non mostrano segni di sostanziale commistione genetica tra le due principali sottopopolazioni. Data l’assenza di evidenti barriere riproduttive, l’elevato livello di differenziazione genetica tra le due sottopopolazioni suggerisce un lungo periodo di isolamento prima dell’influenza umana. In questa luce, la predominanza di commistione genetica nella parte occidentale dell’Oceano Indiano suggerisce che gli esseri umani abbiano probabilmente giocato un ruolo di primo piano nella coltivazione e nella propagazione di palme di cocco in quella regione. Nel Pacifico, invece, la selezione umana ha determinato la comparsa di tratti utili quali il nanismo, la capacità di autoimpollinarsi e particolari forme del frutto. Infine, la sottopopolazione presente nel Madagascar è particolarmente varia, probabilmente a causa dell’antico percorso commerciale austronesiano, che connetteva est Africa, Madagascar, il sud-est asiatico, Formosa e Oceania. Gli Arabi contribuirono poi a diffondere la specie sulle coste dell’Africa con i loro commerci nell’Oceano Indiano.

 

Se avete ancora un po’ pazienza, vi lascio con questa mappa: è la versione più recente della distribuzione geografica delle sottopopolazioni di palma da cocco nel mondo secondo Gunn et al. (2011). La specie ne ha fatti di giri!

 

Distribuzione geografica delle popolazioni indo-atlantiche e pacifiche di palma da cocco secondo Gunn et al. (2011) (liberamente disponibile on-line).

 

 

 

Grazie a loro, ho scritto:

 

Baudouin L & Lebrun P (2009) Coconut (Cocos nucifera L.) DNA studies support the hypothesis of an ancient Austronesian migration from Southeast Asia to America. Genet Resour Crop Evol 56: 257-262.

Colombo C (1492-1493) Diario di Bordo. Cristoforo Colombo. Collana Storia d’Italia. Einaudi, Torino.

Dennis JV, Gunn CR (1971) Case against trans-Pacific dispersal of the coconut by ocean currents. Economic Botany 25(4): 407-413.

Diamond JM (1973) Distributional ecology of New Guinea birds. Science, 179:759-769.

Gunn BF, Baudouin L, Olsen KM (2011) Independent origins of cultivated coconut (Cocos nucifera L.) in the old world tropics. PLos ONE 6(6): e21143.

Harries HC (1990) Malesian origin for a domestic Cocos nucifera. In: The Plant Diversity of Malesia eds. P. Baas, K. Kalkman e R. Geesink. Pp. 351-357. Leyden.

Harries HC (1978) The evolution, dissemination and classification of Cocos nucifera L. The Botanical Review 44(3): 265-319.

Ingrouille M, Eddie B (2006) Plants: Evolution and Diversity. Cambridge University Press, UK.

Lebrun P, N’cho YP, Seguin M, Grivet L, Baudouin L (1998) Genetic diversity in coconut (Cocos nucifera L.) revealed by restriction fragment length polymorphism (RFLP) markers. Euphytica 101: 103-108.

MacArthur RH, Wilson EO (1967) The Theory of Island Biogeography. Princeton University Press, Princeton, NJ, USA.

Smith JMB (1991) Tropical drift disseminules on Southeast Australian beaches. Australian Geographical Studies 29(2): 355-369.

Tozzi M (2010) Ma fanno più vittime le noci di cocco. “La stampa” on-line.

 

 

Dalla Grande Ragnatela Mondiale:

 

http://it.wikipedia.org/wiki/Lodoicea_maldivica

http://it.wikipedia.org/wiki/Mallo_%28botanica%29

http://lastampa.it/2010/12/06/cultura/opinioni/editoriali/ma-fanno-piu-vittime-le-noci-di-cocco-vweaBadfG15FrKcZOgZaRM/pagina.html

http://olmo.elet.polimi.it/ecologia/dispensa/node68.html

http://wol.jw.org/it/wol/d/r6/lp-i/102003208

http://www.ucmp.berkeley.edu/IB181/VPL/Lyco/Lyco3.html

Written by Horty in: Senza categoria |
Dic
27
2014
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E agricoltura fu (parte prima)

 

00 - Incroci frumento

 

Alla fine dell’ultima glaciazione, a partire da a 12.500 anni fa, alcuni gruppi umani di cacciatori-raccoglitori divennero agricoltori in modo indipendente e in diversi luoghi del pianeta. Perchè compirono questo passo? Non certo per la ricerca di una vita più comoda. La vita del contadino è spesso più faticosa di quella del nomade cacciatore-raccoglitore – come si può anche oggi verificare nella vita dei gruppi di cacciatori-raccoglitori tuttora esistenti – e neppure si può dire che sia stata la scarsità di selvaggina, frutti e/o semi: l’agricoltura è nata in aree e in periodi in cui abbondavano le risorse alimentari. E allora perché? Non lo sapremo mai con certezza (sono passate circa 400 generazioni!) ma una motivazione alla base fu probabilmente la preoccupazione per il futuro,  la necessità di sapere che la comunità in cui gli uomini vivevano potesse continuare a vivere e prosperare, anche in un ambiente mutevole. Liberarsi dall’aleatorietà della caccia (un giorno va bene, ma tante volte si torna a mani vuote) è stata sicuramente una spinta importante per iniziare a coltivare. L’avvento dell’agricoltura fu probabilmente favorito da una prima specializzazione dei compiti tra i membri delle comunità umane, da cui derivarono una certa stanzialità e la comparsa del “tempo libero”, un concetto inesistente nei gruppi di cacciatori-raccoglitori.

