
Distesa di lupino di Nootka (Lupinus nootkatensis) in Islanda. Introdotta per contrastare l’erosione e migliorare i suoli degradati, la specie può formare popolamenti densi e sostituire la vegetazione autoctona (fonte: la Repubblica).
Chi visita l’Islanda durante l’estate difficilmente rimane indifferente davanti alle immense distese di fiori viola che accompagnano strade, fiumi e pendici vulcaniche. Si tratta del lupino dell’Alaska o lupino di Nootka (Lupinus nootkatensis), una pianta tanto affascinante quanto controversa. Oggi quei campi sono diventati parte dell’immagine turistica del Paese, ma dietro la loro bellezza si nasconde una complessa storia di recupero ambientale, trasformazione degli ecosistemi e perdita di biodiversità.
Una pianta introdotta con le migliori intenzioni
Il lupino di Nootka non appartiene alla flora originaria dell’Islanda. È una specie nativa dell’Alaska e delle regioni occidentali del Canada, introdotta sull’isola nel 1945 per contrastare uno dei più gravi problemi ambientali del Paese: l’erosione del suolo. Secoli di deforestazione, pascolo e condizioni climatiche estreme avevano lasciato vaste superfici prive di vegetazione e vulnerabili all’azione del vento e dell’acqua. Il lupino sembrava perfetto per risolvere il problema. È resistente al freddo, cresce su terreni poveri, produce rapidamente una copertura vegetale densa e, grazie alla simbiosi delle sue radici con batteri azotofissatori, è capace di trasformare l’azoto atmosferico in forme utilizzabili dalle piante. In questo modo aumenta la fertilità del suolo, favorisce l’accumulo di sostanza organica e contribuisce a stabilizzare terreni sabbiosi e pendii degradati. Per molti anni il lupino è stato quindi distribuito e seminato deliberatamente in numerose aree dell’Islanda. In territori fortemente erosi la sua introduzione ha effettivamente prodotto risultati positivi, creando le condizioni necessarie per l’insediamento di altre specie vegetali. Il problema è che la pianta non è rimasta confinata nelle zone destinate al recupero ambientale.
Quando una soluzione diventa invasiva
Il lupino ha iniziato a diffondersi autonomamente lungo le strade, nelle pianure costiere, sui depositi fluviali, nei pascoli, nelle brughiere e perfino all’interno di aree protette. I suoi semi possono rimanere vitali nel terreno per molto tempo e le dense popolazioni che si formano impediscono spesso alle piante più piccole di ricevere luce e spazio sufficienti. L’Istituto islandese di scienze naturali considera oggi Lupinus nootkatensis una specie invasiva. Una pianta aliena viene definita invasiva non soltanto perché si diffonde rapidamente, ma perché è capace di modificare gli ecosistemi e minacciare la biodiversità. Il lupino rientra pienamente in questa definizione: non si limita a occupare un ambiente, ma ne cambia le caratteristiche chimiche e biologiche. L’aumento dell’azoto nel suolo, benefico nei terreni completamente degradati, può alterare profondamente gli habitat islandesi naturalmente poveri di nutrienti. Le specie adattate a questi ambienti vengono progressivamente sostituite da graminacee e altre piante nitrofile, cioè favorite dall’elevata disponibilità di azoto. Il paesaggio rimane verde, ma la comunità vegetale originaria può scomparire.
Un ingegnere dell’ecosistema
Gli ecologi definiscono il lupino un “ingegnere dell’ecosistema”, perché la sua presenza modifica le condizioni ambientali e influenza tutte le specie che vivono nello stesso habitat. Uno studio pubblicato su Frontiers in Plant Science ha analizzato gli effetti della sua diffusione in brughiere, praterie e boschi islandesi. I risultati mostrano che un’elevata copertura di lupino riduce significativamente la diversità vegetale nelle brughiere e nei boschi. Nelle brughiere, gli habitat più ricchi di specie tra quelli studiati, la ricchezza floristica diminuisce progressivamente con l’aumento della copertura del lupino. Le piante a rosetta, le specie a cuscinetto, le orchidee e i piccoli arbusti longevi sono tra gli organismi più penalizzati. Gli effetti sono invece meno evidenti nelle praterie, a conferma del fatto che l’impatto della specie varia in funzione dell’ambiente invaso. Il lupino può inoltre lasciare un’eredità ecologica duratura. L’azoto accumulato nel terreno continua a influenzare la vegetazione anche dopo la sua scomparsa e può favorire l’insediamento di altre specie aliene. In alcuni casi, quando il popolamento di lupino invecchia e regredisce, al suo posto non ritorna la comunità vegetale originaria, ma si sviluppa una prateria dominata da poche specie comuni.
Il ruolo del cambiamento climatico
Il futuro potrebbe rendere la gestione del lupino ancora più difficile. Attualmente le basse temperature limitano la sua diffusione nelle zone interne e ad alta quota, ma il riscaldamento climatico sta rendendo progressivamente adatte aree nelle quali la pianta non riusciva in precedenza a stabilirsi. Secondo i modelli elaborati dai ricercatori, circa il 13% del territorio islandese presenta già condizioni potenzialmente favorevoli al lupino. Entro il periodo 2061-2080 questa superficie potrebbe più che raddoppiare, estendendosi verso gli altopiani centrali. L’espansione del lupino e il cambiamento climatico potrebbero quindi agire insieme, accelerando la sostituzione delle specie vegetali adattate al freddo. Per questo motivo la questione non riguarda soltanto il paesaggio attuale, ma anche la conservazione futura degli ecosistemi subartici. L’eradicazione completa della specie appare ormai irrealistica; diventa però fondamentale impedirne la diffusione negli habitat più ricchi, nelle aree protette e nelle zone ancora prive di lupino. La normativa islandese vieta infatti la coltivazione di specie non native nelle aree protette, negli habitat sottoposti a tutela speciale e al di sopra dei 400 metri di altitudine.
Né eroe né nemico
La storia del lupino islandese mostra quanto possano essere imprevedibili gli interventi umani sugli ecosistemi. La pianta è stata introdotta per affrontare un problema reale e gravissimo e, nei terreni completamente erosi, continua a svolgere una funzione utile. Non sarebbe quindi corretto descriverla soltanto come una minaccia. Allo stesso tempo, i benefici ottenuti nelle aree degradate non giustificano la sua diffusione negli ambienti naturali ben conservati. Qui il lupino può ridurre la biodiversità, modificare la fertilità del suolo e cancellare comunità vegetali formatesi nel corso di migliaia di anni. La distinzione fondamentale non è dunque tra una pianta “buona” e una “cattiva”, ma tra il suo uso controllato per il recupero di terreni fortemente degradati e la sua espansione incontrollata negli ecosistemi naturali. I campi viola dell’Islanda restano uno spettacolo di straordinaria bellezza. Ma ci ricordano anche che un paesaggio appariscente non è necessariamente un ecosistema sano e che la biodiversità spesso vive nelle forme meno vistose: piccoli arbusti, muschi, orchidee e piante adattate a crescere lentamente in suoli poveri e in condizioni estreme.
Proteggere la natura significa anche imparare a guardare oltre il colore dominante del paesaggio.
Grazie a loro, ho scritto: Istituto islandese di scienze naturali – Invasive plant species; Vetter et al. (2018), Invasion of a Legume Ecosystem Engineer in a Cold Biome Alters Plant Biodiversity, Frontiers in Plant Science, 9:715.