“In breve, l’agricoltura e l’allevamento comparvero in modo spontaneo in poche aree del pianeta, con tempi assai diversi, e si diffusero da questi nuclei originari in due modi: tramite l’apprendimento delle tecniche da parte dei popoli confinanti, o con l’invasione da parte dei primi agricoltori. (…) In alcune aree in cui le condizioni climatiche erano favorevoli, tuttavia, l’agricoltura non nacque mai spontaneamente, né fu portata in tempi preistorici, e l’uomo vi continuò a vivere per millenni come cacciatore e raccoglitore fino a quando non venne in collisione con il mondo moderno. Possiamo ben vedere che, senza un qualche intervento, l’uomo avrebbe comunque continuato a praticare le sue attività di caccia e raccoglimento. Quindi: cosa o chi ha permesso all’uomo in alcune zone del globo di “evolversi” ed iniziare così a praticare agricoltura ed allevamento? Questo è un problema che rimane ancora oggi aperto nello studio della preistoria.”

Jered Diamond (“Armi, acciaio e malattie”)

 

Inoltre, con il ritiro dei ghiacci, le pianure e le colline si andavano ricoprendo di distese erbose dove crescevano spontaneamente graminacee e leguminose selvatiche e l’area era popolata da animali selvatici. La caccia, la pesca e i molluschi rappresentavano una fondamentale risorsa alimentare per i nostri antenati, ma frutti, radici, tuberi e semi di piante selvatiche erano attivamente raccolti, come documentato dal ritrovamento di resti di frutti e semi carbonizzati e mineralizzati in numerosi siti paleolitici e mesolitici. Il ritrovamento di mortai primitivi dimostra anche che i semi venivano macinati. L’ambiente forniva abbondanti risorse alimentari e i nomadi potevano permettersi uno stile di vita semisedentario sfruttando sistematicamente le risorse presenti sul territorio, creando rifugi temporanei e depositi scavati nel terreno per conservare ciò che trovavano. Le piante raccolte erano piante selvatiche e a maturità disperdevano i semi nell’ambiente. Questo carattere è fondamentale per la sopravvivenza allo stato selvatico: se i semi restano sulla spiga o nel baccello, infatti, non cadono a terra e non possono germinare. Non è detto poi che la stagione successiva sia una stagione favorevole alla crescita delle nuove piante: una stagione fredda o molto piovosa, o molto secca potrebbe essere fatale per la crescita. È necessario quindi che i semi, una volta caduti a terra, non germinino tutti nello stesso tempo ma che alcuni restino dormienti fino all’anno successivo. Meglio una germinazione scalare, scaglionata nel tempo: se i primi semi che germinano incontrano una stagione sfavorevole non è grave, essi moriranno, ma altri semi che germinano più avanti nella stagione possono essere più “fortunati” e di conseguenza la sopravvivenza della pianta (e della specie) sarà assicurata.

Questi caratteri dipendono dall’azione di specifici geni presenti nel patrimonio genetico, cioè nel DNA, di ogni pianta e di tanto in tanto vanno incontro a mutazioni spontanee che li rendono inattivi. Di solito le mutazioni sono svantaggiose per le piante perché le privano di caratteristiche importanti per la sopravvivenza alto stato selvatico, ma d’altro canto potrebbero essere molto interessanti per dei raccoglitori. Cosa c’è di meglio che trovare spighe mature con ancora i semi attaccati al rachide, semi non ricoperti da glume che possono essere subito macinati piuttosto che sbucciati uno ad uno, semi che messi in terra prontamente germinano. In poche parole, i nostri antenati, raccoglitori sistematici che esploravano quotidianamente il loro territorio, erano attenti all’insorgenza di nuovi caratteri e ne comprendevano il valore. Queste “novità” erano preziose perché avrebbero potuto facilitare di molto la raccolta del cibo; valeva quindi la pena osservare se le mutazioni venivano conservate anche nelle generazioni successive di piante. Ebbe inizio quindi un doppio processo: la domesticazione, cioè la scelta da parte dell’uomo di quei mutanti spontanei con caratteristiche a lui favorevoli, e la coltivazione, che implicava la conservazione del seme, la preparazione del terreno, la raccolta e la semina, cioè un preciso progetto culturale.

Un bel carattere. Come avviene che una pianta selvatica non disperda più i semi? La dispersione richiede la formazione di tessuti particolari, detti di abscissione, posti alla giunzione tra il seme e la pianta madre, in cui le cellule si “suicidano” precocemente per formare uno strato fragile. La formazione del tessuto di abscissione è un processo attivo, regolato e che richiede numerose funzioni geniche. Quando qualcuna di queste si “rompe”, non si forma più il tessuto e, nel caso dei cereali, la spiga non si disarticola più, rimane cioè intatta. I dettagli su quali siano i geni coinvolti e quale sia la mutazione che favorì la mancata abscissione variano da specie a specie o addirittura da varietà a varietà. Nel caso del riso si è scoperto che basta la mutazione di una sola base nel gene qSH1 (17.000 paia di basi), per bloccare la dispersione dei semi. Tutti gli altri 50.000 geni del riso, che insieme ammontano a 400 milioni di paia di basi, potrebbero rimanere identici, ma questo piccolo cambiamento nel gene qSH1 è sufficiente a stravolgere completamente la biologia riproduttiva della pianta. Cosa succede infatti quando una pianta selvatica non disperde più i semi? La riproduzione è molto più difficile perché quando tutta la spiga e non il singolo seme cade a terra, i semi si interrano più difficilmente e se anche germinassero, andrebbero velocemente in competizione tra loro per l’acqua, nutrienti e luce. Nel frumento, la comparsa di questo carattere risale a circa 11.000 anni fa, poco prima dell’affermarzione dell’agricoltura. Fu l’operato dei primi selezionatori e agricoltori che permise a questo carattere, altrimenti fortemente negativo, di diffondersi nelle popolazioni di piante cerealicole (foto in basso).

01 - Abscissione semeLa domesticazione comporta quasi sempre la mancata formazione degli strati di abscissione a livello del seme

 

Un pronto risveglio. Il secondo carattere distintivo della domesticazione di tutti i cereali e di molte altre piante coltivate è la ridotta dormienza del seme. I semi delle piante selvatiche quando cadono a terra in genere non germinano con le prime piogge ma rimangono dormienti, cioè vitali ma inattivi, per mesi o anni. Questo meccanismo previene la germinazione nella stagione sbagliata o quando le condizioni climatiche non siano favorevoli ed è quindi importante per la sopravvivenza. D’altra parte, la perdita totale di dormienza è un carattere molto negativo perché implica la germinazione dei semi quando sono ancora nella spiga, situazione che conduce a morte precoce. È facile intuire come i primi agricoltori abbiano favorito il carattere di una dormienza ridotta, ma non del tutto assente: per il fatto stesso di seminare e raccogliere, tendevano a selezionare le piante che spuntavano per prime e che per prime arrivavano a seme. I semi più dormienti, al contrario, spuntavano in ritardo e avevano poche possibilità di contribuire alla generazione successiva. Questo spiega perché le piante coltivate mostrano oggi, dopo millenni di selezione, una germinazione rapida e sincrona.

Nasce l’agricoltura. I due processi alla base dell’invenzione dell’agricoltura, domesticazione e coltivazione, si sono ripetuti sostanzialmente immodificate in diverse parti del pianeta (foto in basso), in tempi diversi e con piante diverse, grazie a comunità umane che hanno agito indipendentemente le une dalle altre, accomunate dallo stesso atteggiamento di fondo nei confronti dell’ambiente che li ospitava: uomini non più passivi di fronte alla natura (solo raccoglitori) ma coltivatori, cioè in rapporto continuo con il territorio in cui vivevano. I primi in assoluto sono stati gli abitanti della Mezzaluna fertile. Questa è un area a forma di arco che sale da Egitto, Israele, Siria, Turchia e poi scende verso Iraq e Iran: è racchiuso dal Mar Mediterraneo a ovest, dai monti Zagros a est e dalla catena del Tauro a nord. Qui sono state ritrovate le tracce più antiche di agricoltura con la domesticazione e coltivazione di frumento, orzo, piselli, ceci, lenticchie e lino.

 

03 - Nascita agricoltura

 Lo sviluppo dell’agricoltura in varie regioni geografiche.

 

Il frumento. I progenitori del frumento, l’alimento base di tutte le grandi civiltà antiche del bacino del Mediterraneo, sono graminacee delle specie Triticum boeoticum, Triticum urartu, Aegilops speltoides, Triticum tauschii e Triticum dicoccoides che crescevano (e crescono tuttora) nella Mezzaluna fertile. Sono tutte specie con 14 cromosomi, eccetto il T. dicoccoides che ne ha 28 perché deriva da un incrocio interspecifico spontaneo tra T. urartu (genoma AA) e A. speltoides (genoma BB). Il fatto importante è che l’incrocio mantiene insieme nella pianta figlia tutti i 14 cromosomi delle due specie parentali: se quindi i “genitori” sono diploidi (14 cromosomi ciascuno), T. dicoccoides è un tetraploide (28 cromosomi; genoma AABB) e, come spesso accade, è una specie più vigorosa e produttiva, ma soprattutto in questo caso anche fertile, cioè capace di mantenersi e propagarsi spontaneamente allo stato tetraploide. Queste specie presentano i tipici caratteri della “selvaticità”: spighe fragili che a maturità disperdono i semi, semi ricoperti da foglioline (le glume e glumelle) che aderiscono tenacemente al chicco e “dormienti“, cioè che germinano in tempi diversi, anche dopo anni. Con la coltivazione ebbe inizio anche la domesticazione, cioè la scelta da parte dell’uomo di quelle variante genetiche che spontaneamente emergevano nelle popolazioni selvatiche: la spiga non fragile, il seme nudo, non rivestito tenacemente dalle glume, la maggiore dimensione del seme e la maggiore fertilità della spiga, che comportavano una più alta produttività.
Il primo frumento ad essere stato coltivato è stato il T. monococcum (piccolo farro) specie che deriva, a seguito di domesticazione, dal T. boeoticum. Ben presto i coltivatori privilegiarono però il T. dicoccoides (genoma AABB) in quanto più produttivo e più adattabile a climi più caldi. Da esso è derivato per domesticazione il T. dicoccum (farro medio, forma con semi ancora “vestiti”, che mantiene le glume anche dopo la trebbiatura), base principale dell’alimentazione dei popoli del Mediterraneo per millenni. Dal T. dicoccum ha avuto origine il T. durum (grano duro, a semi “nudi”, capostipite dei frumenti utilizzati oggi per fare la pasta). Il T. dicoccum è stato a sua volta protagonista di un evento fortuito molto particolare: esso si è incrociato spontaneamente con il T. tauschii (genoma DD) che cresceva negli stessi territori dove veniva coltivato il T. dicoccum. L’incrocio ha causato un aumento del numero di cromosomi, generando stavolta una specie esaploide (genoma AABBDD) con 42 cromosomi (i 28 del T. dicoccum più i 14 del T. tauschii) ancora più produttiva: il T. spelta (grande farro o spelta; con semi “vestiti“) dal quale successivamente si è ottenuto il T. aestivum, a semi nudi, cioè l’attuale frumento tenero con cui si prepara il pane e una miriade di altri prodotti da forno.

 

04 - Origine frumento

Gli incroci che hanno dato origine alle specie odierne di frumento.

 

Un’accoppiata fortunata. Frumento e orzo sono essenzialmente una fonte di carboidrati (e quindi di energia) per l’alimentazione umana: sono pero relativamente poveri di proteine, oltretutto di bassa qualità nutrizionale per l’uomo in quanto carenti di aminoacidi essenziali come la lisina, il triptofano e la treonina. Per arrivare a una dieta equilibrata, bisogna associarli quindi ad altre fonti di proteine. Nella Mezzaluna fertile, queste non mancavano. Insieme alla domesticazione di capre, pecore e bovidi che fornivano latte e carne, si coltivavano infatti anche alcune leguminose (piselli, lenticchie, ceci, lupini, cicerchie) contenenti un elevato contenuto di proteine ricche di amminoacidi essenziali e in grado così di supplire alle carenze nutrizionistiche dei cereali.

 

[continua…]

Written by Horty in: Senza categoria |
Dic
23
2013
2

Guinness dei primati vegetali

 

La fine dell’anno è di solito tempo di bilanci, contabilità che deve quadrare, obiettivi e prestazioni che ci si prefigge di raggiungere l’anno successivo, ecc. ecc. ecc. Allora, quale periodo migliore di questo per parlare di record? Il nostro ineluttabile antropocentrismo ci porta a considerarci i più bravi e intelligenti; a limite estendiamo qualche dote gli animali. Ci arrendiamo ad esempio davanti alle loro dimensioni, alla loro velocità e forza. E le piante?

 

Molto prima che gli esseri umani costruissero le prime case di fango, paglia e legno, le piante usavano materiale organico per creare una moltitudine di strutture avanzate. Al pari degli animali, le piante usano la velocità e le dimensioni per sbaragliare la concorrenza e sopraffare gli avversari della stessa specie e di specie diverse. Anche sulle pendici più esposte alle intemperie, le piante hanno capacità di tempistica e resistenza per sopravvivere agli inverni più amari. Nei deserti più brulli e remoti, le piante adottano strutture e meccanismi per proteggersi, e impiegano strategie chimiche contro i loro nemici.

 

Iniziamo.

 

Le foreste pluviali contengono oltre il 50% delle specie vegetali del mondo e, insieme, le foreste pluviali, boreali e temperate costituiscono il 20% della biomassa della Terra. Considerando però tutte le piante, alghe comprese, arriviamo al 97,3%. Ogni anno sulla Terra vengono prodotti per fotosintesi circa 1.000.000.000.000 tonnellate di carbonio. Cosa che gli animali solo si sognano, con il 2,7% di biomassa (1,8% solo per gli insetti e un misero 0,1% per l’uomo!). Possiamo affermare che gli organismi vincenti sono proprio loro. E’ proprio negli ecosistemi pluviali che la concorrenza tra piante si fa spietata: mentre le specie più basse vivono in condizioni di umidità e temperatura costante ma hanno la luce come fattore limitante, gli alberi più alti svettano in cima, hanno molta luce ma le loro chiome pagano il pegno di un caldo torrido e di un tasso di umidità più basso. Per questo, in una foresta l’altezza fa la differenza (il motto “altezza, mezza bellezza” vale anche per loro). Alcuni dei più grandi alberi della foresta sono i più grandi organismi viventi sulla Terra: per esempio, la sequoia gigante californiana Sequoiadendron giganteum può superare gli 80 metri di altezza e contiene abbastanza legna per costruire oltre 40 piccole case, ma meglio non dirlo in giro. L’albero più grande. La sequoia gigante “Generale Sherman”, conservata presso il Sequoia National Park della California, è alta 84 metri, ha un tronco con una circonferenza di 34 metri e pesa circa 2500 tonnellate. La beffa è che la nostra mente va sempre a elefanti e balenottere azzurre e invece l’organismo vivente più grande della Terra è invece una pianta. Gli alberi detengono anche altri due primati assoluti: le radici del fico sudafricano, che possono raggiungere i 120 m di profondità, e il più alto esemplare vivente, una sequoia sempreverde (Sequoia sempervirens) in California di 111 metri di altezza (anche se un eucalipto australiano, ora morto, arrivò a 132 metri). Infine, un primato forse meno spettacolare, un comune albero dà protezione e cibo mediamente a un centinaio di altre specie vegetali e animali che non siano microorganismi; questa funzione viene svolta anche da morto (basti pensare ai picchi e ai vari insetti xilofagi).

 

Sequioadendron giganteum. Fonte: http://lh2treeid.blogspot.it/2010/09/sequoiadendron-giganteum-giant-sequoia.html

 

Sempre rimanendo nelle foreste pluviali, le liane assorbono acqua e nutrienti dal suolo con le radici, come avviene per quasi tutte le piante, ma per arrivare in cima alle chiome degli alberi su cui crescono devono essere in grado di trasportare le sostanze nutritive attraverso i lunghissimi fusti, che possono raggiungere anche i 900 metri di lunghezza! Per questo il sistema di trasporto di acqua delle liane è il più avanzato ed efficiente in assoluto. Un’altra pianta equatoriale, il taro gigante (Alocasia robusta) possiede la superficie più grande indivisa di qualunque altra foglia sul pianeta: arriva a oltre 3 metri di lunghezza e oltre 2 metri di larghezza. Le sue enormi foglie lucide prosperano nel sottobosco delle foreste tropicali dell’Asia, disponendosi in modo tale da raccogliere la maggiore quantità possibile di luce durante tutto il giorno.

 

Alocasia robusta. Fonte: UBC Botanical Garden Forums

 

Parlando sempre di lunghezza delle foglie, le palme non sono da meno: molte specie hanno foglie lunghe anche parecchi centimetri ma prima fra tutte c’è la palma rafia (Raphia farinifera), le cui foglie possono pendere per 24 metri, praticamente quanto un edificio di sette piani. E ancora, il seme più grande di qualsiasi pianta è sempre appartenente ad una palma, il coco de mer (Lodoicea maldivica), di cui abbiamo parlato in un post di qualche mese fa, e la più grande infiorescenza è sempre di una palma, la Corypha umbraculifera.

Passando dalle dimensioni alle proprietà fisiche, il bambù è una graminacea che, oltre ad essere la specie erbacea più grande, con un fusto talmente duro e legnoso da competere con l’acciaio. E’ infatti in grado di resistere a pressioni di circa 7000 N/m2 (una pressione che potrebbe schiacciare la pietra), che la rende l’organismo vivente pianta più forte in assoluto, davanti al quale anche i muscoli più efficienti dei vertebrati impallidiscono. Ripresa dall’alto, a mo’ di un telescopio che si apre, ogni nuova sezione della pianta si estende dal centro delle vecchie sezioni. Le specie di bambù più veloci sono in grado di avanzare verso la luce ad un ritmo impressionante di oltre 5 centimetri all’ora (più di un metro al giorno!). Questa incredibile capacità di crescita rende il bambù una pianta cruciale per il controllo dell’erosione del suolo.

 

Foresta di bambù. Fonte: http://www.nuok.it/chioto/una-passeggiata-fra-le-canne-di-bambu/

 

Alcune piante, come il banksia arancione (Banksia prionotes), hanno evoluto strategie riproduttive che si basano sugli incendi. A causa della sua altezza (fino a 10 metri) e dello scarso fogliame, è in grado di sopravvivere anche alle fiamme di un incendio boschivo. Non appena il calore attorno alla sua base raggiunge i 265°C (superando così anche le spore batteriche più resistenti al calore) i suoi grandi coni ricchi di semi sono “cotti al forno”. Quando poi il fuoco diminuisce e la temperature dei coni cala, questi si aprono, permettendo ai loro semi di cadere sulla terra arida, dove germinano. Ci sono poi vere e proprie specie incendiarie, come l’eucalipto, che questi incendi per così dire li provocano, avendo evoluto del fogliame coriaceo, resinoso e oleoso che facilmente prende fuoco a temperature superiori ai 40°C. Naturalmente lo fanno per un loro vantaggio: i loro semi germinano solo se esposti al fuoco e il fuoco fa fuori tutti i loro competitori; ma questa è un’altra storia che racconterò presto.

 

Il seme più robusto di qualsiasi altra pianta in natura è quello della specie acquatica perenne Nelumbo nucifera, o loto sacro, che cresce nelle praterie umide di Asia, Medio Oriente e Australia. Prove fossile indicano che queste piante erano presenti nel primo Cretaceo – tra 145 e 100 milioni di anni fa – e sono tra le più antiche piate a fiore. Il segreto della sua sopravvivenza viene dalla capacità di emettere nuovi germogli dai rizomi, modificazioni del fusto con funzione di riserva; in questo modo, una singola pianta può crescere fino a coprire uno specchio d’acqua dolce in pochi mesi. Grazie ai rizomi che la fissano in profondità nel fango, la pianta emette foglie rotonde che galleggiano sulla superficie dell’acqua Una volta l’anno, vaste superfici coperte a loto producono fiori profumati, di circa 20 cm di diametro, di colore rosa, rosso e bianco. Dopo l’impollinazione, producono semi grandi pressappoco quanto un’oliva, di aspetto marmoreo. I semi di loto sono coperti da un rivestimento legnoso incredibilmente duro, quasi completamente impermeabile all’acqua. Dopo la caduta dalla pianta, questi semi si depositano sul fondo del loro habitat acquoso, dove possono rimanere per centinaia di anni. Alcuni di questi semi (con un’età di più di 1000 anni) sono stati recuperati da un’antica torbiera in Manciuria e, dopo essere stati esposti all’acqua, sono stati ancora in grado di germogliare . Nel tentativo di verificare la vera forza di questi semi, essi sono stati sottoposti a fiamma ossidrica, sepolti nel cemento e presi a martellate, senza tuttavia subire alcun danno.

 

Se pensiamo che il record di velocità appartenga ai ghepardi, ancora una volta, sbagliamo. Il fiore di una specie di Cornus canadensis è più veloce di una pallottola. Si tratta di una specie di corniolo perenne, tappezzante, originario dei boschi dalla costa orientale degli Stati Uniti fino al Canada. Questo “super- speeder “ si muove 100 volte più veloce della pianta carnivora venere acchiappamosche e oltre il doppio dell’ultraveloce canocchia pavone (Odontodactylus scyllarus), un crostaceo provvisto di micidiali arti raptatori che possono frantumare i gusci robusti di molluschi e crostacei, o immobilizzare pesci di taglia superiore alla sua. Tornando l corniolo, questo diffonde il suo polline come una catapulta, ad una velocità incredibile (meno di 0,5 millisecondi). Utilizzando le riprese video ad alta velocità, ricercatori del Williams College (MA, USA), hanno cronometrato le piccole esplosioni di Cornus canadensis. Il risultato è che i petali costringono gli stami ricchi di polline in una posizione ripiegata. Quando i petali si aprono, i quattro stami si dispiegano, accelerando a 2.400 volte la forza di gravità, circa 800 volte l’accelerazione che un astronauta sperimenta durante un decollo. Questi fiori sbocciano sorprendentemente in un tempo più breve di quello necessario a un proiettile per raggiungere l’uscita della canna di un fucile.

 

 



Apertura del fiore di Cornus canadensis registrata a 10.000 fotogrammi al secondo.

 

Le piante ci battono, come sappiamo bene, anche in longevità, e questo non soltanto grazie ai semi. Pinus longaeva è una specie di pino caratterizzata da estrema longevità, scoperta nelle regioni di alta quota delle montagne del sud-ovest degli Stati Uniti. Un esemplare di Pinus longaeva, soprannominato Matusalemme, localizzato nella Antica foresta dei Pini dai coni Setolosi delle montagne Bianche californiane ha un’età di oltre 4700 anni, stimata mediante la conta degli anelli di crescita annuale in un piccolo campione prelevato con la tecnica del micro-carotaggio. Questo esemplare è l’albero singolo più longevo del mondo. La più antica pianta conosciuta è però probabilmente un arbusto di creosoto (Larrea tridentata) nel deserto del Mojave, in California. Si ritiene che alcuni di questi cespugli abbiano 11.700 anni! In Tasmania, ad un esemplare di agrifoglio del re (Lomatia tasmanica), scoperto qualche anno fa, è stata attribuita l’ età di 43.600 anni: il record di longevità assoluto per un vivente. Sono numeri che hanno dell’ incredibile ma secondo alcuni botanici vi sarebbero piante che, riproducendosi per clonazione, potrebbero avere anche un milione di anni.

 

Infine – è questo è periodo – il miracolo. Mentre nutriamo seri dubbi su Lazzaro, la Selaginella lepidophylla, o falsa rosa di Gerico, è una pianta che si è adattata a sopravvivere alle condizioni di prolungata siccità del suo ambiente naturale perché, anziché modificare il proprio metabolismo, cercare di trattenere acqua durante il giorno e assorbire quanta più umidità possibile durante la notte, lascia che i propri tessuti si disidratino fortemente (fino al 5%!). Quando l’umidità del terreno e dell’aria torna a salire, anche dopo molto tempo da quando si è disidratata, questa pianta è in grado di reidratarsi e recuperare perfettamente le proprie capacità fotosintetiche e di crescita. Piante di questo tipo sono state chiamate “piante della resurrezione” (ne esistono circa 330 specie conosciute in tutto il mondo e capaci di simili adattamenti). Non sempre però le piante della resurrezione riescono a “risorgere”: nel caso della Selaginella, se la disidratazione è stata troppo rapida, o in caso di un’alternanza irregolare di condizioni di siccità e umidità, la pianta non ha il tempo di prepararsi a dovere a resistere allo stress idrico a cui è sottoposta. Allo stesso modo, le capacità di seccarsi e riprendere a vivere possono scemare nel tempo e la pianta, dopo decine di volte in cui riesce ad alternare il disseccamento e la crescita vegetativa, muore.

 

 



La resurrezione di Selaginella lepidophylla.

 

Buon anno a tutti!

 

 

Grazie a loro, ho scritto

 

A caccia delle piante più vecchie della Terra. Corriere della Sera. http://archiviostorico.corriere.it/2002/aprile/07/caccia_delle_piante_piu_vecchie_co_0_0204072496.shtml

Age shall not wither them: the oldest trees on Earth. http://www.google.com/hostednews/afp/article/ALeqM5jbqPkeCraj9vmMDWjweCt0A6fKow?hl=en

Stefano Mancuso, Alessandra Viola (2013) Verde Brillante. Giunti.

The Plant Talent Show, 7 Unbelievable Things that Plants Do When You aren’t Looking. http://www.realfarmacy.com/the-plant-talent-show/#l5h07zBKsBSYjQxc.99

Will Benson (2012) Kingdom of Plants. Collins.

Appunti personali di vario genere.

 

Written by Horty in: Senza categoria |
Gen
02
2013
0

Piante in festa

 

Seppur con un po’ di ritardo, oggi parlo di alcune piante-simbolo di questi giorni di feste.

 

 

Il primo è l’agrifoglio (vedi foto sopra). Il suo nome scientifico è Ilex aquifolium e appartiene alla famiglia delle Aquifoliaceae. Nei paesi anglosassoni è comunemente chiamato holly, che è anche un bel nome femminile.
L’agrifoglio è un arbusto sempreverde che può raggiungere le dimensioni di un albero alto anche 10 m. Le foglie sono lucenti e coriacee e hanno aculei pungenti nel margine ondulato che possono però essere assenti negli individui vecchi. Gli aculei servono principalmente come difesa nei confronti di erbivori e proprio per questo sono di solito assenti nelle foglie più alte. Le sue foglie sono usate in erboristeria come rimedio contro le febbri e i reumatismi.
I fiori sono di un grigio perlaceo, profumati; crescono nel periodo aprile-maggio. Il suo frutto è la classica drupa carnosa di colore rosso marcato, molto appetita dagli uccelli ma velenosa per l’uomo. Con i semi, torrefatti e polverizzati, si preparava durante la guerra una bevanda simile al caffé. Il legno è usato per lavori delicati e fini di artigianato. Il terreno adatto per la sua coltivazione necessita di un buon drenaggio; deve essere argilloso, non calcareo. Oggi, questa pianta è annoverata fra quelle delle specie protette ed è quindi proibito raccogliere i suoi rami.
Attorno a questa pianta sempreverde sono nate molte favole e leggende, specialmente nei paesi nordici. Una delle più belle è questa:

C’era una volta un bambino che abitava in una casetta sperduta nel bosco. Tutti i giorni andava in cerca di legna per riscaldare il fuoco al focolare. Un giorno inciampò in una pianticina con le foglie irte di aghi. Cadde a terra e si punse in diverse parti della mano. Il sangue gli usciva copiosamente. Invocò il dio del bosco perché lo soccorresse in questa grande caduta. Ripetè più volte la sua preghiera al dio protettore, ma invano. Gli apparve invece un elfo che subito lo medicò, lo fasciò accuratamente e lo accompagnò alla sua casetta. Passò qualche giorno, il bambino tornò sul luogo dove era caduto. Con gran sorpresa, vide che sull’albero spinoso erano cresciute delle bacche rosse. Si fermò a pensare. All’improvviso gli si parò davanti il re del bosco che gli rivolse le seguenti parole: “Tu hai avuto fiducia in me, mi hai invocato; io non t’ho abbandonato, ho mandato un elfo che ti curasse. Per premiarti di questa grande fiducia in me, ho trasformato le gocce del tuo sangue in bacche rosseggianti. Questa pianta tu la potrai usare per guarirti dai tuoi malanni, ma per gli altri sarà molto dannosa”. Ancora oggi in quel bosco tutti vanno a ricordare quell’avvenimento.

 

Un’altra bella favola è questa, di origine trentina:

 

C’era una volta, in un paese tra i monti, un vecchio mercante. L’uomo viveva solo, non si era mai sposato e non aveva piu’ nessun amico. Per tutta la vita era stato avido e avaro, aveva sempre anteposto il guadagno all’amicizia e ai rapporti umani. L’andamento dei suoi affari era l’unica cosa che gli importava. Di notte dormiva pochissimo, spesso si alzava e andava a contare il denaro che teneva in casa, nascosto in una cassapanca.
Per avere sempre piu’ soldi, a volte si comportava in modo disonesto e approfittava della ingenuità di alcune persone. Ma tanto a lui non importava, perche’ non andava mai oltre le apparenze. Non voleva conoscere quelli con i quali faceva affari. Non gli interessavano le loro storie e i loro problemi. E per questo motivo nessuno gli voleva bene.
Una notte di dicembre, ormai vicino a Natale, il vecchio mercante non riusciva a dormire e dopo aver fatto i conti dei guadagni, decise di uscire a fare una passeggiata. Cominciò a sentire delle voci e delle risate, urla gioiose di bambini e canti. Pensò che di notte era strano sentire tanto chiasso in paese. Si incuriosì perché non aveva ancora incontrato nessuno, nonostante voci e rumori sembrassero molto vicini.
A un certo punto cominciò a sentire qualcuno che pronunciava il suo nome, chiedeva aiuto e lo chiamava “fratello”. L’uomo non aveva fratelli o sorelle e si stupì. Per tutta la notte, ascoltò le voci che raccontavano storie tristi e allegre, vicende familiari e d’amore. Venne a sapere che alcuni vicini erano molto poveri e che sfamavano a fatica i figli; che altre persone soffrivano la solitudine oppure che non avevano mai dimenticato un amore di gioventù.
Pentito per non aver mai capito che cosa si nascondeva dietro alle persone che vedeva tutti i giorni, l’uomo cominciò a piangere.
Pianse cosi’ tanto che le sue lacrime si sparsero sul cespuglio al quale si era appoggiato. E le lacrime non sparirono al mattino, ma continuarono a splendere come perle.
Era nato il vischio (vedi foto sotto).

 

 

Il vischio è un sempreverde che cresce come semiparassita, generalmente sugli alberi a foglia caduca (meli, peri, etc.) ma talvolta anche sulle conifere. È caratterizzato da radici (dette austori) che penetrano nel legno della pianta parassitata da cui derivano nutrimento e ancoraggio (quindi tutt’altro che benaugurante per le altre piante!). Crescendo con un ritmo lentissimo, il vischio giunge a creare masse vegetative di diametro fino a un metro. Le foglie sono spesse, piccole ed opposte a forma di ali aperte di uccello; i fiori giallo-verdi ascellari sono poco appariscenti, mentre molto note e caratteristiche sono le bacche, di color bianco madreperlaceo, che contengono il seme circondato da una sostanza appiccicosa. Tutte le parti della pianta sono tossiche; particolarmente pericolose le bacche, per la loro capacità di attrarre i bambini. La tossicità dipende dall’alto contenuto in viscumina, una sostanza che provoca l’agglutinazione dei globuli rossi e da altre tossine peptidiche.Il vischio è sempre stato una pianta sacra. Una specie di miracolo della natura che d’inverno spicca nei boschi quando alberi e arbusti mostrano solo rami spogli. Già Plinio il Vecchio descrive i rituali delle popolazioni galliche che accompagnavano la raccolta del vischio: “Nel sesto giorno dopo il solstizio d’inverno i druidi si avvicinavano alla quercia indossando vesti candide e conducendo alla cavezza due tori bianchi. Il capo dei sacerdoti saliva sull’albero e usando un falcetto d’oro tagliava i rami del vischio che venivano raccolti in una pezza di lino immacolata, prima che cadessero a terra. Poi, immolati i due animali, pregavano per la prosperità di quanti avrebbero ricevuto il dono”.
L’uomo è sempre stato incuriosito dai misteriosi mazzi verdeggianti, quasi sospesi sulle piante, ricchissimi di bacche perlacee in un periodo nel quale la natura non produce frutto alcuno. La pianta “che cresce senza toccare mai terra”, un po’ come il Barone Rampante di Calvino, è benaugurante ancora oggi: come da tradizione, nella notte di San Silvestro ci si scambia saluti, baci, auguri sotto il ramo di vischio (che non deve mai toccare per terra per non perdere i suoi magici poteri) in genere appeso sulla porta di casa, appunto là, come spiegava Plinio, tra cielo e terra.

 

Altre due piante simbolo del Natale e dell’inizio di anno sono l’elleboro (o “rosa di Natale“) e il più conosciuto pungitopo.

 

 

L’elleboro (Helleborus niger) (vedi foto sopra) , della famiglia delle Ranuncolacee, è anche chiamata rosa delle nevi o rosa d’inverno. In Inghilterra è considerata il fiore natalizio per eccellenza.
La leggenda narra che durante l’offerta di doni al Bambino Gesù, una pastorella vagasse in cerca di un dono da offrire, ma l’inverno era stato freddo e la povera pastorella non riuscì a trovare neanche un fiore da offrire. Mentre si disperava, vide passare un angelo che intenerito dalle sue lacrime si fermò, spolverò un po’ di neve davanti a lei e apparvero delle candide rose, che la ragazza raccolse e portò in dono al Bambinello.
L’elleboro è una pianta erbacea perenne rizomatosa, alta circa 30 cm; presente allo stato spontaneo nei boschi ombrosi calcarei, è diffusa come pianta da giardino a fioritura invernale. È costituita da foglie picciolate basali che permangono fino a dicembre. In questo periodo e fino a marzo circa, compaiono i fiori, grandi (diametro di 6-8 cm), di colore variabile dal bianco al rosa o al rosso vinoso. A fine marzo, alla scomparsa dei fiori e delle foglie vecchie, appaiono le nuove foglie che danno origine nel periodo estivo-autunnale a piccoli cespugli. Per il contenuto in composti cardioattivi (elleborina ed elleborigenina) la cui azione danneggia il cuore, questa pianta è ritenuta molto tossica sia per gli uomini che per gli animali.

 

 

Il pungitopo (vedi foto sopra), al pari dell’agrifoglio, è considerato foriero di fortuna. Il suo nome scientifico è Ruscus aculeatus e appartiene alla famiglia delle Liliacee. Si caratterizza per le sue foglie dure e con le spine, simbolo di forza e prevenzione contro tutti i mali.
Le bacche rosse sono il simbolo del Natale, il simbolo della luce e del buon auspicio, una promessa di abbondanza e fecondità per il nuovo anno che comincia. Secondo la leggenda, le foglie spinose rievocano le spine della corona di Cristo e le bacche il rosso del suo sangue. Il nome “pungitopo” deriva dall’usanza contadina di proteggere dai topi con mazzetti di questa pianta, i salumi e i formaggi messi a stagionare.
Diffuso in tutta Italia, è un cespuglio molto ramificato con fusti finemente solcati, può formare il sottobosco di foreste mediterranee. Ha delle strutture, che pur simili a foglie, sono fusti appiattiti (cladodi) che hanno sviluppato funzioni simili a quelli delle foglie, essendo anch’essi fotosintetici. I fiori maschili e femminili si trovano su rami diversi portati al centro dei cladodi. Il frutto è una bacca globosa, rosso brillante, contenente uno o due semi. I giovani germogli possono essere mangiati, avendo sapore simile a quello dell’asparago.
Le radici del pungitopo vengono raccolte tra settembre e novembre, il rizoma viene pulito ed essiccato al sole. La radice e il rizoma del pungitopo contengono saponine steroidi, dall’azione vasocostrittrice e antinfiammatoria, e rutina, che ha azione protettiva dei capillari. Il rizoma è proteico e diuretico. Il pungitopo è commestibile e con esso si possono preparare ottime frittate (vedi qui).

La leggenda narra che la croce di Gesù fosse fatta di ginepro (Juniperus communis). Una credenza popolare vuole che Maria trovasse rifugio proprio tra i rami di questa pianta. Il ginepro era considerato magica, perché si pensava tenesse lontano i serpenti e curasse dal loro morso. Nella tradizione cristiana, questa sua qualità venne interpretata come purificazione dai peccati.
Fino ai primi anni del Novecento nelle campagne dell’Italia centrale vigeva l’abitudine di bruciare un ramo di ginepro la sera di Natale, di S. Silvestro e dell’Epifania. Il suo carbone veniva poi impiegato durante l’anno in tanti rimedi magici. Sempre nella notte di Natale, rami di ginepro venivano appesi sulla porta delle stalle per proteggere gli animali dai malefici. Mentre fino al secolo scorso molti norvegesi la vigilia di Natale ornavano la casa con rami di ginepro, spargendone anche sul pavimento.
Il ginepro è una conifera con habitus di arbusto legnoso o basso alberello (5 m), con fusto contorto dal portamento talvolta strisciante e corteccia ruvida e rossastra. Le foglie aghiformi, appuntite, verticillate a 3 sono solcate da una linea chiara nella pagina superiore. I fiori, dioici, giallastri quelli maschili e verdastri quelli femminili, sono disposti in prossimità della’ascella fogliare e compaiono in primavera. I frutti, detti coccole, sono piccole bacche sferiche di colore verde, nero-bluastre a maturazione.
La più importante proprietà del ginepro è quella di aumentare la diuresi; questa attività, utile ai reumatici, agli artritici e ai gottosi, è stata studiata e confermata da autori moderni e dipende principalmente dalla presenza, nella droga, di un olio essenziale. Questo è inoltre un disinfettante delle vie urinarie e respiratorie, è un valido stimolante della digestione, un antifermentativo intestinale, un espettorante e un sedativo della tosse. Le foglie e il legno di ginepro hanno, per uso esterno, le stesse proprietà delle bacche. Dal ginepro, infine, si produce anche il gin.

Simbolo della terra, la melagrana è un frutto rappresenta la rigenerazione della natura. Gesù viene spesso dipinto con una melagrana in mano, che in questo caso acquista il significato simbolico di rinascita, resurrezione.
Il melograno (Punica granatum) appartiene alla Famiglia delle Punicaceae. E’ una pianta antichissima che proviene dalle regioni del sud-ovest asiatico, è diffusa e coltivata sia in Italia che in Spagna, nelle zone dove il clima è più caldo. È di crescita piuttosto lenta e modesta, infatti, non raggiunge altezze superiori ai 5-7 metri. Il frutto è una bacca carnosa, denominata balausta, con buccia spessa, e all’interno contiene molti semi carnosi, di forma prismatica, con testa polposa e tegumento legnoso, molto succosi e ricchissimi di polifenoli complessi e tannini a potente azione antiossidante.
E’ tradizione delle festività natalizie addobbare la tavola con cesti colmi di arance. L’arancia, il frutto dell’inverno per antonomasia, porta con sé il calore del sole e rappresenta il Natale a tavola per la speranza e lo splendore.
L’arancio (Citrus aurantium) è un alberello alto 5 m dal portamento talvolta arbustivo; ha foglie persistenti di colore verde intenso, coriacee, ovali, con margine intero o finemente dentato. I fiori di colore bianco, piacevolmente profumati (zagare), sono grandi. Il frutto è un esperidio di grandi dimensioni di forma sferica o ovoidale con scorza verde da giovane e di un bel colore aranciato a piena maturità.

 

Non mi resta che augurare a tutti voi un buon 2013!
Written by Horty in: Senza categoria |
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